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Full text of "Vita del conte Stefano Sanvitale"

V 



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in 2013 



http://archive.org/details/vitadelcontesteOador 



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VITA 



DEL CONTE 



STEFANO SANVITALE 



SCRITTA 



DA 



GIOVANNI ADORNI 



PARMA 

PRESSO FILIPPO CARMIGNANI 



M DC CCXt . 



25 



3 



QUESTE MEMORIE 

DELLA VITA 

DEL CONTE 

STEFANO SANVITALE 
AL CONTE LUIGI 

FIGLIO DI LUI 

IN SEGNO DI RIVERENTE 

E GRATO ANIMO 

CONSACRA 

GIOVANNI ADORNI 



» Né solo di parole è liberale. Spenditore 
» parco alla persona e alla casa, ristrettosi al 
» decente, è poi larghissimo a sovvenimento 
» altrui, sorpassando in ciò qualunque libera- 
» lità di privati. Lui implorano ogni gente 
» di sfortunati ed afflitti. Un fanciullo, una 
» femminetta, un qualunque misero possono 
» liberamente richiederlo ». 

( Dal Panegirico del Canova. C. 5. ) 

» Quando morire è inevitabile ad ognuno 

» che nacque, lasciar lutto e desiderio di sé 

» è premio dato solamente alla conosciuta 

» bontà ». 

(Dall'Elogio di Masiki. ) 



INTRODUZIONE 



s 



e nelle molte scritture, le quali 
vengono pubblicate a fine di cele- 
brar la memoria d'uomini chiari per 
egregie opere e per virtù, ad alcuno 
apparisce talora l'abbondanza dell'af- 
fetto per chi ci fu tolto , altri gode 
che per esse sia mostrata gratitudine 
e riverenza al merito de' buoni , e 
che in tal modo si compia il debito 
di onorarli. E chi si studia ad ope- 
rare il bene, e a cercarlo in quanto 



Vili 

può per altrui, se anche alcuna volta 
patisca per colpa di contraria fortu- 
na, o si trovi per inevitabile condi- 
zion di cose in istato poco felice, si 
conforta , spingendo il guardo nello 
avvenire, colla speranza che ai po- 
steri giugnerà grata la sua memoria. 
Aggiungasi poi , che V abbondanza 
dell'affetto per coloro a cui fummo 
stretti di parentela, d'amicizia, di 
gratitudine , o coi quali avemmo co- 
mune la città o la patria, segno è di 
buon temperamento di natura e di 
buona e diritta educazione. Ma per 
altra parte vuoisi ragionevolmente 
considerare se in tali scritture sia 
tanta potenza di favella e di senti- 
mento da muover F animo de' leg- 



IX 

gitoti, da far nascere in loro il desi- 
derio d'imitare le opere della per- 
sona di cui si parla, e da accendere 
amore alle virtù di lei. 

A queste cose io avea volto il 
pensiero prima di abbandonarmi a 
scrivere di un illustre Personaggio, 
il quale di continuo s' adoperò al be- 
ne di questa nostra Città e dello Sta- 
to, e in modo straordinario di quelli 
che più abbisognano dell'altrui sov- 
venimento, de' poveri e dei fanciul- 
li; e se per una parte mi dava spe- 
ranza di perdono presso a' buoni la 
coscienza che sola e debita riverenza 
mi moveva a ragionare del Conte 
Stefano Sanvitale; per l'altra mi fa- 
cea giustamente pauroso all'impresa 



X 

la consapevolezza di mia insufficien- 
za alla nobiltà del subbietto. E sif- 
fatto timore potè soltanto esser vinto 
dal sapere, che non sono del tutto 
inutili a chi scrive le Storie de' po- 
poli e delle città le memorie anche 
umili e disadorne intorno a chi me- 
ritò di tenere onorevol posto nelle 
Istorie medesime; e che presso di noi 
è sì vivo tuttavia (e lo sarà per lun- 
ghissimo spazio di tempo) l'amore 
alle virtù del Sanvitale, e la grati- 
tudine al ben eh' egli fece , che a 
nessuno è d'uopo l'ornamento del fa- 
vellare, perchè que' sentimenti acqui- 
stino novella forza e si rinfiammino. 
Pertanto io verrò esponendo le 
cose ch'egli operò; e se talvolta ap- 



XI 

parisse troppo largo e diffuso il mio 
dire, spero che troverò scusa per que- 
sta considerazione, che all'animo è 
caro sempre e dilettoso l'intratte- 
nersi intorno a' subbietti, in cui più 
si manifesta l'amore del privato e 
del pubblico bene. 



CAPO I. 



c 



tome è indizio manifesto di basso animo, e 
cagion di vergogna, a chi ha innanzi nobili esem- 
pi di maggiori ad operar cose degne di lode, 
e si rimane in turpe ozio, chiude volontariamente 
gli occhi alla luce che a lui risplende, si devia 
dall'onorata carriera, dichina in basso, e vilmente 
si giace nella oscurità; così è bella cagione di lode 
a chi da illustri antenati discendendo mostra 
colle opere sue che in lui son trasfuse le virtù 
di quelli, e più oltre procedendo nel cammino 
che ha aperto innanzi, risplende di gloria sua 
propria. Di questa lode fu degno il Conte Stefano, 
la Famiglia del quale, di antica e onorata genti- 
lezza, ricca di molti beni e di molta potenza, 
guiderdone di Principi e di Città per fatti gene- 
rosi ed illustri, fu in ogni età feconda d'uomini 
prodi ne' pericoli delle battaglie, prudenti nel 
reggimento de' popoli, chiarissimi ne' gravi studii 
delle scienze, negli ameni delle lettere, nella splen- 
dida protezione ai coltivatori di queste e d'ogni 
bell'arte, e nell'opere di beneficenza. Ond' è che 



cercando non pure nelle Memorie di questa fami- 
glia, e della Città nostra, ma anche nelle Istorie 
d'ogni parte d'Italia, si vede, a grande onore de' 
Sanvitali, chi di loro coltivò sempre le discipline 
e le arti o della guerra o della pace, secondo 
l'indole delle cose faceva che queste o quelle 
fossero più utili al comune. E ne' molti Scrittori, 
lontani fra sé per luoghi e per età, i quali par- 
larono di questa Famiglia, trovi che ne' troppo 
lunghi e calamitosi tempi di guerre, onde fu F Ita- 
lia afflitta, i Sanvitali consacrarono il loro brac- 
cio alla difesa della patria, che combatterono in 
molti luoghi e in molte e pericolose battaglie, 
che alcuni lasciaron la vita sul campo. E fu di 
questa Famiglia chi liberò la Città nostra dall'as- 
sedio del Secondo Federico, e la ritornò al primo 
suo stato; furon due dei Sanvitali che difesero 
il carroccio de' Parmigiani contro i Bolognesi, e 
per la difesa del medesimo perirono i due fratelli 
Zangaro e Guarino; è vanto d'un Angelo Sanvitale 
l' essere stato neh 1 ' arte della milizia allievo di 
Braccio di Montone; ma più l'averne emulato il 
valore; ed il valore de' Sanvitali era in tanta 
estimazione, che molti Principi e Città li cerca- 
rono per Capitani, e, tacendo delle opere loro di 
guerra operate fuori d'Italia, sarà sufficiente lo 
accennare eh' ei combatterono e pei Re di Napoli, 



e pei Duchi di Savoja, e per la Chiesa, e pei 
Correggeschi, e per gli Estensi, e per gli Sforza, 
e pei Visconti, e per Firenze, e per Venezia. La 
fama poi della loro giustizia, della prudenza, 
della civile sapienza nel governo degli Stati fece 
che un Sanvitale si volle nella conclusion della 
pace tra Reggiani e Modenesi ; che un Ugo fosse 
Console di Giustizia in Parma, indi eletto arbitro 
tra Modenesi e Bolognesi; per essa un Tedisio 
fu chiamato Podestà a Milano, poi a Ferrara, 
dopo Vicario a Firenze pel Re di Napoli; un 
Giancpairico ebbe autorità di Podestà in Cremona 
e in Piacenza; un Antonio Capitano del Popolo 
in Firenze; un Carlo Governatore di Padova per 
Venezia, e poscia della Dalmazia. Fu per dot- 
trina, per soavi virtù, per santità di costume, 
che altri ebbero i più alti onori alla Corte di 
Roma; onde un Eucherio fu Vescovo di Viviers; 
un Alberto Vescovo di Parma; un Obizzo Vescovo 
di Tripoli, poi di Parma, indi Arcivescovo di 
Ravenna; un Galeazzo Arcivescovo di Bari; un 
Paolo, dopo avere sostenute molte Legazioni pres- 
so i Principi d'Italia, fu Vescovo di Spoleto; un 
Antonio Francesco Arcivescovo di Efeso, poi d'Ur- 
bino, e dopo onorato della Porpora. E se a questi 
e a molti altri le cose della guerra e i negozj dei 
civili governi non concedettero sufficiente riposo 



4 

da lasciare a' posteri colle scritture monumenti 
della loro sapienza, potè ciò fare un Fortuniano 
(valente anche nella pittura) che pubblicò la tra- 
duzione del libro de Consolatone , due Poemi, 
Arianna ed Anversa conquistata, ed altre poesie ( J ). 
Un Alessandro amato per buone doti di cuore, per 
molta gentilezza di costume, per misericordia verso 
i poveri, esercitò felicemente le potenze dell'inge- 
gno negli studii della meccanica, ed ebbe merito 
d' inventore di molte macchine, particolarmente 
d'artiglieria. Un Federico Gesuita di molta dot- 
trina e di gran senno, amantissimo del progresso 
d'ogni qualità di studii, fu Autore di alcune Scrit- 
ture di Teologia, di un Trattato di Geometria, di 
un' Orazione Funebre , di Elementi di Architettura 
Civile, e di due Dissertazioni; l'una delle quali è 
intorno al metodo d'istruire i muti, nel che ha 
il vanto di avere preceduto il celebre Abate de 
FEpée ( a ); e per cura e industria di Federico 
Brescia ebbe una pubblica Accademia di Scienze. 
Il merito di tali Istituti è ben conosciuto ed esti- 
mato da tutti, che sentono quanto grande utilità 
deriva dalla cultura delle scienze medesime, e che 
questa è tanto maggiore, quanto sono più spesse 
e facili le occasioni in cui gli studiosi possono 
conferire insieme i loro pensieri, ajutarsi scam- 
bievolmente delle scoperte e delle osservazioni, 



che vengono fatte quasi ogni dì nelle diverse parti 
delle umane discipline (le quali tutte hanno fra 
sé attinenza e correlazione intima), e darsi vicen- 
devoli prove di amore e di stima, che i coltivatori 
dell'una debbono a quelli delle altre. 

Di due soli ancora farò parola, de' Conti Giaco- 
moantonio ed Alessandro: del primo dirò che fu 
caro egualmente a' suoi Principi e a" suoi concit- 
tadini; che per quelli sostenne nobilissimi ufici; 
che a molti di questi fu generosissimo dispensa- 
tore delle sue ricchezze, e che a tutti recò sal- 
vezza di fortune e di persone, facendo colla sua 
fermezza e col suo coraggio che la città nostra 
fosse sottratta al furor d'un esercito nimico e fe- 
rocemente sdegnato. Egli ebbe in grande amore le 
lettere e i letterati; scrisse un Poema Filosofico, 
col titolo: Poema Parabolico, diviso in morale, 
politico e fisico, e moltissime altre Poesie, che si 
hanno alle stampe. Al tempo suo il Duca Ferdi- 
nando I. pubblicò il celebre Programma offerto al- 
le Muse Italiane ecc. secondo il quale, per con- 
siglio del Paciaudi e del Ministro Du Tillot, erano 
stabiliti premj agli Autori che avessero presentate 
le migliori o Tragedie o Commedie in versi. Il Conte 
Giacomoantonio fu Presidente della Commissione 
che aveva a giudicare del merito de' Componi- 
menti presentati, e a stabilire a chi doveasi con- 



6 

ferire il premio. Gli altri membri della Commis- 
sione erano il Marchese Prospero Manara, il Conte 
Aurelio Bernieri, il Conte Guid' Ascanio Scutel- 
lari, il Conte Gastone Rezzonico, il Professore 
Giuseppe Maria Pagnini ed Angelo Mazza, uomini 
tutti pei quali fioriva in Parma a que' dì ogni 
genere di umana letteratura. Lo stesso Conte Gia- 
comoantonio fondò nel suo Palazzo la Colonia 
Parmense d'Arcadia: a lui furono dedicate molte 
scritture in Prosa e in Poesia; e fra quei che 
parlarono di lui con grandi lodi basti l'accennare 
un Zampieri, un Mazza, ed un Agostino Paradisi. 
Di Alessandro dirò che fu molto innanzi nella 
grazia e nel favore de' suoi Principi e somma- 
mente misericordioso a' poveri e a tutti quelli 
che ebbero più nimica la fortuna: studiosissimo 
delle lettere, ebbe principalmente in molta dime- 
stichezza gli Scrittori più celebri di Francia, de* 
quali al tempo suo si diffuse grande fama in 
tutta Europa; e fece assai copiosa raccolta di libri 
Francesi, reputatissima per merito intrinseco delle 
opere stesse e per bellezza di edizioni. 



CAPO II. 



irai Conte Alessandro e dalla Marchesa Costanza 
Scotti ( 3 ) nacque in Parma il dì 17 Marzo 1764 
il Conte Stefano, primo pegno d'amore, e dolcis- 
simo oggetto delle affettuose sollecitudini de' Ge- 
nitori, che intesero fino ne' più teneri anni di 
lui a infondergli nel cuore i semi di virtù, a 
educare e crescere le felici disposizioni che avea 
da natura, e ad aprirgli la mente al conosci- 
mento del vero; e ben presto il Giovinetto agli 
atti d'amore, di pietà e di misericordia mostrò 
quanto in lui poteva la buona indole naturale, 
la retta disciplina, e del pari, anzi più di tutto, 
l'esempio. Che di buon'ora apprese dal Padre, 
bastare poche ricchezze al bene e alle comodità 
della vita; le molte, oltre a quanto richiedesi 
all' adempimento de' giusti desider j e bisogni della 
umana natura, adunate e poste in arbitrio nostro, 
essere per se stesse cosa né buona né cattiva, 
ma divenire cagion di lode o di biasimo, produt- 
tiva di felicità o di miseria, secondo il buono o 
malo uso che l'uom ne faccia. Apprese da lui a 



8 

rispettare in ciascuno la dignità dell'umana spe- 
cie; e le potenze o facoltà essere in tutti con 
picciolo divario, e da fortuna, o da concorso di 
circostanze (che son fuori di noi) derivare la 
differenza, talvolta grandissima, con cui sono eser- 
citate; dai Genitori in fine si trasfuse in lui la 
venerazione alla divina Religion di Cristo, e da 
essa, quasi da sorgente abbondantissima e pura, 
discese nell'animo suo quell'ardente e universale 
amore degli uomini, che fu poscia permotore di 
tutte le sue operazioni. I prudenti Genitori del 
Conte Stefano faceano che alla cultura del cuore 
andasse del pari quella dello intelletto: a questo 
fine venne il Giovane affidato alle cure de' Maestri 
di Lettere. Ma ben si parve allora di qual tempera 
soave egli aveva ad essere; poiché anche viva- 
cissimo, com'era, riceveva amorosamente le parole 
di que' maestri che con dolcezza, con modi cor- 
tesi e con sincera bontà dirigevano la sua mente 
alle prime operazioni, e dolcissimo si piegava ai 
loro consigli; e con quelli che duramente e con 
ruvidezza volcano guidarlo egli appariva quasi osti- 
nato e ritroso; cosicché se talora non fé' quel 
profitto, di che pure era giudicato capace, ciò era 
dal modo tenuto dall'educatore non conforme 
all'indole di lui. 



9 
E veramente per istrano metodo e per selva- 
tiche maniere di chi doveva condurlo all'appren- 
dimento della Lingua Latina (intorno alla quale 
già troppo si disse con diverse sentenze, e sfor- 
tunatamente con sì poco successo fin qui!) ei cavò 
poco frutto dallo studio della medesima; e più di 
male gli venne da ciò, perchè sentì fastidio in 
vece di allettamento nello attendere anche ad 
altre qualità di studj; e per questa sola cosa 
stette per poco che vane non riuscissero le felici 
disposizioni che natura aveva date all'animo e 
all' ingegno di lui. E forse già a quest' ora si 
tacerebbe del Conte Stefano; forse o nullo o assai 
picciolo bene egli avrebbe fatto alla sua Città, se 
un dotto e prudente Professore non veniva chia- 
mato per tempo appresso di lui, e non lo avesse 
pianamente e per cortese modo ricondotto alla 
via, per la quale egli aveva prima temuto aspro 
e spinoso il camminare. Chi lo sovvenne in tempo 
sì opportuno fu l'Abate Domenico Santi, pubblico 
Professore di morale filosofia nella Ducale Univer- 
sità di Parma, elegante scrittore latino, di cui 
nella Biblioteca di questa Città si conserva auto- 
grafa un' assai bella Dissertazione. Questi a modo 
d'amichevole conversazione, non coli' apparenza 
di volergli dar lezioni di lingue o di scienze, comin- 
ciò, quasi a solo fine di evitare la noja della 



IO 

scioperaggine , a tenergli parola or d' una, or 
d'altra cosa; e a poco a poco, mostrando che 
fosse soltanto per secondare la curiosità dell'Alun- 
no, gli facea disegnare sulla carta, o sopra una 
tavola nera, figure di geometria, e davagli spie- 
gazione delle linee e delle figure disegnate; ma 
prudentemente distoglieva da ciò il discorso, ap- 
pena s'accorgea ch'era mancata la curiosità, per 
timore che non sopraggiugnesse la noja. Spesso 
poi nella conversazione inframetteva narrazioni 
di cose storiche, notizie di Fisica, e con lodevo- 
lissimo avvedimento cominciò a condurre il gio- 
vane Stefano alle sperienze di Fisica nella Uni- 
versità, dopo che colle parole avea saputo far 
nascere in lui il desiderio di conoscere le cose. 
Per siffatto modo s' apprese in esso l' amore agli 
studj; né dopo questo tempo venne in lui meno. 
Collo stesso Professore riprese a studiare la Lin- 
gua Latina, coltivò la Geometria, la Storia, la 
Geografia, la Logica e la Filosofia Morale: e oltre 
i principj della Fisica conobbe pur quelli d'altre 
parti della Storia Naturale; e fra poco dirò donde 
ebbe origine l'ardore che in lui si mise per la 
Botanica. Credo prima opportuno, rispetto allo stu- 
dio ch'ei fece delle lettere amene, il notare che 
gli fu dato per ajo nella sua puerizia uno di paese 
estraneo, chiamato e condotto per questo uficio 



II 

presso di lui, conoscitore della Lingua Francese, 
ma ignaro del tutto della nostra;, e deesi, parrai, 
vedere in ciò la ragione, se il Sanvitale scrisse 
poi sempre colle forme francesi di miglior voglia 
che colle italiane; e se le sue scritture nella lin- 
gua nostra (che contengono assai utili cose, e 
delle quali parlerò più innanzi) non hanno quella 
eleganza e purità e proprietà di parole, che tanto 
piace ai più sottili e intendenti giudici delle grazie 
dell'italico idioma. E questa cosa, detta per amore 
alla verità, è fra le molte, le quali mostrano 
quanto potè nella qualità de' nostri studj e nella 
cultura di nostra favella l'essere stati presi gl'Ita- 
liani nel passato secolo di troppa ammirazione 
per gli Scrittori di Francia. Il perchè i nostri, 
più studiosi ed amanti delle lettere, faceano 
materia de' loro studj le carte che ci venivano 
d'oltr' Alpe, e su la forma di quelle modella- 
vano le proprie scritture; donde conseguitava 
che i giovani leggendo i libri de' nostri ch'erano 
in fama di migliori, inducevano in sé, senza loro 
consapevolezza, abito di parlare e di scrivere 
assai diverso dal nostrale. Risguardo poi al Conte 
Stefano, a questo, che era portato dall' usanza di 
que' dì, si aggiunse ch'egli, quando fu più innanzi 
nella vita, dovette, per gli uficii suoi, valersi le 
più volte di lingua forestiera, e perchè forestieri 



12 

erano molti di quelli coi quali avea parte negli 
affari civili ed in comune il conversare, e perchè 
fu in tempi ne' quali voleasi quasi distrutta la 
lingua de' nostri padri. 

Ora seguitando dico che l'Ajo suo, amantissimo 
della Botanica, aveva ottenuto dal Padre di Stefano 
un giardino, nel quale coltivava diverse qualità 
di piante, d'erbe e di fiori, ed avea stretta ami- 
cizia coir Ab. Guatteri, allora Professore reputa- 
tissimo di Botanica nella Università di Parma. 
Da prima il Giovane udiva i discorsi del Profes- 
sore e dell' Ajo per sola curiosità, ma di lì a 
poco pel diletto che traea da que' famigliari ragio- 
namenti e dalla considerazione delle cose, intorno 
le quali era il loro più frequente ragionare, ei 
volle apprendere qualche principio che lo gui- 
dasse ad alcuna esatta cognizione di quel che 
vedeva ed ascoltava; e il diletto ch'egli ne ricevè 
fece che in breve il Guatteri ebbe nel Conte Ste- 
fano un amorevole e studiosissimo discepolo, e un 
animoso compagno ne' viaggi che faceva per lo Sta- 
to Parmigiano a fine di conoscerne la Mineralogia. 
Cosicché si strinse fra loro tale amicizia, che si 
mantenne finché durò la vita al buon Professore; 
il quale dedicò al Sanvitale una pianta col titolo 
di Sanvitalia prostrata, o procumbens; e l'Alunno 
conservò gratissima ricordanza di lui in tutta la 



i3 

vita sua, e più d'una volta lo ricorda con molto 
affetto nelle sue scritture. Anzi dalle molte scrit- 
ture dello stesso Guatteri, raccolte, dopo la morte 
sua, dal Conte Stefano, apparisce chiaro che que- 
sti avesse in pensiero di scriverne, o di farne scri- 
vere da altri la vita; e certamente sono in quelle 
carte assai cose, che meriterebbero d'essere cono- 
sciute anche a' nostri dì, sì pel merito di quel- 
l'ottimo Professore, e sì perchè si sapesse quello che 
allor si facea, affinchè le cognizioni de' Sapienti 
venissero alla utilità dell' agricoltura patria, e 
delle arti più opportune al paese nostro. 

I Genitori di Stefano vedendo in lui tanta incli- 
nazione alla Botanica, acconsentirono ch'egli avesse 
un orto, e che potesse acquistare cose di Storia 
Naturale, dal che ebbe principio il suo Gabinetto, di 
cui verrà in acconcio il fare altre volte menzione. 

Fra le discipline alle quali era informata l'età 
sua giovanile, debbonsi annoverare pur quelle del- 
l'arti gentili, proprie alla istituzione d'ogni gio- 
vane d'alto e nobile legnaggio, intorno le quali 
(per rispetto ai ricchi) può dirsi quel che solea 
dir Tullio della lingua nativa, che non è lode il 
conoscerle, sì è vergogna l'esserne ignari. E quando 
in esse non si consumi il tempo, che vuoisi util- 
mente speso nelle cure della famiglia o de' parenti, 
e nei negozj della città, si han questi, fra altri 



beni, die viene educato il gusto al sentimento 
squisito della grazia e della bellezza; che si acqui- 
sta disposizione a godere soavi diletti dalle opere 
della natura e dell'uomo; che s' ingentilisce 1' af- 
fetto; che si accresce amore al decoro, alla one- 
stà e alle condizioni di sempre più perfetta civiltà: 
anzi mi sia pur conceduto il dire, eh' esse sono 
strumento di vera civiltà; e che i ricchi diritta- 
mente educati al bello sono cagione, e delle più 
importanti, che le Arti si mantengano in fiore non 
tanto per le opere di loro medesimi, e per la splen- 
didezza colla quale rimunerano gli artisti, quanto 
perchè la purezza e sottilità del loro giudicio è 
freno e regola all'artista, onde nella esecuzione 
delle opere sue attenda alle vere e sicure leggi, 
secondo le quali la fattura della sua mano riesca 
conforme ai sempre belli esemplari delle più felici 
età, e agli eterni modelli che ne dà la natura. Per sì 
fatta guisa la ricchezza concorre potentemente al- 
l'onore de' popoli, e in ispeciale maniera di quelli 
che hanno più squisita attitudine a sentire il bello 
e a significarlo, o vuoi colle arti del disegno, o 
vuoi con quelle della parola. E il giovane Stefano 
ebbe a Maestri di esse i più reputati Professori non 
solo del cavalcare, dell'armeggiare e del ballare, 
ma e della Musica e del Disegno e della Pittura. 



i5 
CAPO III. 



N. 



Idi' anno 178 1 i Genitori suoi, che dovettero 
per domestici affari recarsi a Genova, lo volle r 
seco; e da Genova andò colla Madre a Nizza, indi 
a Marsilia, a Tolone, e tornò in Italia attra- 
versando le Alpi. Questo viaggio fu al Giovinetto 
assai dilettoso, come a colui che di mente e di fan- 
tasia vivacissima, si piaceva fin d'allora allo spet- 
tacolo delle grandi opere dell'uomo e della natura; 
e la vista del mare e delle montagne gli riempì 
l'animo d'altissima e durevole maraviglia. Quella 
stessa indole sua cotanto fervida lo faceva arden- 
temente desideroso della milizia; forse anche per- 
chè gli si desse in tal modo più facile occasione 
di recarsi in terre lontane e di veder nuove cose: 
ma l'amore che di lui avevano i Genitori, l'essere 
egli il Primogenito, impedirono che venisse adem- 
piuto il suo desiderio, a cui però in qualche parte 
fu soddisfatto; poiché nel 1784 gli fu dato grado 
fra le Regie Guardie del suo Principe, D. Ferdi- 
nando di Borbone. 



i6 

In questo stesso anno partì da Parma per visi- 
tare F Italia, e, per lodevole prudenza de' Genitori 
suoi, partì in tale età, e sì ben fornito di cogni- 
zioni, da ricavare buon frutto di sapienza e di 
vero diletto dalle molte e degne cose che gli si 
sarebbero offerte in ogni anche più negletta parte 
di nostra terra. Egli andò alle principali città 
dell'Italia meridionale, e si trattenne in ciascuna 
a considerare quanto V era di più notevole per 
Istituti pubblici e privati, i più bei monumenti 
dell'Arti, le Accademie, le Biblioteche; e da per 
tutto godea di vedere e conversare cogli uomini 
più chiari per dottrina e per sapienza, con molti 
dei quali strinse onorevoli amicizie. Di che si vuol 
dar merito, non alle sole raccomandazioni della 
Famiglia sua, per le quali aveva adito presso le 
più cospicue Famiglie d'ogni città (che quelle non 
poteangli procacciare se non gentili accoglienze 
per alcuni dì), sì alle doti dell'animo e dell'in- 
gegno , per le quali s' ingenerava in altri esti- 
mazione e durevole affetto verso di lui. 

Dalla Sicilia si recò a Malta, ed ivi esami- 
nando, come negli altri luoghi avea fatto, le pro- 
duzioni de' terreni, e conversando con chi era 
profondo conoscitore delle molte parti della Storia 
Naturale, sentì riaccendersi 1" amore a queste scien- 
ze, si propose di coltivarle di proposito, e intanto 



*7 
faceva abbondante raccolta di cose, che poi gli 
doveano essere materia di studj e di onesto ricrea* 
mento all'animo. Degno è anche di essere notato 
che da per tutto egli guardava attentamente alla 
condizione del popolo, alla qualità dell' industria 
e del commercio, ai provvedimenti e alle leggi de' 
Governi e alle istituzioni de' privati, onde solle- 
vare dalla miseria que' molti che in ogni luogo 
abbisognano dell'altrui soccorso. Vuoisi accennare 
eziandio quel ch'egli diceva dopo, che l'amore delle 
scienze non giovò solamente a fargli godere ne' suoi 
viaggi copioso numero d'onesti piaceri; ma anche 
ad evitare ch'ei non cadesse in funestissimi mali, 
a cui la giovane età e il possesso di abbondante 
quantità di danaro poteano leggiermente indurlo 
in luoghi ove al male è la via facilissima. Ed 
egli stesso dopo molti anni ricordava e scriveva 
degli utili consigli ed amorevoli da lui uditi in 
Malta da un dotto e reputatissimo uomo, col 
quale ivi ebbe e spessi e lunghi e dilettosi ragio- 
namenti. 

Il desiderio di farsi più ricco di cognizioni e 
la vaghezza di veder nuove terre e costumi di- 
versi lo allettavano per una parte a dilungarsi 
ancora dalla terra nativa ; ma 1" affetto a' suoi 
Genitori e a' Parenti, ch'ebbe grandissima forza nel- 
l'animo suo in tutta la vita, il ricondusse a Parma 



i8 

nel 1786, dove era già stato eletto dal suo Principe 
Gentiluomo di Camera con esercizio il 27 Novem- 
bre 1784, del qual favore egli avea debito non 
tanto alla grazia in cui era tenuto dal Duca il 
padre suo Alessandro, quanto alla buona fama che 
di lui stesso era penetrata in Corte sì rispetto alla 
nobiltà e gentilezza del costume, e sì alle ottime 
doti del cuore e dell' ingegno. Né appena ei fu 
tornato si mostrò vago di comparire nei crocchi 
a far pompa di vana garrulità, narratore infinito 
di frivolezze: amò meglio darsi a' suoi cari studj , 
ai quali per potere attendere con più di tran- 
quillità e continuatamente, pregò, dopo qualche 
tempo, di essere disobbligato dalle incombenze del 
suo grado; al qual desiderio venne per grazioso 
modo acconsentito, e lasciatogli l'onore del grado 
stesso per dimostrazione di speciale benevolenza. 
Nello stesso anno 1786, il dì 7 Febbrajo, fu eletto 
socio dell'Accademia filarmonica di Parma; e il i3 
Luglio 1788 della Reale Accademia parmense di 
Pittura, Scultura ed Architettura, nella quale 
fu poi Accademico consigliere con voto il i3 No- 
vembre 1802. 



J 9 
CAPO IV. 



L i ell'anno 1787 condusse in moglie la Principessa 
Luigia Gonzaga, dell" illustre Famiglia che tenne 
un tempo la Signoria di Mantova. Ella portò allo 
Sposo copiosa dote di ricchezze materiali, e una 
ancor più preziosa di virtù; gli fu amabilissima 
per dolcezza d'indole e di modi, benigna e pietosa 
a tutti, madre di famiglia ottima, prudentissima. 
Con lei entro le domestiche pareti, fra le cure de' 
figli ond'ebbe lieta la casa, e coli" applicazione ai 
diletti suoi studj , passò tempo felicissimo. Allora 
tentò pel primo presso di noi la coltivazione di 
molte piante, i semi delle quali aveva portato da' 
suoi viaggi, e fra l'altre ebbe ottimo riuscimento 
di quella del cotone che coltivò in Fontanellato, 
in quella terra, che doveva per le opere di lui 
venire in molta fama, ed ove fin da giovinetto 
avea cominciato a spargere i suoi beneficii. Né gli 
studj erano a suo solo e particolare diletto; perchè 
adoperò eh' essi producessero frutto di comune uti- 
lità. Imperocché quando nel 1792 morì in Parma 
il Professore di Botanica Ab. Guatteri, dolorosa 



20 

perdita a tutti che il conoscevano, dolorosissima al 
Sanvitale, questi acconsentì di buona voglia all' in- 
carico affidatogli dal Ministro Conte Cesare Ventura 
di indicare al Governo chi valesse a tenerne le veci:, 
e giudiziosamente propose il giovane Diego Pascal, 
il cpiale dopo di essere stato inviato, per consiglio 
del Conte Stefano, a studiare ancora per qualche 
tempo la Botanica in Torino, fu con gran giubilo 
e a grande onore accolto dagli scolari deir Univer- 
sità di Parma, i quali lo ebbero poi sempre in 
molta estimazione. Il Sanvitale, oltre questo utile 
uficio, sostenne pur l'altro, parimente a ciò dal 
Governo incaricato, di assistere colle sue cogni- 
zioni il novello Professore per la cattedra, ed altra 
persona a cui era stata data la cura dell' Orto 
botanico; nel che generosamente prestò l'opera sua 
anche per condur questo in istato migliore e per 
farlo più ricco. A tal fine di comune utilità e di 
decoro, per suo consiglio e proposta, si procacciò 
al Giardino di Parma una di tutte le specie dupli- 
cate di quel di Colorno; con fatiche e dispendj 
fece venire da ogni parte libri di molta intrinseca 
bontà, e sì di alto prezzo; comperò molte specie 
di cose che mancavano alle sue raccolte; venne 
arricchendo il suo particolare Gabinetto di Storia 
Naturale, di Zoologia, di Conchiologia e di Mine- 
ralogia, e per ciò solo si recò nel 1797 a Torino: 



21 

perchè egli non poteva starsi contento, e la qua- 
lità di questi studj noi comporta, alle cognizioni 
che acquistava coi libri e colla propria esperienza : 
questa vuol fatta e da molti, e in molti luoghi 
differenti e lontani, e nel medesimo tempo, e spesso, 
non solamente sopra specie diverse di piante, di 
fiori, d'animali, ma in individui della medesima 
specie, in paesi situati sotto diverse guardature 
di cielo, più o meno elevati, e per tutti i diffe- 
renti gradi di temperatura. E il Conte Stefano, 
avidissimo di distendere i confini delle proprie 
cognizioni, di renderle, per quanto possibil fosse, 
e più chiare, e più precise, continuò la sua corri- 
spondenza di lettere cogl' illustri Naturalisti da 
lui conosciuti di presenza ne' suoi viaggi, e l'al- 
largò d'assai con altri uomini celebri, un Ortega 
e Cavanilies di Madrid, un Achard di Berlino, un 
Jacquin di Vienna, e più tardi un Viviani di 
Genova, per tacere di molti d'altre città, prin- 
cipalmente di Germania, ove fioriscono gli studj 
d'ogni sorta, ma in maniera straordinaria tutti 
quelli che si comprendono sotto la comune appel- 
lazione di Storia Naturale. Né ivi a siflàtti studj 
si danno que' soli che ne fan materia di loro con- 
tinue investigazioni, sì anche la più parte di chi 
frequenta le Università germaniche, che sono e 
molte e con giustizia altamente rinomate; e son 



22 

pochi fra i più ricchi e più agiati di que' paesi 
che non conoscano, e ben innanzi, per principj 
scientifici, qalche parte di queste dilettevoli disci- 
pline; del che ha prova ciascuno che visita quelle 
contrade, in cui vede molti Gabinetti di Scienze 
e pubblici e privati, moltissimi giardini ed ame- 
nissimi, ove son coltivate infinite varietà di pian- 
te, d'erbe e di fiori, e dove è vinta anche la poco 
favorevole condizion del terreno e delle stagioni 
dalla sollecita industria e dagli ottimi avvedimenti 
di quegli appassionati cultori della Storia Naturale. 
In proposito di che aggiungo, che un Chiarissimo 
Professor Torinese, 1' Ab. Baruffi, ha scritto e 
pubblicato che ne' suoi viaggi fatti in quasi tutte 
le Provincie della Germania ha udito lamentarsi 
da molti pubblici Professori, e privati coltivatori 
di queste Scienze, la difficoltà, e quasi impossi- 
bilità di legare corrispondenza con dotti Italiani 
a fine di comunicarsi le osservazioni, le scoperte, 
lo esperienze che si van facendo pel perfezionamento 
delle medesime, e di ricambiarsi le scritture e i 
libri che intorno a ciò vengono nei diversi luoghi 
pubblicati, e molte specie di cose che sono nuove o 
al nostro clima, o al loro. A stringere quest'ami- 
chevole ed onorata corrispondenza daranno opera 
i valentissimi Professori che vanta tuttavia V Italia 
in molte sue Università; ma siffatto onore sarà, 



23 

per molta parte, de' ricchi, che possono sostenere 
le spese di lunghi viaggi e della compera di cose 
che voglionsi cercare lontano da noi. 

E per la città nostra fu a ciò propizio e felice 
il tempo, ch'io poc'anzi indicava, parlando del 
Conte Stefano; poiché l' amore che lui accendeva 
s'era appreso, e fortemente, anche al fratel suo 
Conte Federico, Cavaliere Gerosolomitano; egli ebbe 
in sue delizie gli studj della Storia Naturale; erasi 
fornito di ricca libreria di tali materie, e formato 
un Gabinetto, che poscia accrebbe quello del fratello 
Stefano. E alla pietosa anima di questo ghignerà 
caro, io spero, che qui si ripetano, insieme alle 
sue, le lodi di Federico, a lui date in pubblica 
scrittura da giudice equo, intendentissimo , dal 
Chiarissimo Signor Giorgio Jan, Professore di Bota- 
nica in Parma, chiamato a questa Cattedra, perchè 
il Sancitale ne fece conoscere all'Augusta Maestà 
di MARIA LUIGIA il merito e la sapienza. Questo 
Professore in parlando della propria Eaccolta d'in- 
setti dice: » In Parma poi ebbe insigne incremento 
» per la riunione alla collezione degl' insetti d' ogni 
» ordine fatta dal Conte Federico Sanvitale, nome 
» abbastanza cognito ed illustre fra i Naturalisti. 
» Dopo la sua morte, da tutti compianta, avve- 
» nuta nell'anno 1819 (il 49 di sua età) la sua 
» ricchissima raccolta d' insetti passò insieme a 



24 

» quella di altri oggetti di Storia Naturale ed ai 
» libri scientifici che ad esso appartenevano in 
» proprietà del Conte Stefano di lui fratello (già 
» prima posseditore di un cospicuo Gabinetto di 
» Storia Naturale), il quale riunì le raccolte del 
» defunto alle sue, tranne quella degl'insetti cedu- 
» tami dalla generosa sua filantropia ». E in altro 
luogo soggiunge: » L'insigne raccolta degl'insetti 
» di questo altrettanto dotto, quanto modesto cul- 
» tore di Storia Naturale era notissima ai più cele- 
» bri fra i trapassati e viventi Entomologhi Italiani 
» del secolo, il Professore Bonelli ed il Marchese 
» Spinola, de' quali fu amicissimo; e non meno 
» nota al principe degli Entomologhi Francesi, il 
» defunto Latreille: di tutti questi illustri uomini 
*> egli fu assiduo corrispondente: ed essi fanno e 
» di lui e della raccolta stessa onorevole menzione 
» nelle loro opere. Io ho radunati molti materiali 
» de' suoi scientifici lavori che attestano l'esten- 
» sione e la profondità delle sue cognizioni nella 
» Storia Naturale. La sua modestia non gli permise 
» di farli di pubblica ragione quando visse. Sia 
» qui concesso da un suo ammiratore di spargere 
» sulla sua tomba un fiore di rimembranza per 
» tutti che lo conoscevano e quindi l'amavano ». 
Riferirò pure le seguenti parole rispetto al Conte 
Stefano, dello stesso signor Professore Jan, perchè 



25 

d'uomo la cui generosità di sentimenti non può 
lasciare sospetto che fossero dettate da bassa adu- 
lazione. Accennando il Ch. mo Professore le conchi- 
glie dei Molluschi marini viventi dice: » Venni 
» incaricato di ordinare la ricca raccolta di Sua 
» Eccellenza il Conte Stefano Sanvitale, Gran Ciam- 
» berlano e Consigliere Intimo di Sua Maestà, 
» col quale fui per molti anni convivente, qual 
» figlio in casa di padre amorevole: questi coli' in- 
» nata sua filantropica liberalità mi cedeva in 
» dono le specie duplicate; le quali in molta copia 
» formarono il nucleo della raccolta da me in se- 
» guito con molto dispendio aumentata. Mi sento 
» l'animo commosso da inesprimibile affetto di gra- 
» titudine ogni volta che ritorno con esso sopra 
» la cordialissima ospitalità ed i sommi beneficii 
» che mi usò quest' uomo generoso , il quale non 
» solo poneva la ricca e scelta sua biblioteca delle 
» Scienze Naturali a mia continua disposizione; ma 
» faceami altresì grazioso dono di molti libri della 
*> medesima ». 

Ma tornando al tempo che io dicea felice per la 
cultura che facevasi in Parma delle Scienze Natu- 
rali , debbo agiungere , fra chi più ardentemente 
le amò, il nome del Conte Filippo Linati, insigne 
per virtù, per dottrina e per altezza d'ingegno, 
di cui la nostra Città piange tuttora la perdita, 

4 



i6 

e al quale il Conte Stefano professava veracissima 
estimazione ed amicizia. 

È anche a lode del Sanvitale il dire, che per 
lui s' ingenerò amore di queste scienze, e in 
particolare della Botanica, in uno che entro pic- 
ciol tempo ne divenne cultore espertissimo, e ne 
sarebbe stato, se que' tempi non con ducevano 
avvenimenti contrarli, larghissimo protettore, come 
lo era già di altre scientifiche discipline, e di 
dotti uomini e scienziati. Intendo del Principe 
Lodovico, figlio a D. Ferdinando, il quale già 
molto innanzi istruito in molte qualità di studii, 
a cui il rendeva attissimo l'indole temperata e 
mansueta, udendo dal Conte Stefano, col quale 
aveva amichevole famigliarità, le molte lodi che 
questi facea della Botanica, della Mineralogia e 
delle altre parti delle scienze della natura, ei volle 
non ignorarne più a lungo i principii; si propose 
di apprenderli, ed al proposito seguì immediata- 
mente T effetto. Fin dalle prime lezioni sentì il biso- 
gno di possedere le cose alle quali si riferivano 
le osservazioni del Professore; ed in breve il nuovo 
discepolo ebbe adunato copiosa suppellettile per un 
Gabinetto; e mentre accresceva le proprie ricchezze, 
era cortese d'una parte delle medesime all'amico 
suo, con cui aveva onesta gara di studii. L'uno 
e l'altro di loro avea già raccolto con ispeciale 



2 7 
diligenza gran parte delle produzioni naturali di 
questi Ducati; e il Principe raccomandò al Sanvi- 
tale che trovasse persone abili a disegnare e colo- 
rire quelle del suo Gabinetto. Quest' opera era 
incominciata, e bene innanzi condotta, quando 
Lodovico partì da questi luoghi per recarsi a Ma- 
drid, d'onde mantenne corrispondenza di lettere 
per cose scientifiche e per affetto col Sanvitale, 
significatrice di cortese benignità in quello, di me- 
rito e di bontà in questo. Ma l' opera di grave 
dispendio incominciata, rimase, per delicatezza del 
Conte Stefano, a suo carico. Aggiungo qui cosa, 
la quale in ordine a' tempi dovrebbesi porre più 
sotto: che avendo egli per ufici e per altre cure 
abbandonato questi studii , allora che li riprese 
tornò a metter l'opera alle sue Collezioni e ad 
accrescerle tuttavia, particolarmente delle cose de' 
nostri Stati: e quando vide pubblicarsi dal chiaris- 
simo Professore Paolo Savi l'Ornitologia della To- 
scana, gli fu grave assai di non avere egli già 
prima pubblicata la sua di questi Stati, di cui la 
materia era quasi in punto e compita. Ed oltre 
all'Ornitologia mise in ordine, e fece disegnare e 
colorire le altre sue cose, insetti, conchiglie, fos- 
sili fluviali e terrestri ; e a tutto avea posti i nomi „ 
e scritte alcune osservazioni. Nella Prefazione poi, 
che tuttavia si conserva manoscritta (né l'opera 



28 

stessa che voleva dedicata alla memoria del Prin- 
cipe Lodovico fu mai pubblicata) oltre la perizia 
sua in siffatte materie, apparisce e piace assai il 
grande amore eh' egli nutriva per tutte le cose 
della sua terra. 



2 9 

CAPO V. 



^£uel che si è detto della famigliare consuetudine 
che Lodovico aveva col Sanvitale mostra la stima 
e la fiducia del Duca Ferdinando verso di lui; della 
quale estimazione e fiducia fu pur segno apertis- 
simo F essere stato il Conte Stefano destinato al- 
l'esercizio delle incumbenze del suo grado nel 1791 
presso la Principessa Vittoria, Zia del Duca, che 
si fermò per alcun tempo in Parma; il venire 
eletto dal Duca stesso nel 1796 a suo Ufflziale in 
attività di servigio, siccome ora direbbesi, Aiu- 
tante di Campo; e l'incarico ch'ebbe di adem- 
piere agli ufici di Corte tra Principi e Principi 
nel 1798. Nei tempi poi di spessi passaggi di estere 
milizie per questi Stati, il Principe mostrò desi- 
derio che i Capi delle medesime avessero stanza 
nel Palazzo del Sanvitale, dicendo ch'egli allora 
sarebbe stato d'animo tranquillo. E il Conte 
Stefano ebbe, come Uffiziale , a prestare per la 
quiete e tranquillità del Duca ardue opere e diffi- 
cili in tempi difficili e pieni di perturbazioni; nelle 
quali ei fu zelante e fedelissimo; e degno è che 



3o 

si sappia ch'ei riuscì a questo, fra gli altri beni, 
d'impedire che venisse pagata una grave somma 
imposta ingiustamente per arbitrio di un Generale 
Francese ( Montrichard ). Ma dallo stesso suo ado- 
perarsi ad ottimo fine, e con felice riuscimento, gli 
venne cagione di gravissimo affanno. Egli era, e 
a tutti si mostrava d'animo leale ed apertissimo, 
alieno dal sospettare in altri simulazione e dop- 
piezza e intendimenti diversi da quelli che appa- 
rivan di fuori; non solito per ciò a guardarsi da 
brighe e frodi, delle quali sapeva di non avere a 
che temere. Fuvvi uno a cui tornava necessario 
che sopra altri cadesse il giudizio di un errore 
da quel medesimo commesso; e potè fare che l'er- 
rore venisse attribuito al Conte Stefano. Questi si 
tenne dal volere egli stesso investigare donde aveva 
mosso contro di lui l' ingiuria e 1' accusa. Dopo 
alcuno spazio di tempo la verità venne in luce; 
il Principe la vide chiarissima, e al Sanvitale offerì 
qual più gli piacesse dimostrazione dell' essergli 
stati grati i molti e fedeli servigi suoi. Ma sì in 
questa che in altra occorrenza, nella quale il Duca 
gli diede siffatta prova di stima, il Conte Stefano 
mostrò quanta era la nobiltà dell'animo e la gene- 
rosità de' suoi sentimenti. Ei non domandò mag- 
giore altezza di gradi; non insegne d'onori; non 
autorità per ufici; non guiderdone alle molte e 



3i 

gravissime spese sostenute dalla sua Famiglia pel 
decoroso accoglimento nel suo Palazzo, e pel con- 
veniente trattamento di molti, che in parecchi anni 
stettero, e talvolta a lungo, nella sua Casa: egli 
pietosamente pregò il Principe a volgere gli atti 
della sua liberalità a quelli tra i sudditi suoi, 
che più abbisognavano di sovvenimento; e molto 
egli aveva già conseguito, se contraria fortuna non 
interrompeva gli ottimi disegni suoi; poiché avealo 
disposto ad accogliere e a sostenere col suo patro- 
cinio gì' Istituti di beneficenza, di cui fra poco 
si favellerà. Che se anche poca ambizione fosse 
stata nelF animo suo, eran molte le occasioni che 
avrebbero potuto movere e suscitare in lui desi- 
derii per la certezza, quasi, che sarebbero adem- 
piuti; poiché oltre quelli che avevano altissima 
potestà nelle cose militari e nelle civili, e che stet- 
tero lungamente in sua casa, e con lui ebbero do- 
mestichezza, e vincoli di gratitudine per generosa 
ospitalità, ebbe ospiti nel proprio Palazzo il Pon- 
tefice Pio VII. e F Imperatore Napoleone. Onde 
fu in lui da sola virtù il desiderio di rimanersi, 
per quanto più il potè, in condizion di privato, 
nella quale mettea ogni cura, e tutti i pensieri in- 
tendeva alle cose di sua Famiglia, a' prediletti suoi 
studi, a sovvenimento degl'infelici, e all'adempi- 
mento de' più dolci ufici di Figlio, di Marito e 



32 

di Padre amorosissimo. Che se nel i8o3 accettò 
il grado di Generale di Brigata conferitogli dalla 
Regina d' Etruria, vedova di Lodovico, e nel 1806 
l'incarico di Podestà di Parma, l' acconsentimento 
al primo nficio vuoisi attribuire alla grata me- 
moria cieli' antica amicizia sua con Lodovico, la 
quale non gli avrebbe conceduto di ricusare un 
segno di tanta benevolenza dalla Sposa del mede- 
simo; l'accettazione del secondo fu perchè il debito 
di cittadino e la riverenza all'Imperatore il move- 
vano a prestarsi per la patria sua in quello ove 
1' opera di sé era creduta necessaria e desiderata 
e richiesta. 

Ma prima di passare a tener discorso delle cose 
principali eh' ei fece a comune utilità, e come 
Fondatore d' Istituti di Educazione e di Arti e 
d' Industria, e come Magistrato, parmi non debba 
essere disconveniente il considerare, sebben per 
poco, le sue domestiche virtù, le quali sono il 
fondamento alle pubbliche, e quasi dissi, scala a 
queste; e per l'abbondante o picciol numero delle 
prime, nelle singole case o famiglie, si ha non ingan- 
nevole argomento di quel che è, o esser deve il 
pubblico costume, la pubblica fede, la pubblica 
moralità. Né del Sanvitale, conosciuto e celebrato 
da tutta intera una città, senza differenza d' or- 
dini, di gradi, di condizioni, importerebbe che si 



33 

dicesse in modo particolare, oltre quello che già 
si è accennato, quanto ei fu buono entro le dome- 
stiche pareti, se non mi vi conducesse il pensiero, 
che questa tenue e semplice mia scrittura po- 
tesse cader nelle mani di qualche giovane, e da 
lui fosse letta: in tal caso vorrei che per essa alme- 
no si scorgesse per quali gradi pervenne queir Il- 
lustre, mediante l'esercizio delle più soavi e fami- 
gliari virtù, a conseguire la universale estimazione. 
E a ciò credo bastare che si sappia ch'ei fu, giovi- 
netto, riverente e amorevolissimo verso i suoi Geni- 
tori, e verso di loro osservantissimo in tutto il tem- 
po che potè onorarli viventi:, e che grande amore 
lo stringeva a' Fratelli e a tutti di sua Famiglia; 
di che abbiasi non dubbio argomento nell" opera 
che qui vuole essere narrata. Il modo della vita 
sua aveagli meritata tanta confidenza dal Padre, 
anche rispetto alla condotta ed al maneggio delle 
cose domestiche, che il richiedeva di consiglio pri- 
ma di deliberarsi ad alcuna di grave momento; e il 
Conte Stefano in luogo di mostrarsi desideroso di 
occasioni onde prender parte agli affari, s' induceva 
a questo solo, di esporre, perchè richiesto, l'opi- 
nion sua. Quando poi il Conte Alessandro volle ce- 
dergli intera 1' amministrazione del proprio patri- 
monio, (ad assumere la quale egli si indusse per 
sola riverenza alla volontà del Padre) mostrò senti- 

5 



34 

mento d'equità e di giustizia, direi quasi, singo- 
lare. Secondo le leggi intorno alla divisione de' beni 
e alle successioni nelle Famiglie che godevano dei 
diritti feudali, e nelle quali erano stabilite le pri- 
mogeniture, il Conte Stefano, primogenito della Fa- 
miglia sua, avea pieno diritto alla intera proprietà 
de' beni, col solo obbligo di dare a' Fratelli mi- 
nori un'annua provvigione, come portava la con- 
suetudine e gì' istituti della Famiglia medesima. 
Ma egli non avrebbe potuto con tranquillo animo 
sostenere d' essere in uno stato di fortuna migliore 
troppo di quello ov' erano gli amatissimi Fratelli 
suoi: ne parlò, e con fervore, al Padre; ma si tenea 
obbligo di giustizia, pei diritti degli avvenire, il 
conservare rigorosamente quel eh' era da lungo 
tempo stabilito. Ond' egli si formò nel proposito 
di rimanersi nella condizione d' allora, e che il 
Padre tenesse in sé tutti i diritti che avea fiuo a 
quel tempo esercitati: né volle acconsentire all'e- 
sercizio e al godimento dei privilegi di primogenito, 
se non quando potè dare a' Fratelli suoi il doppio 
di quell'annua provvigione che loro era assegnata. 
E questo ei fece prima che la voce e le ragioni de' 
Filosofi fossero penetrate tanto innanzi da far rico- 
noscere in quelle leggi difetto di giustizia; e prima 
che la suprema Autorità avesse costituito il pre- 
sente ordine di legislazione, del quale godono le 
più civili e eulte Nazioni d' Europa. 



35 

Degno è che si sappia, eli' egli fu amorosis- 
simo sposo, e giusto estimatore delle virtù di 
Colei ch'ebbe saggia e spettabilissima Compagna, 
alla quale nella assai lunga malattia, che poi do- 
vea rapirgliela, consacrò e cure e vigilie e lagrime 
infinite, e della quale, fin eh' ei visse, esaltò le 
molte doti del cuore e dell' ingegno; che le più 
pure sorgenti di diletto nella vita egli ebbe dallo 
stato di Padre; e che usò le più prudenti solleci- 
tudini, perchè tutti i Figli suoi avessero elettissima 
istituzione per buon coltivamento d' affetti cogli 
esercizii delle virtù, e delle potenze intellettuali 
colle più nobili discipline e con ogni arte gentile. 
E F amore della pace domestica e della universale 
concordia il fece sollecito a mettere ogni cortese 
uficio per ricondurla ov' essa mancava, al che ebbe 
spesse occasioni e come privato, e come Magistrato; 
e tanto erano, rispetto ad altrui, moderate le sue 
parole, che da esse mai non venne materia d' in- 
vidie, d'ingiurie, di gelosie, o d'altri tristi effetti 
tra' suoi concittadini. Ei fu di rado, anzi (quando 
il potea con buona ragione) quasi non mai, fra 
romorosi sollazzi, neppure in sua giovinezza; che 
nimico era di consumar tempo in vanità. Convien 
pur che si sappia, ch'ei fu in sommo benevolo e 
mansueto verso i famigliari, ai quali usava tal dol- 
cezza di modi e di parole, conservando dignità, 



36 

che induceva in loro necessità d'esser buoni, non 
pel comando di lui, sì per riverenza, e per timore 
di non fare contro il desiderio e il consiglio del 
loro ottimo Signore. 

Tanta amorevole dolcezza verso gì' inferiori;, 
T affettuoso rispetto agli uguali; il naturale inchi- 
namento ai beneficii, confermato da virtuosa ele- 
zione della volontà; la sincera e pura riverenza 
alla Divinità, a cui non mancò mai di prestare, 
secondo la Religion nostra, il debito culto e gli 
atti di ardente venerazione; e la benevolenza a 
tutti gli uomini; l'indole temperata, e la frugalità, 
a cui era stato fin da fanciullo assuefatto; 1' ani- 
mo riverentissimo del Giusto, che prendea regola 
da sé nel far misura e giudicio dello altrui, faceano 
eh' egli gustasse le più pure dolcezze, la interna 
pace e la tranquillità. Ma non vuoisi taciuto che 
la malizia e la frode si giovò talvolta delle virtù 
di lui a propria utilità, e potè trasmutargli in 
sorgente di amarezze e di dolore quel ch'essergli 
dovea fonte di compiacenza e di consolazione. 
Né fu per difetto di mente eh" egli tal fiata non 
evitò l'inganno; sì per molta generosità di cuore, 
che non gli permetteva di usare quegli avvedi- 
menti (pur troppo necessarii finché la virtù non 
sarà abito universale, e quando il sarà?) che ad 
altri avrebber fatto sospettare eh' ei non avesse 



3? 
di lor piena fede; e non gli bastava la forza di 
far sentire a chi avea peccato la vergogna del 
male scoperto. Dica altri che alcuna volta cedette 
troppo facile alla compassione; che n' ebbe danno 
il suo patrimonio; che il beneficio suo cadde talora 
sopra chi non ne avea merito, sopra tali che 
dopo ne abusarono; e che pur anche 1' affetto suo 
ardentissimo non fu tenuto sempre dal freno della 
più severa ragione. Domanderò se in questa terra, 
ov'é tuttavia ancor tanto di male, alcun può indi- 
care un uom perfettissimo? Domanderò, se alcun 
si lamenta, perchè quel rivo, che placido scorre e 
copioso a rendere co' suoi purissimi umori ameni 
i prati e fertili i campi, a dar nutrimento a frut- 
tuose piante e a fiori di vaghissimo giardino, nel 
suo corso ravviva un'erba disutile o qualche pianta 
di nessuno o anche di amaro frutto? Dirò bensì che 
tutte le sue operazioni movevano da buon propo- 
sito, e miravano a buon fine; dirò che quand' ei 
vide essere sol per poco uscito dai confini, che erasi 
fermamente prescritti, pianse V errore, e larga- 
mente ne fece ammenda contro sé medesimo. 

Aggiungo in fine, per ciò che riguarda ai senti- 
menti di lui entro le domestiche mura, che quanto 
ebbe ardente l'affetto ai congiunti, altrettanto gran- 
de e vivo sentì il dolore della lor perdita: e che 
la sola memoria delle loro virtù potea confortarlo 



5 



8 



ogni volta che col pensiero ricorreva al tempo in 
cui gli erano compagni nella vita; onde nelle stesse 
sue scritture degli ultimi anni rimemorava con soa- 
ve pietà e F Avo e i Genitori e la Sposa e i Fra- 
telli e le Figlie che lo precedettero nella partita 
di questa terra. Per tali vie, senza ch'egli avesse 
per fine l'acquisto di lode e di fama, era già salito 
in alta estimazione, era da molti riverito come 
benefattore, e il suo nome suonava lor dolce come 
quello di un padre: e se le opere sue di vero ed 
amorevol Padre de' poveri non si stendevano a prò 
di tutti quelli, ai quali era inclinata la sua mise- 
ricordia, avevano, per unico confine, la sua pos- 
sibilità. 



3 9 
CAPO VI. 



Se 



>olo nel 1801 egli potè seguire liberamente la 
naturale sua inclinazione, e il desiderio, se pur 
fosse ad uora conceduto, d'asciugare le lagrime 
d'ogni infelice, di provvedere ai bisogni dell' in- 
fermo, dell'orfano, della vedova, del vecchio e del 
fanciullo. Ma prima ch'io entri a favellare di quello 
che gli aprì la via alle seguenti infinite opere di 
pietà, è da notarsi, che come a ben conoscere ed 
estimare con giustizia il merito degli uomini più 
chiari per dottrina e potenza d'intelletto, quando 
si studia nelle loro scritture, è necessario cercare 
le relazioni e le attinenze delle idee loro princi- 
pali, e tener dietro nelle loro carte ai concetti più 
importanti (perchè di que' concetti, in apparenza 
disgiunti, formasi un tutto a certo fine determi- 
nato); così in ciascuna delle cose che il Conte 
Stefano operò dopo il 1 801, in tutto quello a che 
rivolse il pensiero, come più o men facilmente ope- 
rabile, era strettissimo legame. Perciò ne sarà per 
me, in quanto potrò, continuato il ragionamento, 
affinchè più chiaro apparisca com'egli e dispendii 



4o 

e fatiche e cure e vigilie e studii indirizzò sem- 
pre a conseguire, che mediante l'educazione de' 
giovani (e principalmente dei figli del povero) si 
togliessero le cause della corruzion de' costumi, 
del vizio, del delitto, della povertà, e si estirpasse 
la mendicità, che è tuttavia uno de' più gravi mali 
del presente stato d'Europa. Altissimo e nobilis- 
simo fine era questo: la Religione, la Morale, e 
la Sapienza erano in lui strettamente congiunte 
pel miglioramento degli uomini. 

Dissi già come il Conte Stefano amò gli studii 
che hanno per oggetto principale la contemplazione 
delle cose naturali; quegli studii che sono fonda- 
mento e principio della Scienza dell'Agricoltura; 
che hanno in sé, a preferenza d'altri, forza suffi- 
ciente da indurre metodo diritto nel ragionare; 
che tenendo le facoltà dell'intelletto intente all'esa- 
me di cose determinate, le guidano, quasi per filo, 
dall' una all' altra osservazione; che invitano chi 
li coltiva a godere le incantevoli bellezze della 
terra e del cielo, e sollevano le menti fin dove 
le basse passioni, le brighe, le gelosie non possono 
portare perturbamenti. Il Sanvitale per benigna 
indole d'animo, e per amore a tal genere di studii, 
recavasi spesso a Fontanellato , terra principale 
ove la sua Famiglia avea tenuto dolce e cortese 
signoria, quando l'Italia era contristata dalla feu- 



dale dominazione v ed ivi e nelle terre circonvicine 
confortava di sua presenza quelli che erano occu- 
pati per lui nelle fatiche dell'agricoltura, ed oltre 
al sovvenirli sollecito ed amorevole, appena cono- 
sceva le loro necessità, sì li consolava ancor più 
dolcemente colla affabilità e colf usare favella e 
modi tanto cortesi, e consigli tanto opportuni al 
loro bene, che in loro accresceva il sentimento 
della dignità d'uomo, il quale è freno assai potente 
a impedir cose indegne dell' uomo. 

Nell'anno 1800 fu in queste contrade grande 
carestia, e per ciò lagrimevole miseria nel popo- 
lo, accompagnata da altre pubbliche calamità. Il 
Sanvitale, nemico di quella simulata compassione 
la quale s' allontana dall' oggetto che la muove, 
fu allora più sovente alle sue terre, e più a lungo 
del solito vi si tratteneva per essere pronto al soc- 
corso de' miserabili, tenendosi in modo particolare 
obbligato a quelli che più direttamente da lui 
dipendevano; e in larga copia diffondeva tra loro 
i suoi beneficii. Egli era colà nel 1801, quando 
per istraordinaria piena del torrente Taro avven- 
nero allagamenti in molti luoghi, e nello straripa- 
mento d'un fossato, detto Gaiffa, una povera con- 
tadina ( Caterina Corradini ) vide , appena fuori 
dell' acqua, il capo d' un' infelice (Margherita 
Mari), ch'ella coraggiosamente s'adoperò a trarre 

6 



42 

dall'onde^ e fu sì avventurata da poter conservare 
la vita ad una misera fanciulla di soli cinque anni. 
La buona donna se la recò a stento nel proprio 
casolare, ed amorosamente la confortò del poco 
che avea; ma ella stessa era in tanta necessità, 
che fu costretta a raccomandare all'altrui compas- 
sione la fanciulla, alla quale già la stringeva un 
quasi più che materno affetto; né questo ebbe con- 
fine, quando seppe che non avea né padre, né 
madre, né parenti, a cui si fosse potuta affidare. 
Non rimase però lungamente in queir affanno: 
sapea che ivi era il Conte Stefano; e a chi poteva 
ella volgersi con isperanza migliore di trovare aju- 
to? A lui la condusse; e appena a lui fu noto lo 
stato della fanciulla, il pericolo da lei corso, non 
abbisognarono preghiere; fu una consolazione al 
cuore di lui il poter far del bene a quell'infelice. 
Da siffatto momento ei fu padre di quella mise- 
rabile, e il fu di tutti i fanciulli poveri di que' vil- 
laggi. Egli affidò la piccola Margherita a una buona 
e industre vedova, che la provvedesse, per conto 
di lui, di quanto abbisognava, e che le insegnasse 
le cose più necessarie di religione e di morale, e 
la esercitasse in que' lavori, a cui la fanciulla 
fosse sufficiente. Raccolse altre povere orfane, il 
cui numero in breve si accrebbe a diciasette, delle 
quali non essendo capace la casa della vedova, 



43 
egli allora concepì il disegno di fare edificare un 
luogo acconcio all'uso speciale di educazione e di 
ricovero per esse; e fin d'allora si propose di ten- 
tare la prova di togliere, coli' educazione dei 
figli del povero, la mendicità. 

Fece aperto questo suo proponimento a D. 
Ferdinando, al quale riuscì gratissimo; e da lui 
ebbe incoraggiamento e promessa certa di patro- 
cinio e di sostegno: anzi il Principe gli mostrò 
essere sua volontà, se la riuscita della prova cor- 
rispondeva all'aspettazione, di crescere il numero 
di tali Ospizii a spese del pubblico erario in altre 
parti di questi Stati. E qui credo obbligo, e debito 
alla verità, il dire, che tanto potè in alcuni o 
l'invidia, o la gelosia, o un odio implacabilmente 
costante contro ogni bene, che fu provato d'insi- 
nuare dubbio e sospetto intorno alle intenzioni del 
Conte Stefano nell' animo del Principe; e si tentò 
questa prova (veggasi quanta è l'audacia de' mal- 
vagi) nell'animo di quel Principe, che sì nell'in- 
timo conosceva il Sanvitale; che tanti segni gli 
avea dati della sua confidenza; che lo avea sì 
spesso vicino; che il sapeva amico, e godeva che 
il fosse, del proprio figlio! 

Pertanto il Conte Stefano aprì in Fontanellato 
il dì 29 Novembre del 1801 la nuova Casa di 
Educazione e di Lavoro col titolo di Scuola delle 



44 

Figlie della Carità. Poi a fine di educare i ma- 
schi, e indirizzarli e incoraggirli al lavoro, ivi 
chiamò abili ed esperimentati maestri d'Arti e di 
Mestieri ad istruirli;, e perchè i Fanciulli, nel 
comunicar coi men buoni, e talvolta coi tristi, 
non perdessero il frutto dei consigli e degli esempi 
dei buoni che gli ammaestravano, fece ben tosto 
metter mano alla fabbrica dell' edifizio in che li 
voleva ricoverati; e intanto gli accolse nel proprio 
palazzo (la Rocca), che vasto e capace è situato 
in mezzo al paese. Al nuovo Istituto, nel quale 
faceva somministrare ai giovanetti orfani e poveri 
e vitto e vestito e materia di lavoro, diede il nome 
di Scuola di Santo Stefano. Ed è merito di lui 
l'avere pel primo introdotto fra noi, in quel tempo 
di tanta miseria, 1' uso delle zuppe economiche, 
sostenendo fatiche a persuadere altrui della loro 
utilità e salubrità, e a vincere l'ostinazione con- 
traria de' poveri, al cui prò si adoperava, e le 
false dicerie, che forse da qualche cattivo si spar- 
gevano, e dagl' ignoranti erano e credute e ri- 
petute. 

Le due Scuole dirette da lui con amore e con 
assidua vigilanza, provvedute di buoni maestri pel- 
le opere d' arti e per l' istruzione dei giovinetti, 
con metodo in gran parte nuovo, entro non lungo 
spazio di tempo furono a tale da potere dar prova 



45 
della sapienza del Fondatore per le abilità acqui- 
state dagli Alunni nelle arti e nelle altre cose in 
cui venivano ammaestrati. E il giorno nove Ottobre 
del 1802 era stabilito, perchè ne desser saggio ed 
esperimento alla presenza del Principe, che in tal 
di si sarebbe recato in Fontanellato. Ma quel me- 
desimo giorno fu l' ultimo al Principe, e troncò 
ogni speranza al benefizio certo e alla protezione 
promessa a quegl' Istituti. Né si potrebbe dire a 
parole di quanto dolore fosse la notizia di tal 
morte all'animo del Sanvitale. Pure non venne 
meno il suo ardore pel bene a che intendeva, e 
l' animo suo senti crescere in immenso le forze 
appunto là dove ne vide più grande la necessità. 






4 6 

CAPO VII. 



M.Ì Sanvitale sentì in quel momento, più che in 
qualunque altro della vita, il pregio delle ricchez- 
ze, perchè vide in quel momento il bene che per 
esse potea fare. Egli aveva innanzi alla mente i 
bisogni del suo Paese, e in più speciale maniera 
i bisogni di coloro, i quali egli stesso aveva già 
avviati verso uno stato migliore, ma che tuttavia 
eran lungi dalla meta, ed a cui facea d'uopo ancor 
di sostegno. Sperò che il Governo, qualunque fosse 
quello cui toccherebbe il reggimento di questi Stati, 
avrebbe conosciuta l'utilità di sì fatta opera; poi- 
ché ben sapeva quanto importi a' Governi l'aver 
popolo buono , temperato , e virtuoso. Ond' egli 
abbandonandosi agli ordini della Provvidenza, rad- 
doppiò sforzi, dispendii, cure, e sollecitudini d'ogni 
sorta, perchè non in basso volgesse, ma più ad 
alto si levasse l'opera da lui incominciata: recò a 
perfezione tutte le parti che potevano ancora esser- 
ne capaci; le ordinò a unico e più certo fine; intro- 
dusse nuove qualità di manifatture, che più vedeva 
opportune ed utili alle produzioni delle nostre ter- 



47 
re^ e fi* a tutte merita d'essere ricordata quella dei 
tessuti, che venne solennemente aperta il dì primo 
d' Aprile del i8o3^ ed erano di sì squisita perfe- 
zione le tele che ivi si lavoravano, che meritarono 
di essere paragonate, senza che sminuissero di pre- 
gio al paragone, colle migliori di Francia, d'In- 
ghilterra e di Fiandra; onde per ordine del Gover- 
natore di Parma del dì 9 Dicembre i8o3 (che ebbe 
pieno eseguimento nell'Ottobre del 1804) la fabbri- 
cazione dei tessuti di Fontanellato fu dichiarata 
privilegiata; ed i Fratelli Amoretti Parmigiani, 
che ne erano direttori, condussero il Commercio 
di quelle tele con abbondante loro profitto, con 
utilità dei molti impiegati nel lavoro delle mede- 
sime, e con vantaggio de' possessori dei terreni 
donde si toglieva la materia prima. Certo segno 
poi della buona qualità di quelle tele, e del pregio 
della loro fattura è il sapersi, che qualche Com- 
merciante di Parma ne comperava in Fontanellato; 
le mandava a Piacenza; di là le facea condurre 
alla- Dogana di Parma, e deliberatamente soste- 
neva cotali spese, perchè ciò gli prestava modo 
da rivenderle con buon guadagno, come merci fore- 
stiere, e per ciò solo ad alto prezzo. 

Sono anche a testimonio onorevole le carte della 
Camera de' Mercanti di Parma, la quale il 3o Ago- 
sto del 1804 mandò una Deputazione a Fontanel- 



4 3 

lato, perchè accuratamente esaminasse la qualità 
dei lavori fatti negli Ospizii del Sanvitale. E il 
giudicio delle persone a ciò deputate fu tanto in 
favore di quelle manifatture, che la Camera invitò 
con sue lettere i Commercianti a preferir queste 
alle straniere. Indi e i mercanti e molti privati 
di queste contrade comperavano dalle officine eli 
Fontanellato molte cose, che prima si credeva po- 
tersi fare soltanto in Francia o in Inghilterra: oltre 
di che notevole quantità di queste stesse erano spe- 
dite e vendute fuori del Paese nostro, ed erasi in- 
viato un prospero e profittevole Commercio. 

Istituti di tal sorta non potevano non far rivol- 
gere a sé l'attenzione di qualunque che fosse de- 
putato al governo di questi luoghi. La fama diffusa 
della magnanimità del Conte Stefano (di lui era 
già stato scritto nel Giornale del Governo Fran- 
cese, Moniteur, N.° 94, il dì 4 Nevoso, 1801), la 
importanza delle produzioni ( e s* è veduto quel 
che era stato fatto riguardo ai tessuti), 1' educa- 
zione eh' ivi era data a buon numero di giovani, 
meritarono che l' Amministrator generale Moreau 
de Saint Méry nel 1804 si recasse a visitarli. Ei 
diede le più alte lodi al nobilissimo Fondatore; 
a testimonio di sua approvazione lasciò splendidi 
doni ai giovani Alunni; e procacciò per conto del 
Governo abbondante lavoro a quelle Officine. Quan- 



49 

do poi nel i8o5 si fece nel pubblico Giardino di 
Parma una Esposizione delle opere dell' Industria 
Nazionale, le cose che più la fecero splendida e 
decorosa, che più attraevano gli sguardi e l'atten- 
zione, e che ottennero maggiori lodi, furono quelle 
fatte negli Ospizii di Fontanellato, che, mutato il 
primo nome, dicevansi Corpo d' Industria. 

Il Sanvitale per servire alla qualità de' tempi, 
che allora correvano, con certezza di bene futuro 
a molti de' suoi ricoverati, li sottomise alla militar 
disciplina, li vestì con militari divise, e fece che 
in certe ore determinate del dì venissero regolar- 
mente addestrati al maneggio dell' armi. Duolmi 
il dover dire anche qui, che il savio e prudente 
avvedimento suo desse materia ai morsi dell'invi- 
dia (la quale in alcuni crescea del pari che cre- 
sceva in prosperità e in floridezza l' Istituzione di 
lui); e che in quel che era consiglio degno di molta 
lode, si volesse cercare un' arma colla quale gua- 
stare e impedire il bene. Poiché vi fu chi trovò 
maniera di diffondere fra que' giovani il timore che 
il Sanvitale (loro benefattore, lor padre) intendesse 
poi a far di loro, vittime miserabili alle guerre che 
desolavano l'Europa. Nò deve essere di maraviglia 
che voci, tanto contrarie al vero, trovassero creden- 
za e fede; che leggermente ciascun conosce quanto 
può di male una parola, un'ombra sola di sospetto, 

7 



5o 

che s' insinui, sotto apparenza d' amorosa solleci- 
tudine, negli animi di molti uniti in un solo luo- 
go, e più ancora in animi giovanili, inesperti, ne' 
quali manca prudenza e senno a discoprire il falso 
delle cose. I mali effetti di voci sì empiamente 
sparse furon distrutti per le lettere che dopo ven- 
nero scritte da chi, prima Alunno in quegli Ospi- 
zii, era entrato nella milizia; dalle quali appariva 
quanto era loro di utilità l'essere stati addestrati 
ai militari esercizii. Nuovo argomento è questo 
( sebben troppi ne somministri ogni storia e la espe- 
rienza d' ogni di) che ogni cosa buona ha suoi ne- 
mici; e chi ha fermo nella coscienza di fare il bene 
con santità d'intenzione, non dee lasciarsi vincere 
agi" impedimenti che incontra tra via. 

Il San vitale avea l'animo capace di sostenere la 
lotta contro la potenza del male; e la ragione della 
vittoria era nel far meglio quel che era già fatto 
bene. Pertanto anche 1' Amministratore Prefetto 
Nardon nel 1806, accompagnato da ragguardevoli 
personaggi recavasi a Fontanellato : ivi ammirò 
l' ampiezza e la distribuzione opportuna dei luoghi 
e degli edifizii; considerò pel minuto le molte offi- 
cine; esaminò le qualità delle opere e dei lavori 
eseguiti dagli industri alunni; udì con diletto le 
risposte pronte e precise alle domande che venivan 
lor fatte; distribuì premii ai più degni, e, onorando 



5i 

altamente il Conte Stefano, diede larghe dimostra- 
zioni del conto in che tenea quel benefico Istituto; 
del quale mandò onorevolissimo ragguaglio al Go- 
verno di Parigi, e ottenne per esso l'annua prov- 
visione di nove mila franchi, destinati alle spese 
pei Superiori e pe' Maestri. Oltre ciò lo stesso Pre- 
fetto ordinò che si comperassero dalle officine di 
Fontanellato molte cose bisognevoli per le prigioni 
di Parma e d' altri luoghi del Dipartimento. 

Anche la Città di Parma ebbe un saggio della 
perizia degli Alunni in una parte dei loro studii 
per una Accademia di Musica, che essi diedero 
nel pubblico teatro, per la solennità del giorno i5 
Agosto nel 1806. Molti poi ricordano ancora con 
gratissima compiacenza la bella vista che godet- 
tero nel 1807 di una Esposizione splendida e 
ricca, che fu detta Fiera Chinese, delle sole opere 
degli Alunni di Fontanellato; molti ricordano le 
altre e copiose Esposizioni del 1808, e 1809; e 
rammentano, fra i prodotti di utile industria e 
di meccanica, alcuni lavori di squisito, sottile, e 
difficile magistero: e sono a stampa le relazioni 
delP 8 Settembre 1809 di una Commissione di Pro- 
fessori dell' Accademia di Belle Arti, di Mercanti 
e di Periti nelle moltiplici cose di quegl' Istituti, 
eletta e deputata a darne giudicio, secondo il quale 
vennero distribuiti premii ai migliori; e nella lieta 



52 

solennità di quel giorno fu letto da un alto Magi- 
strato un eloquente Discorso, che parimente è in 
istampa, d'incoraggiamento agli Alunni, di appro- 
vazione ai Maestri pel metodo (in parte inventato, 
in parte perfezionato dal Conte Stefano) tenuto 
neir insegnamento, e di nobilissime lodi e congra- 
tulazioni all' uom generoso che era autore di sì 
gran bene. Nel Discorso stesso era fatta promessa, 
non cercata, di più giovevole patrocinio per parte 
del Governo, il quale nel 1808 avea già preso sotto 
la sua Amministrazione generale quella degli Ospi- 
zii di Fontanellato, e acconsentito che vi fossero 
ammessi giovinetti e fanciulle a spese de' Comuni 
e di altri Conservatorii; il che vale ad aperta ma- 
nifestazione del giudicio che il Governo facea di 
quegl' Istituti. 

La pubblica confidenza poi era sì grande, che 
molti padri , anche di agiata e civil condizione , 
vollero che i proprii figli fossero ivi educati; poi- 
ché oltre gli esercizii nelle Arti meccaniche e 
ne' Mestieri , e l' insegnamento della Religione e 
della Morale, oltre la Lettura e la Scrittura, 
l'Aritmetica e la Lingua Italiana, vi s'insegna- 
vano la Lingua Francese, la Storia Sacra e Profana, 
la Geografia, la Geometria teorico-pratica, il Dise- 
gno, l'Ornato, l'Architettura e l'Agrimensura. 
Che poi meritamente fosse salita in fama quella 



53 

Istituzione, e a buon dritto godesse della pub- 
blica confidenza sono argomento amplissimo e certo 
gli effetti che ne derivarono, e di cui noi tutti 
siam tuttavia testimonii; poiché fra quelli che 
furono e istruiti ed educati in Fontanellato ci 
vivono ancora molti e buoni artefici, molti savii, 
industri e ben costumati cittadini, che attendono 
con loro profitto e con lodevole esempio alla con- 
dotta dei loro domestici affari. 

Fra coloro, i nomi de' quali meriterebbero 
speciale menzione, mi restringerò a dire di un 
Giovanni Puzzi, di un Luigi Pini, e d'un Giuseppe 
Paini, tutti e tre riusciti peritissimi Suonatori. Il 
primo, venuto in grandissima fama, ha fissata la 
sua dimora in Londra, ove gode di molta cele- 
brità; alla quale tardo forse, o non mai sarebbe 
pervenuto, se il Sanvitale, a proprie spese, non lo 
conducea nel 1812 in Francia, perchè più ad onore 
e profitto gli fosse la molta perizia nell'arte sua. 
Il secondo, oltre il merito di buon suonatore, ha 
pur quello di aver perfezionato, circa il 182,2, il 
Corno da Caccia colla invenzione di otto chiavi, 
» mediante le quali, e con un solo incannamento 
» del Befà basso, si suona in tredici toni a 
» Scala Cromatica, senza levarvi o porvi bitorto 
» veruno » (4). Rispetto al Paini aggiungo, che re- 
catosi da lungo tempo in Francia, valendosi con 



54 

utilità della sua arte, si è dato anche allo studio 
della Storia Naturale, facendo ricca raccolta di 
uccelli e di conchiglie; e ricordevole della beni- 
gnità del Conte Stefano, al quale mantenne sempre 
vivissima gratitudine dei beneficii per la educa- 
zione della sua giovinezza, ebbe con lui corrispon- 
denza di lettere colla più tenera figliale riverenza ; 
e da Lorient gli spedì molte specie d'uccelli, di 
conchiglie e di sementi di lontanissime regioni. 
Ed è di assai dolce compiacenza il vedere per le 
lettere del Paini a quanto nobili e affettuosi sen- 
timenti erano educati gli Alunni di Fontanellato. 



55 
CAPO Vili. 



D 



"ee dirsi però che da principio vi fu chi biasimò 
l'istituzion delle Scuole di Disegno e di Musica; 
ma chiunque intende ad opera, che il faccia levare 
nella comune estimazione, là dove altri o non può, 
o non vuole studiarsi di pervenire, fin da quando 
la intraprende ha da esser certo di udire voci 
contrarie a' suoi intendimenti e al fine che si 
propone. E dirò, per la possibilità che tali voci 
avessero tuttavia a udirsi, che l'importanza dello 
studio del Disegno si fa palese, purché anche per 
poco si consideri l'utilità del medesimo nell'eser- 
cizio d'ogni professione sì per la maggior bellezza 
nella forma delle cose, che per la loro precisione 
e per la più certa riuscita in tutte le loro parti 
all'uficio a cui sono eseguite. Perciò veggonsi pre- 
sentemente in molte città istituite Scuole di Dise- 
gno per gli artefici, e aperte, a loro maggiore como- 
dità, nelle ore della sera. Rispetto poi alla Musica 
(che non a tutti, e solo in certe ore stabilite, 
veniva insegnata ) devesi por mente al bene , che 
n' ebber molti , come di profittevol mezzo onde 



56 

guadagnarsi onorevolmente la vita, e alla potenza 
di quell'arte dolcissima nel temperare gli animi 
de' giovani, nel toglier loro la soverchia asprezza, 
nelF impedire, ove son molti chiusi entro un solo 
edificio (sia anche spaziosissimo), che non li prenda 
certo malinconico umore, che ne inasprisce l'in- 
dole, e spesso produce gravi danni sì fisici che 
morali. Onde fu da lodarsi e l'uno e l'altro genere 
d'istruzione, di cui pure si facevano aspre parole ; 
e più il primo, perchè meno in uso fra gl'Italiani, 
pei figli del povero, che hanno ad esercitare me- 
stieri ed arti meccaniche. 

Ma anche siffatti lamenti cessarono, cpaando i 
buoni effetti impedirono ch'ei fossero creduti giu- 
sti ed ascoltati. E 'dai più si ammirava l'ardore 
e la fermezza che il Sanvitale aveva avuto nel supe- 
rare i molti ostacoli, che gli si erano attraversati 
tra via, e nel sopportare i gravissimi dispendii 
della costruzione degli edifizii, nel provvedere di 
vitto e di vestimento i molti Alunni, nelle ricom- 
pense a' maestri e a chi vi avea altre necessarie 
incumbenze, nella compera di strumenti e di mac- 
chine bisognevoli alle officine, e delle molte cose di 
materia prima. La sua costanza poi a rimaner nel 
proposito:, l'instancabile sua operosità, anche aggra- 
vato da molti e importantissimi pubblici ufici; i 
vantaggi certi che doveano- essergli compenso alle 



5? 
spese da lui anticipate, e a restituire in essere 
T antico suo patrimonio ( al che secondo gli ordi- 
namenti dovea venir destinata una parte dei gua- 
dagni delle cose lavorate negli Ospizii):, il consegui- 
mento del fine principale, di formare individui 
costumati ed utili a loro stessi, alla loro famiglia 
ed allo Stato, e di estirpare la mendicità; la 
protezione del Governo ed il favore e la confidenza 
de' cittadini davano le più grandi speranze nel- 
l'avvenire. E l'animo di lui godeva e del presente 
bene, e del pensiero che nel suo Paese anche i 
figli del povero sarebbero educati, istruiti, cre- 
sciuti alla virtù ed al lavoro, con animi temperati, 
nemici del vizio, cagion potentissima d'ogni male. 
Ma e quanto può Tuoni confidarsi delle cose di 
quaggiù? Chi fu sì felice in questa terra da poter 
fare il bene, senza che avesse a patirne dolore? 
A chi fu conceduto di veder pienamente compiuti 
i più santi desiderii? Quando fu che la rea for- 
tuna, o dirò i malvagi, piuttosto che quel nome 
vano, quando fu che, audaci ad usare e ad abusar 
d' ogni cosa, non pervenissero, con ogni sorta di 
pratiche, a rompere i più bei disegni, e nelle troppe 
e troppo rapide permutazioni delle umane cose a 
far valere in loro prò contro i migliori, le troppo 
frequenti opportunità di nuocere? Ma non vo' che 
il discorso, che tutto dovrebbe correre soave ed 

8 



58 

amorevole a parlar di quell'uomo amorevolissimo, 
trascorra nell' acerbo e nel duro: dirò solamente 
che se il Conte Stefano non avesse poste più in alto 
le sue speranze, non avrebbe potuto sostener la 
ferita ch'ebbe a ricevere nel più vivo del cuore. 
Quand' egli istituì gli Ospizii volle venire in 
aiuto de' poveri, in un tempo miserissimo , e 
mettere alla prova que' mezzi, che egli giudicava 
migliori al vero e durevol bene della gioventù; 
ma non fu mai intenzione di lui di sostener solo 
una spesa, alla quale ei medesimo vedea non poter 
bastare che un Governo. Egli amava sì vivamente 
i Figli suoi proprii, che non avrebbe potuto recare 
lor danno per consacrare la maggior parte delle 
sue ricchezze a quelli che gli erano adottivi, e 
verso i quali erasi spontaneamente legato con obbli- 
ghi di benefattore. Perciò quand' ebbe^, condotti 
gì' Istituti allo stato di sì palese utilità , per la 
prosperità delle Arti nostre e per bontà di mo- 
rale e scientifica istruzione, che a niuno potesse 
rimaner dubbio dell'importanza de' medesimi, 9Ì 
offerì disposto a cederli al Governo, e a questo fine 
indirizzò a Parigi, nel 1809, al Consigliere di 
Stato, Barone De-Gerando (nome sì caro a tutti 
i buoni) un esatto e minuto ragguaglio di essi 
fApcrcn Analytique des Établisserneiis d' Arts et 
Metiers de Fontanellato redige et présente par 



5 9 

le Corate Etienne Sancitale J; e se il Governo 
acconsentiva a divenirne possessore colla promessa 
di conservarli, egli si obbligava a somministrare 
del proprio le spese pe' Maestri delle Arti, e 
donava gli edifizii. La cosa per sua natura non 
poteva avere immediato effetto, e il Sanvitale 
seguitò 1' opera sua , senza brigarsi ad affrettarne 
il compimento. Ma nella nostra città era chi più 
sollecito cercava di far riuscire a vuoto i suoi 
pensieri, e si può dir con certezza che il volersi 
egli tenere strettamente alle leggi eterne di giu- 
stizia, anche quando talvolta dovè far contro il 
desiderio altrui, fu cagion principale onde si volle 
ferirlo nella parte più viva dell' animo suo. Si 
cominciò per gittare fra gli Alunni semi di di- 
scordia, che egli, lontano da loro per altri ufici, 
non poteva immediatamente distruggere; come non 
avea tempo sufficiente da vegliare al modo con 
cui veniva condotta ogni parte dell' amministra- 
zione. Si ordinò più stretta e più severa l'interna 
disciplina sotto l'apparenza d'impedire alcuni mali, 
che altamente si diceva avere ivi poste le radici, 
e contro i quali non valea (così veniva detto) il 
metodo di dolcezza, d' ammonimento, e di sem- 
plice persuasione tenuto fin da principio dal 
Fondatore. Nel 1810 fu potuto impedire che gli 
pervenisse 1' annua provvigione già a lui prima 



6o 

dal Governo conceduta. Si andava ripetendo che 
non si potevan più conservare aperti gli Ospizii, 
ed abusando del Decreto del Prefetto del 1808 
(pel quale erano sottoposti e dipendenti in alcun 
modo dall' Amministrazion Generale della Provin- 
cia) a poco a poco si rimandarono alle loro case 
molti Alunni; s' interruppe il corso regolare del- 
l' istruzione, si dispersero, e con grave danno del 
Sanvitale, moltissime cose appartenenti agi' Isti- 
tuti, e questi nel 181 1 furon chiusi. 

Altri forse direbbe, ma io non mi vi proverò, 
come si rimanesse il Conte Stefano al tristissimo 
annunzio, al vedere co' proprii occhi distrutta 
1' opera sua più diletta , al pensiero che la sua 
terra rimanea priva per ciò del bene ch'ei le avea 
con tante sollecitudini procacciato; al dover distac- 
care da sé quegli amorosissimi giovinetti che tene- 
van lui, dopo Dio, primo benefattore, lui riveri- 
vano, lui veneravano, lui teneramente amavano da 
figliuoli. Dirò solamente, che la fantasia non sa, 
né può chiamare d'innanzi a sé immagine più com- 
movente, più affettuosa, più tenera di quella che le 
si appresenta pensando all' ultimo abbracciamento 
che il Conte Stefano dà a' suoi Alunni, alle lagrime 
loro, e alle soavi parole d'amore, ai paterni con- 
sigli di lui, che per sua futura consolazione, s'im- 
primevano, per durare eterni, in que' giovinetti. 



6i 

E perchè divenisse anco più forte il suo do- 
lore, poco dopo la chiusura degl'Istituti, gli per- 
venne T Imperiale Decreto del giorno 2 Novembre 
del 18 io, che ordinava che gli Ospizii sarebbero 
di lì innanzi Istituti del Governo, e conservati 
collo stesso nome di Fondazione; che il Governo 
ne acquisterebbe, per atto di compera, giusta la 
stima del valore , la proprietà e le ragioni del Fon- 
datore; e che il Conte Stefano ne sarebbe Ispettor 
generale a vita col privilegio di propor le persone 
atte a sostenervi tutti gli ufici. E nell'Art. 5.° del 
Decreto stesso era detto, che ove le rendite del- 
l'Istituto non fossero state sufficienti a provvedere 
a tutto il bisognevole pel medesimo, vi si sarebbe 
provveduto ne' modi che erano prescritti per gli 
altri pubblici Istituti di tal sorta. Ma chi potè 
tanto da far tardare l'arrivo del Decreto, potè più 
agevolmente far apparire l'impossibilità di dargli 
esecuzione. Per lagrimevole ed istrano concorso di 
casi il Paese nostro dovea perder per sempre una 
delle più utili e più lodevoli Istituzioni, e porger 
nuovo argomento di quanto è difficile il far del 
bene. Pure a conforto e ad onore dell'umana specie 
rimarrà questo di vero, che se è difficile, non è 
impossibile: e al Conte Stefano, solo a tanto ardua 
impresa, pel molto ch'ei fece, si darà merito di 
sincera gratitudine. 



62 

CAPO IX. 



Jll desiderio di non interrompere e lasciar sospesa 
la narrazione di quanto fu più notevole nelle Case 
di Educazione di Fontanellato ha fatto ch'io tras- 
corra oltre, tacendo di ufici pubblici e d'altre 
cure, sostenute dal Sanvitale, perchè alla sua Pa- 
tria crescesse splendore, ornamento e decoro. Onde 
ripigliando il filo delle cose, secondo V ordine dei 
tempi, dico che nel i8o5, essendo stata istituita 
in Parma una Società Economico- Agraria, l'Am- 
ministratore Moreau, che teneva il Conte Stefano 
in alta stima, desiderò eh' ei fosse tra' soci della 
medesima:, e questi con libera scelta gli conferirono 
l'autorità, e l'uficio di Presidente; al quale inca- 
rico egli si sottopose, non per V onore che gliene 
veniva, sì perchè gli fa a cuore che bene si stabi- 
lisse questa novella Istituzione, come quella ch'ei 
vedea dover poi recare ottimi e copiosi frutti, con- 
venientissima al Paese nostro, che fino a quel 
tempo aveva avuto in pessimo stato la sua agri- 
coltura. E per verità egli che avea conosciuta e 
sentita fortemente l' importanza di educare i figli 



63 
del povero al lavoro, e che a quel delle Arti e de' 
Mestieri, per quanto era da lui, avea largamente 
provveduto; egli che appensatamente scelse alla 
educazione de' giovani un luogo fuor della Città, 
per questa (fra altre ottime ragioni), che si potes- 
sero con più agevolezza ed opportunità istruire 
anche quelli che attendevano alla coltivazione delle 
terre; egli che volea pur destinare a quest'uso ed 
agli esperimenti delle cose della villa (come pubbli- 
cò nel suo Manuale per gl'Istituti di Fontanellato) 
alcuno de' suoi terreni, non poteva non prender 
parte con lietissimo animo ad opera promettitrice 
di tanta utilità. Che se altre cose, contrarie a' 
suoi desiderii, noi distoglievano dal proposito d' in- 
trodurre fra' suoi Alunni lo studio dell'Agricol- 
tura e per teorica e per pratica, primo sarebbe 
stato in Italia ad istituire un Podere Modello, e 
dividerebbe la gloria coli' illustre, né mai lodato 
abbastanza Marchese Cosimo Ridolfi di Toscana. 
Pertanto rivolse ogni cura a provvedere che 
la nuova Società si costituisse in maniera stabile 
e fruttuosa al suo fine, e diede opera a ordinare 
un Regolamento, che nello stesso anno i8o5 venne 
pubblicato, nel quale sono saggiamente espressi gli 
obblighi generali a cui ciascun socio si sottopo- 
neva, di concorrere, cioè » a correggere, miglio- 
» rare, incoraggire, dilatare l'agricoltura in tutte 



64 

» le sue parti, e in quelle massimamente che si 
» riconosceranno più adatte e proprie all'indole e 
» alle circostanze del territorio parmigiano e pia- 
» contino, a risvegliare e ravvivare V industria, 
» onde si metta al maggior profitto quanto cote- 
» sto suolo è capace di produrre » (§. 2. del- 
l'Art. i.°). Sono anche indicati i doveri particolari 
de' Sodi o ordinarli o corrispondenti; le norme 
generali da seguirsi; l'ordine da tenersi nelle adu- 
nanze; i premii da proporsi e da distribuirsi secon- 
do i miglioramenti conseguiti nelle molte parti a 
cui è diretta la scienza dell' Agricoltura. Ed è 
notevole l'Art. i5, il quale prescriveva che si 
pubblicassero quelle Memorie che ne fossero giu- 
dicate meritevoli (il Governo ne faceva eseguire 
a sue spese la stampa); e che venissero trasmesse 
ai parrochi di campagna le Istruzioni e i Pro- 
grammi delle cose proposte per essere premiate, 
affinchè da per tutto si diffondesse il vantaggio 
di quella Società. 

Nella prima adunanza egli recitò un assai acco- 
modato Discorso di ringraziamento a' Socii, che il 
vollero a loro Capo e Direttore, per una parte pie- 
no d'affetto, per 1' altra di dignità; d'onde appa- 
risce com'egli sentiva altamente il molto che incom- 
beva da farsi a tutta la Società, e dignitosamente 
parlò delle cose principali, come può scorgersi da 



65 

questo sol brano del Discorso medesimo: » Passeg- 
» giando nelle nostre campagne vedrem messe a 
w profitto le marne e i corpi marini fossili, di cui 
» abbonda una parte del nostro paese, ben livellati 
» i campi, le acque in focile scolo, scelti i grani, 
» attenta la cura delle viti e degli alberi; molti- 
» plicato l'innesto, generale la coltivazione dei 
» gelsi, adottati i più sicuri metodi per difendere 
» dalle malattie e dalle intemperie e queste piante 
» e i bruchi preziosi che delle loro foglie si pasco- 
» no; prosperose le mandre, vaste e ben esposte e 
» dal lezzo e dal sudiciume purgate le stalle, ora 
» prigioni dell'innocente bestiame; moltiplicati gli 
» alveari, coltivate queir erbe e que' fiori di che 
» più godono le api. ►> 

Nello stesso anno i8o5 fu eletto membro di 
una Commissione, la quale esaminasse e ricono- 
scesse chi, per ufici esercitati sotto il precedente 
Governo, avea merito e diritto a pensione. In essa 
die prova di queir amore della giustizia che sem- 
pre indirizzò ogni sua opera in tutti gli affari a 
lui affidati. Perchè venuta differenza di sentenza 
da lui ad alcuni altri che avean parte a siffatto 
esame, volendo questi che certi non avessero di- 
ritto a ricompensa, egli stette fermo contro il giu- 
dicio de' suoi colleghi; fortemente difese il proprio, 
perchè lo tenea secondo le leggi dell'equità e della 

9 



66 

giustizia: rinunciò all' opera che avea in comune 
cogli altri membri della Commissione, e distese 
una scrittura ove erano esposti tutti gli argomenti 
che il facevano rimanere nel suo proposito. Per 
tale scrittura, cessato in questi Stati il Governo 
di Francia, alcuni hanno poi ottenuto quella pen- 
sione, alla quale pel voto dei più della suddetta 
Commissione non era stato accordato il diritto. 



6 7 
CAPO X. 



lTMa altro ufficio, assai grave per propria natura, 
gravissimo per la qualità de' tempi, egli ebbe per 
Decreto del 24 Gennajo 1806 dall' Imperator de' 
Francesi, quello di Podestà di Parma. I mutamenti 
avvenuti negli anni precedenti; le molte novità 
nel reggimento civile; la varietà delle leggi; la 
frequente rinnovazione delle medesime; l' abban- 
dono di antiche consuetudini e l'introduzione di 
nuove, molto dalle prime diverse; i Magistrati, 
spediti di lontano ad amministrare queste Provin- 
cie, spesso mutati da questi ad altri luoghi; i modi 
che l'un voleva nella interpretazione ed esecu- 
zione della medesima legge differenti dai modi 
prescritti da quel di prima; il frequente passag- 
gio di eserciti e il bisogno di provvedere che equa 
fosse la distribuzione del carico da sostenersi fra 
i cittadini; le opinioni e i sentimenti non tutti 
favorevoli al nuovo ordine politico da non mollo 
tempo costituito; il dissipamento fattosi di danari 
e d'altre cose in momenti, ne' quali chi dirigeva 
gli affari doveva intendere a troppe e gravi cure, 



68 

rendevano il ministero di Podestà quanto manife- 
sto segno di fiducia e di stima del Governante 
in chi vi era innalzato, altrettanto difficile per 
chi vi saliva. A tante difficoltà s' aggiugnevano 
1' accrescimento de' pubblici tributi e la diversa 
maniera voluta nella loro esazione; le leve de' 
giovani per la milizia; lo scioglimento delle anti- 
che guardie per la pubblica sicurezza, e la sosti- 
tuzione di altre con nuovi ordinamenti; la nuova 
forma degli uficii di Buon Governo; le mutazioni 
da farsi nelle carceri, e la vigilanza alle mede- 
sime; T uficio dei passaporti; la direzione dei 
pubblici spettacoli; 1' abolizione delle Comunità 
Religiose; 1' Istruzion Pubblica; l'Accademia delle 
Belle Arti; tutto quanto spetta allo Stato Civile 
per nascite, morti e matrimonii; e il riordinamento 
degl'Istituti di pubblica beneficenza. Le quali cose 
erano di tal carico, che pochi sarebbero bastati a 
sostenerlo; né il San vi tale avrebbe voluto far prova 
di sé; che anzi l'annuncio della elezione di lui fatta 
dall' Imperatore produsse gravissimo abbattimento 
nel suo animo, e cercò ogni modo per sottrarsi a 
tanto peso. Pure per riverenza a chi gli conferiva 
sì onorevole uficio, e perchè tenne sempre sacro 
dovere il prestarsi coli' opera in tutto, ove a buon 
fine ella sia richiesta, fece, accettando, l'altrui 
volontà; e si propose, nell'esercizio della dignità, 



6 9 
di rendere benevolo verso i suoi concittadini l'ani- 
mo dell' Imperatore, e miti e benigni i Ministri 
di lui e i Condottieri de' suoi eserciti, e nel tempo 
stesso di promovere utili provvedimenti pel Co- 
mune, onde acquistare l'amore dei Governati alla 
Suprema Autorità. 

Né con più ardore, né con maggiore assiduità 
e con più forza e fatica di mente e di corpo pote- 
vasi uom consacrare agli affari: non bastava l'inco- 
minciare di buon mattino a dare udienza nel pro- 
prio Palazzo a chiunque avea bisogno di ricorrere 
a lui, non 1' occupazione del restante del dì nel 
Palazzo del Comune; impiegava spesso anche la 
notte a preparare le relazioni da farsi al Governo 
di molte cose importanti, nelle quali se la solleci- 
tudine e la prontezza è sempre degna di molta 
lode, allora era necessaria. E ben tosto oltre allo 
attendere alle cure ordinarie dell'Amministrazione, 
al pubblicare ordini, e raccomandare l'osservanza 
delle leggi spettanti alla sicurezza ed alla salute 
ptibblica, rivolse i suoi pensieri alle altre più 
gravi necessità de' suoi cittadini, e a quella fra 
esse della pubblica istruzione religiosa e intellet- 
tuale de' giovani. 

A tal fine procurò l' Istituzione delle Scuole 
Primarie in Parma, alle quali concorressero tutti 
i giovanetti, senza differenza di stato, senza obbligo 



7° 

d'alcuna spesa, con metodo uniforme in tutte, ordi- 
nando che si facesse scelta diligente di Maestri abili 
per dottrina, buoni per costumi. Ed egli medesimo 
si recava con lietissimo animo a dispensar di sua 
mano i premii a' più diligenti e più buoni fra i 
giovanetti, e godeva di far loro sentire dolci parole 
d' incoraggimento e di lode. Spesso portavasi alle 
Scuole stesse non solo per considerarne la conve- 
nienza del sito, e per udire quel clic fosse a mu- 
tarvi in meglio, ma più ancora per indurre colla 
sua affabilità l'amorevolezza e la docilità ne' fan- 
ciulli verso i loro Maestri, e zelo e premura in 
questi verso i discepoli, temperando talvolta a 
qualche rigore la solita sua dolcezza, ove egli 
avesse creduto ciò necessario all'indole di alcuno. 

Anche le Scuole Superiori ebbero a se i pen- 
sieri di lui, e insieme con altri benemeriti citta- 
dini diede opera perchè fosse conceduto, che i Pro- 
fessori di alcune discipline potessero continuare 
nella Università a diffondere gratuitamente qviel- 
1' insegnamento, di cui prima avean obbligo, non 
potendo .egli sostenere che fosse silenzio e solitu- 
dine in quell'augusto Tempio della Sapienza, sì 
florido in altra età, e al quale Chiarissimi Profes- 
sori aveano acquistata nobilissima rinomanza. 

Per cortese invito di chi allora presedeva al 
Governo di questi Stati fece parte del Consiglio 



7* 
d'Amministrazione del Collegio di S. Caterina, pel 
quale nell'anno stesso 1806 fu fatta lodevolissima 
scelta di Professori che vi mancavano, affinchè i 
giovani Alunni avessero buona e piena istruzione. 

Nell'Agosto di questo anno medesimo fu inca- 
ricato, come Commessario, dell'esecuzione del De- 
creto imperiale del 2,6 Giugno 1806 per la cessione 
del Ducato di Guastalla alla Principessa Paolina. 

Diede nuova prova dell'amor suo alla Sapienza 
e al progresso dell'umana ragione col mostrarsi, 
ed efficacemente, sollecito della pubblica Biblio- 
teca di Parma. Questo magnifico monumento con- 
sacrato a gloria dell'umano intelletto, splendidis- 
simo decoro della Città nostra, onore di chi primo 
ne pose le fondamenta e lo fece ricco di tesori 
preziosissimi ; che ricevè nuove e copiose ricchez- 
ze e nuovi ornamenti dall' amplissima liberalità 
dell'AucusTA Maestà di MARIA LUIGIA, e al 
quale tanto degnamente presiede il Ch. mo Signor 
Cav. Angelo Pezzana, ottenne per opera del Sanvi- 
tale novello splendore. Imperocché questi, oltre al 
comperare per la pubblica Biblioteca buon nu- 
mero di libri coi danari del Comune, fece utilissimi 
provvedimenti, perchè agli studiosi recasse frutto 
sì copiosa dovizia di dottrina e di sapienza, e a 
questo fine pubblicò poscia un Regolamento, col 
quale fu posto ordine all'interna amministrazione, 



7 2 

alla custodia e alla conservazione dei libri, ed 
alla pubblica lettura, lasciando a ciò buona parte 
d'ogni dì, pochi di questi eccettuati, e larghissimo 
agio alla lodevole e dotta curiosità de' forestieri. 
Siffatto provvedimento del giorno 12 Dicembre 1807, 
vien eseguito tuttora, trasmutato in legge dalla 
regnante MARIA LUIGIA. 

Mosso da sì nobile amore della Sapienza egli 
fu cortese e splendido donatore alla Ducale Biblio- 
teca di molti libri, come può vedersi nel Cata- 
logo dei donativi fatti alla medesima, stampato 
nel i83i, nel proemio del quale è particolare ed 
onorevolissima menzione dell' illustre Donatore; e 
per generosità di lui la stessa Biblioteca possiede 
V utilissima raccolta che ha per titolo: Bulletin 
de la Société d' encouragement pour l'industrie 
nationale (Dal i8ca al i838. Volumi 36). Ma 
oltre i libri indicati nel suddetto Catalogo, altri 
ne donò colla espressa volontà che non si mani- 
festasse chi faceva il dono. Ne' suoi viaggi poi fu 
diligentissimo a provvedere per la medesima Bi- 
blioteca molti libri che sapeva esserle bisognevoli. 

Fu della sua pietà la premura ch'egli ebbe di 
conservare alle Chiese e al culto, con danari suoi 
proprii, molti arredi e molte suppellettili che era- 
no per disperdersi e per venire adoperate ad usi 
profani. Molto eziandio giovò, nel suo ministero di 



73 
Podestà, «li Regolari d'ogni ordine, interponendo 
per loro i suoi ufici, e attendendo al pieno adem- 
pimento delle leggi che erano a loro favore. Zelo 
ugualmente fervido e paterno affetto avea per 
quelli che a lui spettava di fare arrotare nelle 
milizie, confortando con pietose parole, con amo- 
revoli consigli coloro, a cui era più doloroso l'ab- 
bandonare la nativa terra per recarsi in luoghi 
estrani e sconosciuti; anzi più d' una volta sov- 
venne del proprio con che alcuni, più utili al so- 
stegno delle proprie famiglie, di vecchi padri, di 
teneri fratelli, potessero metter altri in loro vece, 
e rimanersi in patria, agli esercizii di loro arti 
e mestieri. 

Né potevano non giugnere al cuore del Sanvi- 
tale, e non commoverlo a compassione, i lamenti 
de' carcerati, i quali, sebbene usciti dalla via del 
giusto e dell' onesto, non si vogliono dagli altri 
uomini dimenticare. Ei ben sapea che il più delle 
volte i primi passi al delitto son fatti per igno- 
ranza, e perchè mancò una sicura guida. Né al- 
lora erano quegf infelici governati come ne' tempi 
nostri; sicché più lodi e benedizioni meritavano 
que' pietosi che si prendeano pensiero di loro. Il 
Sanvitale visitò tutte le carceri del suo Comune; 
osservò la condizione de' luoghi, il trattamento che 
faceasi de' prigionieri, la qualità degli alimenti, e 

IO 



74 

tutto ciò che può a utilità o a danno nello stato 
fisico e morale dei rinchiusi. Distese e presentò al 
Governo un minuto ragguaglio del loro numero, e 
della loro età, proponendo quanto egli credea mi- 
gliore per que* 1 miserabili, e più confacente alla 
umana natura ; ed ebbe la consolazione di veder 
ben accolte le sue proposte, ed alle sue intenzioni 
seguire ottimi effetti per i buoni ordini che furon 
dati in appresso dal Governo, dal Sottoprefetto, 
dai Presidenti e dai Procuratori de' Tribunali. Per 
opera sua i condannati alla catena poterono uscire 
air aperto, e venire impiegati in pubblici lavori; 
e nel Decreto che fu allor pubblicato intorno 
all' ordinamento e alle discipline delle prigioni 
venne in esse prescritta Y istituzione di officine 
di lavoro. Ed appena egli seppe essere penetrato 
il tifo nelle carceri situate nei Mulini Bassi 
(luogo a poca distanza dalla città), ordinò che 
gì' infermi di tal morbo venissero trasportati in 
altro luogo, fatto allestire a ciò con molta pron- 
tezza. Avvenne poi caso in cui i prigionieri stessi 
mostrarono verso di lui sentimento tale, che altri 
non agevolmente crederebbe essere in que' miseri. 
Fu scossa la Città nostra, quand'egli era Podestà, 
da violento terremoto; e le pubbliche prigioni fece- 
ro temere della loro saldezza a nuova scossa. I 
carcerati facevano per ciò non lieve tumulto, e 



7* 
gridavano perchè loro fosse conceduto di fuggire 
da una quasi certa morte, da cui erano minacciati. 
Le guardie stesse non aveano sufficiente fiducia 
nelle proprie forze: ai cittadini venne di ciò gran- 
dissimo spavento. Il San vitale accorre prontissimo;, 
dirige le parole, ma parole amorevoli, e del dia- 
letto, ai tumultuosi, tra i quali alla sola vista di 
lui tornò quasi tranquillissima calma: egli promise 
di farli passare a più sicuro luogo, purché essi 
promettessero di tornar poscia ov' erano allora , e 
senza che ne avvenisse alcun male: tutti ad una 
voce promisero; lo salutarono, come loro libera- 
tore; uscirono tranquillissimi; né alcuno commise 
un solo lievissimo atto che volesse V uso della 
forza, o sola riprension di parole. 

Per ciò che riguarda alla pubblica salute non 
istette contento al fare che venissero mantenute 
le discipline, che per antiche o recenti leggi erano 
comandate, ma ne aggiunse di nuove; e volle egli 
stesso essere testimonio del modo con che si com- 
pieva il debito imposto dalle leggi medesime. Ch'ei 
ben comprendeva quanto la maniera della esecu- 
zione rende più o meno utili, più o meno profit- 
tevoli i provvedimenti de' Legislatori. Della sua 
premura in cosa tanto importante sarà sufficiente 
argomento il sapere, che in tempo, in cui nel pub- 
blico Spedale infieriva il morbo, che i Medici di- 



7 6 

cono Nosocomiale, ei si recò, quantunque ne fosse 
dissuaso pel pericolo a cui si esponeva della sa- 
lute e della vita , nel luogo degl' inferrai di tal 
malattia; prese minute informazioni della cura e 
dell'assistenza che veniva loro prestata, e ordinò 
immediatamente quanto più potea loro esser utile 
a procurare più facile e pronta la guarigione: e 
il rapido cessare del male mostrò il bene de' suoi 
provvedimenti. Del quale meritevolissimo corag- 
gio in chi sostiene pubblici ufici in tempi di 
calamità avemmo, son pochi anni, a sentire il biso- 
gno, e a vederne cogli occhi nostri gli effetti: ed 
ancora si piange e si lamenta lo sterminio di cru- 
delissimo morbo in tutti que' luoghi, ove innanzi 
a lui fuggivano coloro che aveano obbligo, e per 
la natura dell' uficio e per miglior senno, di ordi- 
nare quanto era già stato da per tutto esperimen- 
tato utile a render minore la potenza di sì terribile 
flagello. E la nostra Città se piange un numero di 
vittime assai minore di quello che fu in altre, il 
dee, e ne ha merito, alla coraggiosa risoluzione e 
alle sollecite premure d'un altissimo Magistrato, 
e allo zelo d'illustri Medici devoti di cuore al 
bene e alla salute dei loro concittadini. 

Egli propose al Prefetto Nardon l'uso delle così 
dette zuppe economiche, e il brodo fatto colla 
gelatina delle ossa, secondo il metodo del Signor 



77 
Cadet de Vaux, per gli ammalati negli Ospedali, 
pei ricoverati negli Ospizii pubblici, e pei poveri 
della città, valendosi nelle minestre delle patate; 
del qual frutto, sempre molto utile, utilissimo in 
anni di scarsa raccolta di grano, egli raccomandò 
e incoraggi la cultura. La proposta di lui venne 
approvata: le gelatine si facevano nel suo Palazzo, 
sotto la direzione del Farmacista Luigi Pizzetti 
di Parma; si adoperarono per gli Ospedali, per le 
Prigioni, e in alcuni mesi dell'anno i8c6 pei po- 
veri della città. Ma quantunque i Dottori Franck, 
Berchet e Pizzetti attestassero pubblicamente che 
le minestre » erano aggradevoli al palato, nu- 
» trienti, confortanti degli stomachi esausti, e da 
» preferirsi ad altri cibi che si potessero sosti- 
*> tuire » pure vi fu chi si sforzò di mettere in 
mala voce sì utile provvedimento. 

Per lettera graziosissima del Vice-Prefetto fu 
incaricato di visitare tutti gì' Istituti di pubblica 
Beneficenza, di dare ragguaglio al Governo del 
loro presente stato, e di indicare quanto egli cre- 
desse più utile ai medesimi, e come si potessero 
ordinare al miglior fine, al quale furono dai Fon- 
datori destinati. Adempiè con lodevolissimo zelo 
un'incumbenza sì cara al suo animo; e se per una 
parte gli fu doloroso il vedere alcuni de' Luoghi 
Pii bisognevoli in estremo di pronti riordinamenti 



7 8 

e di assidua vigilanza, godè per l'altra che a lui 
si fosse offerta l' occasione di fare che avesser ter- 
mine gli abusi e le irregolarità, cagioni di que* 
mali. E merita che si sappia, a prova del suo fer- 
vore, che la maggior parte di molti dì impiegò 
nella visita de 1 luoghi, e che si occupava nella 
notte ad esporre in iscritto le cose esaminate nel 
dì, colle proposte di quello che a lui pareva più 
acconcio all' uopo. Il Governo approvò i disegni 
di lui, e lo elesse dopo, per incumbenza indipen- 
dente da quella di Podestà, a presiedere alla Com- 
messione Amministrativa degli Ospizii di Parma, 
e due anni appresso a Presidente dell' Ufficio di 
Beneficenza, istituito perchè fosse prontamente 
provveduto alle necessità de' più poveri; e il San- 
v itale pubblicò allora una Istruzione risguardante 
al modo da tenersi per meglio conoscere quelli che 
veramente abbisognassero di soccorso, avuto rispet- 
to all' età, alla salute, alla famiglia, e al diverso 
modo con che i medesimi, riconosciuti poveri, me- 
ritavano di essere sovvenuti. Egli faceva pure in 
essa un cortese e amorevole invito alla carità de' 
privati, la quale è sempre (considerata la maggiore 
o minore prosperità d'uno Stato) in proporzione 
alla stima e alla fiducia che si ha in colui o 
in quelli, a cui tocca distribuire o amministrare 
quanto essa è disposta a dare. 



79 
Egli si portò ai Luoghi di Monte; esaminò co- 
me venivano amministrati, lo stato loro, le qua- 
lità delle rendite e delle spese, e di tutto diede 
poscia esatto conto ed informazione al Governo; 
onde anche a questa parte della pubblica cosa ven- 
ne dato speciale provvedimento. Nel che gli fu 
mestieri aver fermezza e costanza ad impedire che 
una parte delle entrate di questi ed altri Luoghi 
Pii non venisse rivolta a biasimevol fine. 

Altra gravissima e penosa opera fu quella di 
por nuovo ordine agli uficii della municipalità, e 
T istituirne di nuovi, come era voluto dalle molti- 
plici parti della pubblica Amministrazione, le quali 
dovevano essere esercitate dal Podestà; ed egli se- 
condo che importava ai pubblici affari propose gli 
uffizii, che furono poi costituiti per legge del Go- 
verno, com'egli avea disegnato. 

Era difficilissima cosa, e il San vitale la con- 
dusse a buon fine ne' primi tempi che fu Podestà, 
il metter ordine a' Registri dello Stato Civile: 
della quale difficoltà vinta da lui si accresce il 
merito considerando, che presso di noi poche erano 
ancora le cognizioni della Statistica, che pochi le 
possedevano, e che quelle non erano ancora state 
ordinate sì che formassero un tutto, o una Scienza 
con principii certi e universali. Oltre ciò è leggier 
cosa lo immaginare quante inesattezze, quante 



8o 

mancanze, quanta confusione era ne' libri in cui si 
segnavano le nascite e le morti, e le molte cautele 
necessarie perchè fra i chiamati alle leve non fos- 
sero omissioni a danno di quei che dovevano essere 
arrotati. 

Gravissima cura e prudenza e severità con 
benignità temperata richiese da lui il fatto del- 
l'innesto del vaiuolo, al quale (neppure a' nostri dì 
riconosciuto da tutti e buono e utile!) erano con- 
trarie le opinioni, i sentimenti, gli errori di moltis- 
simi; onde il Sanvitale, in compagnia de' Medici, 
a ciò eletti , si recò in molte case della nostra 
Città, particolarmente di quelli, cui 1' ignoranza 
rendea fermamente più ostinati contro il bene. E 
la presenza di lui, che tutti conoscevano buonis- 
simo, che tutti amavano e rispettavano, conseguì 
ottimi effetti. 

Anche 1' introduzione del nuovo Sistema me- 
trico (una delle più grandi e più utili cose dei 
tempi moderni) volle ch'ei dimostrasse alla prova 
di quanto saggia prudenza debba essere fornito un 
Magistrato per essere utile al suo Governo ed ai 
cittadini. Perchè essendo inesperti del nuovo me- 
todo di pesi e di misure non pur la più parte dei 
privati, sì anche molti de' pubblici uficiali, egli fu 
vigilantissimo ad impedire, per quanto potè, che 
non ne ricevesse!* danno né il Comune né i citta- 



8i 

dini, fosse per ignoranza o per frode. Nel che era 
(come il fu in molte altre occorrenze) pazientis- 
simo a dar consigli, a porgere schiarimenti, a usare 
somma benignità ed amorevolezza di parole e di 
maniere. 

Fu poi di grave e straordinario peso il dover 
dare al Governo, ogni mattina, minuto ragguaglio 
dei furti, delle risse, degli arresti, degl' incendii , 
dei disordini d'ogni sorta avvenuti nella notte; e 
fra tante e sì diverse qualità d' incumbenze quelle 
di provvedere alle cose di pubblico divertimento, ai 
Mercati pubblici, agl'Istituti della pubblica Biblio- 
teca (come fu poc'anzi indicato), degli Archivi, 
del Giardino Botanico, del Giardino Imperiale, 
del Museo, dei Gabinetti di Fisica, di Chimica, 
di Storia Naturale, d'Anatomia, delle Scuole di 
Belle Arti; i quali tutti sentirono l'utile opera 
di quell'instancabile Magistrato. In tutto questo 
vuoisi attribuire giustamente la debita parte di 
lode al Consiglio del Comune, e a quelli che dipen- 
devano da lui, e che concorrevano a condurre le 
pubbliche cose: ma è noto quanto l'accordo di 
tutti, l'attività de' singoli, la diligenza, l'ordine 
in ciascuna parte venga dalle qualità che sono nel 
Capo, e quanto è argomento di saggezza, di pru- 
denza, di zelo e di accorta vigilanza in lui, il 
pronto corso e regolare di vasta amministrazione. 

ii 



82 

Aggiungasi che più d' una volta a conseguire il 
bene, oltre le difficoltà che sono, può dirsi, nella 
natura delle cose, altre e fortissime ne ebbe ap- 
punto dove avrebbe dovuto trovare, per maggior 
potenza, forza maggiore che gli appianasse e ren- 
desse agevole la via. Né quando incontrò ostacoli 
perde la speranza di vincerli: né si stette dal 
guardare a' modi pei quali potesse pervenire alla 
meta che erasi proposta. La coscienza della retti- 
tudine del fine il rese animoso e lo ingagliardì 
negli sforzi, dai quali ebbe spesso felice riusci- 
mento. Però nel 1807 avendo dovuto sostener 
grave lotta per una giusta causa; e vedendo che 
la giustizia non potea risplendere della sua luce a 
chi pur doveane essere illuminato, egli volle rinun- 
ciare airuficio suo, e pregò perchè altri fosse po- 
sto nel luogo ch'egli occupava: ma la stima che 
di lui facea l' Imperatore , e la grazia in che lo 
aveva, il mantenne nel grado, ricevendo a ciò 
conforto di benigne parole ed amorevoli; e nel- 
T ubbidire alla volontà dell'Imperatore, fu contento 
di non aver mancato, che per lui non rimanesse 
nell'oscuro la verità. E sebbene fin d'allora com- 
prendea che la difesa fatta a viso aperto del giu- 
sto e del vero sarebbe per accattargli cagioni di 
dolori, pure seguì la sua via, e fu sempre in 
egual modo sollecito ed ingegnoso e infaticabile 



83 

per tutto quello che il debito dell' uficio gF impo- 
neva verso il suo Governo, e per quel che giovasse 
al bene de' suoi concittadini, finché stette a capo 
del Comune (che vi fu per quasi tre anni):, dopo 
il qual tempo venne acconsentito alle sue pre- 
ghiere di deporre le alte incumbenze ch'egli avea 
rese, col fatto suo, più leggieri a sostenersi. 

Dell' amore che gli ebbero i suoi cittadini fu 
segno e misura il dolore sofferto, e palesemente di- 
mostrato, quando seppero che non avrebber più la 
consolazione di ricorrere a lui e come a Magi- 
strato e come ad amorevole consigliere. Della 
fiducia poi e della estimazione del Governo verso 
di lui fanno fede le molte lettere che gli vennero 
scritte a ciò, in una delle quali (del Vice-Prefetto 
Cav. De-Gubernatis) sono, fra le altre, le seguenti 
notevolissime parole: » Veggo con grandissimo pia- 
» cere che 1' Amministrazione del Municipio di 
» Parma è tolta dalle altre a modello. » E il 
Mai*esciallo Perignon, che fu Governatore di Par- 
ma e di Piacenza, diede amplissime dimostrazioni 
d' interessamento agi' Istituti di lui; d' approva- 
zione al modo con cui conduceva gli affari dell' ufi- 
cio suo, di affezione alle sue doti, come privato; 
e del desiderio ch'egli (il Sanvitale) avesse voluto 
accettare un grado a lui conveniente nelle milizie 
imperiali. 



8 4 

Inoltre quando nel 1807 andò ad Alessandria 
Capo di due Deputazioni all'Imperatore Napoleone, 
ebbe da lui benigna ed amorevole accoglienza, e 
gli fu mostrato da quel Grande quanto eragli a 
grado V opera sua nel ministero a cui lo aveva 
eletto. Solo alcuno potè non essere contento, per- 
chè egli fu parco del denaro del Comune in cose 
vane ed inutili; ma di questa prudente parsimonia 
gli tenne obbligo e gratitudine il Comune, che ave- 
va troppe altre e più importanti cagioni di spese; 
ed egli solea ripetere, che trattandosi del ben pub- 
blico, l'onest' uomo deve mirare al vero e all'utile, 
non lasciarsi vincere ai riguardi per le persone. 

Di cara memoria poi ed onorata rimase il nome 
suo nel Comune, tanto che la stessa Carica di Po- 
destà fu dopo più cospicua reputata, perchè era 
stata da lui esercitata; e nella solenne cerimonia, 
ih cui venne (anche dopo parecchi anni) ad altri 
conferita, s* udì celebrato e degnamente esaltato 
il Conte Stefano; e risuonò con molte lodi il nome 
di lui nel Consiglio degli Anziani, quando nel i836 
fu eletto con piena concordia a Podestà di Parma 
il Conte Luigi, suo Primogenito; elezione alta- 
mente onorevole al Padre ed al Figlio, il quale 
per altri ufizii non potè acconsentire ad assumerne 
le incumbenze. 



85 
CAPO XI. 



Mi Governo nell' acconsentire alla sua domanda di 
riposo da tale incarico desiderò eh' egli prestasse 
tuttavia l'opera sua, ove meglio a lui piacesse eser- 
citarla. E la scelta non poteva essere di più onore 
a quell'animo devoto sempre al bene de' più infe- 
lici. Elesse pertanto di essere Direttore dell'Ospi- 
zio di Mendicità, che allora si istituiva in Borgo 
San Donnino, secondo la legge del Governo Francese 
del 27 Ottobre 1808; e intraprendeva le cure del 
nuovo uficio nel Settembre del 1809. Ma perchè 
questa era una istituzione quasi nuova nel Paese 
nostro, ove gli asili e i ricoveri pei poveri avevano 
forme e regole differenti, e perchè in altri erano 
opinioni diverse dalle sue, sebben forse dirette 
ugualmente a buon fine, egli dovette anche qui 
vincere impedimenti che si attraversavano al con- 
durre a termine i suoi disegni; per la rettitudine 
dei quali era in lui e la dottrina di quel che 
si usava in altri^ Istituti di tal sorta, e l'espe- 
rienza di più anni negli Ospizii di Fontanellato. 
Ma appunto ove la virtù più deve operare di sua 



86 

forza, più è materia ed argomento di lode. E 
quanto egli estesamente vedesse 1' ordine intero 
ch'esser dee nelle molte parti di un Istituto pel 
ricovero di mendici, e le interne discipline, il mo- 
strò col libro Saggio Filantropico ecc. del quale 
avrò più innanzi a far parola, e coir altro che ha 
per titolo Meditazioni, ove sono utilissimi pensa- 
menti intorno all'istituire, all'amministrare e diri- 
gere Ospizii di Mendicità e di Beneficenza. Quanto 
all' opera sua pratica in quel di Borgo San Don- 
nino dirò, che egli si consacrò tosto all' esercizio 
delle nuove incumbenze, incominciando dal far 
sentire a quelli che aveano a sostenervi altre cure, 
la gravità e 1' importanza dei loro doveri; ciò 
che loro spettava a fare, perchè le intenzioni del 
Governo fosser condotte al loro fine dirittamente 
e lodevolmente, e perchè i ricoverati godessero 
a pieno dei provvedimenti dati in loro favore: e 
a questi pure diresse umanissime parole di con- 
forto, mostrando loro fino da quel momento che 
le sue cure sarebbero state per essi di quella sorta, 
che un padre adopera verso de' figliuoli. 

Né vuoisi taciuto, poiché buon destro si offre 
a dirlo, eh' egli tenea frequenti Discorsi e a' suoi 
Alunni in Fontanellato , e ad ogni adunanza di 
persone, quand' era Podestà, per accendere gli ani- 
mi altrui o ad eseguir con zelo e con amore le 



8 7 

cose eh' egli consigliava o prescriveva come Supe- 
riore, o, se parlava a giovinetti, per disporli e 
prepararli al bene e alla virtù. Che ei sapeva, e 
lo dicea spesso, quanto il sentimento che è susci- 
tato in uno o in pochi, ove sien molti adunati, si 
comunica rapidamente, e quasi si trasfonde negli 
animi di tutti; il che in altro modo sarebbe impos- 
sibile a conseguirsi; e quanto anche chi per indole 
di natura e abitò di consuetudine fosse lento al- 
l' operazione, è indotto da necessità , per eccita- 
mento d' altrui, come per atto spontaneo e per 
qualità sua propria, a non rimanersi nel fatto 
secondo ad alcuno. 

Ora tornando col favellare alle opere sue nel- 
l'Ospizio di Borgo San Donnino è a dire che, con- 
forme ai suoi principii direttivi nelle cose di pub- 
blica beneficenza, attese a quanto facea mestieri 
perchè ivi fosse bastante e sano il mantenimento 
dell'indigente; educazione a un'arte o ad un me- 
stiere, e istruzione religiosa e morale al giovinetto 
orfano od abbandonato; lavoro a chi non avea fuori 
in che occupare utilmente le sue forze; modo e 
cagione di morale miglioramento e di correzione 
a chi, non colpevole da meritar grave pena, dovea 
esser tolto dal pericolo di commetter colpe. Gli 
fu di non lieve fatica 1' ottenere che opportuna- 
mente si accomodassero i luoghi, perchè servissero 



88 

con agevolezza ai bisogni, cui erano destinati, con 
risparmio di tempo e di cose; e che le persone 
ricoverate venissero prudentemente divise, sebbene 
non potesse conseguir mai, con grave suo dolore, 
T utilissima separazione dei mendici per vizio e 
per cattiva condotta, dai mendici involontarii per 
vicende di nimica fortuna e per cause indipendenti 
dal fatto loro e dalla loro volontà. Egli avea par- 
ticolare diligenza e cura assidua al buon costume 
dei ricoverati e alla sanità dei medesimi sì per la 
qualità de' luoghi, che degli alimenti; ed ivi era 
veramente padre de' poveri, ai quali spesso e molto 
dispensava del proprio. E anche a dirsi che la voce 
sua ora di pietoso conforto, ora di prudente consi- 
glio, ora di amorevole e benigna riprensione, scen- 
deva sempre consolatrice ne' cuori, ed ove portava 
la calma e la rassegnazione, ove il pentimento del- 
l'errore e della colpa, ove insinuava l'odio al vizio, 
1' amore alla virtù; e che un solo Sacerdote non 
potendo prestare efficacemente per tutti il suo mi- 
nistero, essendo gli uomini e le donne in due edi- 
fizii separati, egli a proprie spese ne chiamò e ne 
mantenne un secondo, perchè fra quegl' infelici 
più abbondassero i conforti della Religione, la 
quale in sua essenza e natura produttrice di ca- 
rità, porta soavissimo conforto nei disagi, nelle 
privazioni, nei travagli, nei dolori, nelle sventure; 



8 9 

e solleva il povero al pari d'ogni altro, e lo nobi- 
lita col nome (li prediletto da Dio. Né so imma- 
ginare più perfetta imitazione di Cristo di quella 
d' essere per atto spontaneo tra poveri, a fine di 
aiutarli, come vi fu il Conte Stefano, lontano da 
ogni umana grandezza; poiché Cristo chiamava a 
sé i poveri, con loro si tratteneva, gì' istruiva, li 
consolava di sua divina favella, e i poveri affet- 
tuosamente raccomandava a' suoi seguaci. 

Al conseguimento di esatto ordine e di perfetto 
accordo, necessario perchè le molte parti d'un pub- 
blico Istituto muovano all'unico fine cui sono indi- 
rizzate, egli, Direttore, che di tutto doveva essere 
informato, e a tutto provvedere, sentì nella pratica 
esservi qualche difetto, di che non era stato avve- 
dimento in chi da prima dispose le regole a cui 
aveva da attenersi. Ed avrebbe potuto attenersi 
pure ad esse, e non mancare all'adempimento del- 
l' uficio suo: ma ciò sarebbe stato contrario alla 
natura e all' abitudine di lui, il quale sempre 
studiavasi perchè ogni cosa fosse condotta alla 
maggiore sua perfezione; e tanto meno potevasi 
accontentare in ciò che spettava ad un Istituto di 
beneficenza, ove ogni difetto riusciva a danno del- 
l' Ospizio e dei Ricoverati. Onde esaminò accura- 
tamente ov' era il manco di perfezione, ove pote- 
vansi rendere più esatte le norme prescritte, e in 



9° 

una sua Scrittura fProjet de modificat.ion et 
d' ampliation au Reglement ministériel pour les 
Dépòts de mendiche etc.j propose al Barone Pre- 
fetto Nardon alcune utili riforme e alcune nuove 
cose per 1' interno ordinamento dell' Ospizio. 

Ma dopo due anni e alcuni mesi una lunga e 
grave malattia lo obbligò a lasciare quella carica 
che gli era tanto più cara, quanto gli offeriva più 
spesse, anzi continue occasioni di alleggerire i mali 
de' miserabili: e solo il pianto de' ricoverati, 
quand' essi seppero che più no a godrebbero della 
venerabile presenza e della paterna amministra- 
zione del Conte Stefano, può esser segno sufficiente 
a farci giudicare di quanto fervido amore s'erano 
accesi i loro cuori verso di lui; che anzi molti non 
potevano comportare per nessun modo di rimaner 
dopo nell'Ospizio: molti fecero supplicazioni e pre- 
ghiere a fine che fosse loro conceduto di uscire, 
e alcuni fuggirono con pericolo perfin della vita. 

Né a prova di ciò posso tacere quel che gli 
avvenne molti anni dopo, quando abitava nel suo 
Palazzo presso lo Stradone, detto l' Eremitaggio. 
Era il dì della Commemorazion dei Defunti, e fra 
i moltissimi che accorrevano a ricevere l'elemosina 
da lui fatta ogni anno abbondevolmente distribuire, 
una vecchierella pregò quei che la dispensavano, 
perchè le fosse conceduto di presentarsi al Conte 



9 1 
Stefano: ottenne il suo desiderio, e vedutolo appe- 
na, corre a gittarglisi a 1 piedi ; gli prende la mano; 
molte volte, lui repugnante, la bacia, e la copre 
delle sue lagrime, ripetendogli interro ttamente il 
bene eh' egli avea compartito a lei e a tutti nel- 
T Ospizio de' Poveri, ov'ella era stata fra le rico- 
verate; e dopo che ebbe soddisfatto a questo senti- 
mento di gratitudine e di riverenza, altamente nel 
partirsi da lui ripeteva: » Ora sono contenta; l'ho 
» veduto ancora una volta. Iddio lo benedica sem- 
» pre, e gli dia lunga vita, acciò faccia del bene 
» a' poveri. » Tali purissime dolcezze furono suffi- 
ciente, anzi larghissima ricompensa al molto amaro 
con che 1' invidia volle fargli ingiuria anche nel- 
T esercizio della carica di Direttore dell' Ospizio 
di Mendicità. 

E sebbene da quanto si è venuto fin qui espo- 
nendo, strettamente secondo la verità, la sequen- 
za degli atti della sua vita apparisca (come era) 
un successivo concatenamento d' opere di benefi- 
cenza, pure d' una cosa singolare farò menzione, 
che vale di per sé a significare come 1' abito di 
far bene, da prima elettivo per volontà, s'era in lui 
trasmutato in natura. Nel tempo che dimorava in 
Borgo San Donnino per l'uficio suo fu pregato di 
prestare ad una famiglia, d'onorata e civil condi- 
zione, per urgentissima necessità, una non lieve 



9 2 

somma di denaro, che in quel momento né avea 
presso di sé, né avrebbe subito potuto avere del 
proprio. Non gli bastò il cuore che chi gli avea 
fatta la domanda, in caso di tanto bisogno, non 
la vedesse adempiuta. Fece tosto recare le cose sue 
d' argento, fra le altre quelle stesse della mensa, 
al Monte di pietà, e potè in tal modo soddisfare 
al proprio desiderio e alla necessità altrui. In quel 
medesimo, o in alcuno dei dì appresso, ebbe ad 
accogliere in casa sua persone forestiere:, ma non 
perciò gli venne pentimento del fatto: e qualunque 
fosse per essere il giudicio di quelle al veder sulla 
mensa posate ed altre masserizie di poco o quasi 
niun valore, egli si fu tuttavia contento, né fece 
motto di quel che gli era avvenuto. 



9 3 
CAPO XII. 



N< 



lei 1811, non ancora pienamente riavutosi dalla 
malattia per cui avea dovuto rinunciare alla Dire- 
zione dell' Ospizio di Mendicità, si recò a Parigi 
a fine di render ragione della condotta degl' Isti- 
tuti suoi, la chiusura dei quali lo affliggeva pro- 
fondamente; e volea presso i Capi supremi del Go- 
verno a voce e in persona, meglio che in iscritto, 
come avea fatto nel 1809 e 18 io, esporre lo stato 
del Paese nostro in cose di Arti e d'Industria, e 
la necessità per esso di addestrare alle medesime 
una buona parte de' giovani, che crescevano nel- 
r ozio e nella miseria. In queir anno ei venne 
eletto membro del Collegio Elettorale, ed ebbe 
prova e pegno novello della pubblica estimazione 
neir essere stato proposto Candidato al Senato Con- 
servatore. Nel 18 13 fu voluto Presidente della 
Deputazione del Parmense Municipio all' Impera- 
tore Napoleone, ed anche in questa, come in tutte 
le altre incumbenze, lasciò di sé memorie care ed 
onorate, e ricevette segni di vera benevolenza. Fu 
in quest'anno 18 13, come lo era stato nel 181 o, 
Presidente del Cantone di Fontanellato. 



94 

E qui è da notarsi, che se i meriti di lui risplen- 
devano nella sua Città, non risplendetter meno 
nella vasta Capitale di vastissima Monarchia, pei 
quali ebbe con Decreto del 7 Gennajo 18 14 il titolo 
di Barone dell'Impero: e se la qualità di suo sta- 
to il faceva essere in Parigi spesse volte coi Grandi 
deir Impero, 1' amore della sapienza il conduceva 
spesso fra i Sapienti, intervenendo egli alle adu- 
nanze della Società d'incoraggiamento per V In- 
dustria Nazionale, della quale era stato eletto 
Membro, a pienissimi suffragi, fin dal io di Mag- 
gio del 1809, proposto dal Barone De Gerando, che 
al primo di Giugno dell'anno stesso, annuncian- 
dogli la sua elezione, gli scrivea: » Col desiderio 
» di procurare alla nostra Società, negli Stati di 
» Parma, un Corrispondente in cui lo zelo fosse 
» uguale alle cognizioni, ho dovuto fissar gli occhi 
» sul Fondatore del più bello Istituto d'Industria 
» che è in questa parte della Francia; la mia 
» mente è corsa alla Scuola d' Arti e Mestieri di 
» Fontanellato, e ho pensato che il Filantropo che 
» la dirige, fosse naturalmente chiamato a dive- 
» nire Collega nostro. » A lode di quella Società 
basterà il dire che ne furono ad or ad or Presi- 
denti un Chaptal, un Guyton de Morveau, un 
Dupont de Nemours, e Segretari i un De Gerando, 
un Costaz, e fra i Socii un Ampère, un Molard, 



9 5 

un Ternaux ecc. Essa era divisa in Sezioni pel- 
le Arti Meccaniche, per le Scienze Fisiche e Chi- 
miche applicate alle Arti, per le Arti Economi- 
che, per l'Agricoltura e pel Commercio; onde il 
San vitale aveva in essa seggio convenientissimo; 
e tutte le qualità d' esserne Socio. 

Già era per conseguire pieno effetto la causa 
per la quale egli erasi portato a Parigi; imper- 
ciocché nel tempo in cui vi dimorò tutti i suoi 
pensieri non solo intorno agl'Istituti, dei quali era 
stato Fondatore, ma sì anche in generale intorno 
agli Ospizii o Conservatorii per le Arti e i Mestieri 
e per la educazione dei figli del povero furono, 
per volontà di chi teneva la somma delle cose, 
esaminati dalla Commissione Centrale degli Ospizii 
di pubblica Beneficenza, e vennero dalla medesi- 
ma pienamente approvati. E se prima era assiduo 
all'opera sua per la coscienza dell'affaticarsi sol- 
tanto al pubblico vantaggio, e dell' apportarvi 
quanto di frutto avea ricavato dalle proprie me- 
ditazioni e dalle dottrine de' migliori, ora crebbe 
in ardore per la prova certa (avuta da uomini 
espertissimi in siffatta materia, non mossi da alcu- 
no particolare affetto) eh' egli operava secondo 
verità, e in modo conforme alla condizion delle 
cose. Già era ordinato il riaprimento de' suoi Isti- 
tuti; già godea del pensiero di raccogliere e di 



9 6 

unire nuovamente intorno a sé i figli adottivi del 
cuor suo, quando le mutazioni avvenute nelle sorti 
d' Europa impedirono nel momento più prospero 
1' adempimento delle sue speranze. 

Ma sebbene ei vedesse, e con gravissimo dolore, 
l'esecuzione de' suoi desiderii impossibile, non dis- 
continuò il metodo suo d' informarsi d' ogni cosa 
che al pubblico insegnamento appartenesse, e ad 
Arti Meccaniche, e a quelle Scienze, che più diret- 
tamente sono o di necessità o di molta utilità alle 
Arti. Visitava tutte le Istituzioni, qualunque ne 
fosse il nome, le quali erano destinate a sollievo 
della parte più miserabile della Società, non tra- 
scurando ogni altra cosa degna d' essere conside- 
rata da un uomo educato alle più belle e utili 
discipline, e in molte di esse erudito e dotto. Con- 
versava, e lungamente, con quelli, cui un eguale 
amore ed uguali studii chiamavano ad adoperarsi 
per la pubblica felicità; e nel numero di tali uo- 
mini, coi quali godea di aver potuto tenere lun- 
ghi e frequenti colloquii fu il celebre Conte di 
Rumford, nell'anno stesso che aveva ad esser l'ul- 
timo a tanto benefattore de' poveri, ed al quale 
l' Europa e 1' America debbono eterno obbligo ed 
eterna memoria. Trova vasi spesso nelle officine dei 
più reputati artefici, e dilettavasi assai de' discorsi 
che tenea con essi, avendo sempre d'innanzi alla 



97 
mente la patria sua, il bisogno in cui ella era di 
perfezionare le sue arti o di appararne di nuove, 
e facendo a sé obbligo il recarle qualclie frutto 
d' utilità, non alcuno di que' mali semi, che di 
Francia furono presso di noi trapiantati; e se per 
isventura nostra trovaron terreno ove metter qual- 
che radice, di là dond'essi ci vennero, ci vengon 
ora troppo aspri e ingiusti rimproveri, per non 
dire di peggio. Ma nel Sanvitale questo era degno 
di assai lode e di imitazione: che desiderava, e 
promoveva di tutta sua forza quanto giovasse a 
un retto procedimento delle potenze dell'intelletto 
e delle forze del corpo neh" operare, ed in tal modo 
favoriva efficacemente al vero progresso; in guisa 
però che a questo servisse quasi di addentellato 
tutto il bene che si avea prima, onde il nuovo 
fosse una continuazione dell'antico; e secondo che 
il meglio venisse conosciuto e gustato, si dismet- 
tesse il cattivo. Forse alcuni leveran contro la 
voce, forse grideranno all'errore: non credo con- 
veniente, né luogo opportuno, neh" aver dovuto toc- 
care di ciò per ragione storica, il dire il perchè 
tengo assai lodevole quel modo; dirò bensì che la 
considerazione dei fatti induce a vedere nell'ordine 
universale una successione e un concatenamento, 
non salti o sbalzi, e che per tale successivo pro- 
cedimento si può pervenire a buon fine. 

13 



9 8 

Egli seguitò questo suo metodo di considerare 
e di notare quanto vedea di migliore sì in Francia 
che in Germania ove recossi in appresso. Giunto a 
Vienna domandò e ottenne udienza dair Impera- 
tore Francesco I., Padre di Colei sotto la mite e 
clemente signoria della quale passarono e stanno 
questi Stati; ed ebbe da lui onorevoli accoglienze e 
segni di molta benevolenza. Nel tempo che stette 
in Vienna conobbe molti uomini celebri per dot- 
trina, massimamente nella Storia Naturale, e vide 
in presenza quelli coi quali avea tenuto, molti 
anni prima , corrispondenza di lettere per istudii 
di Botanica. La conversazione di questi, la vista 
degli Orti e dei Giardini Botanici, dei Gabinetti 
di Fisica, d'Anatomia, di Mineralogia, delle Colle- 
zioni d' ogni genere delle cose naturali fu al suo 
animo come scintilla che s'accese in grandissima 
fiamma per gli studii che avea coltivati in sua 
giovinezza; e tornò a vagheggiare col pensiero 
e il suo Giardino, e il suo Gabinetto, e le sue 
Raccolte, proponendosi di tornare al tenor primo 
di vita; al che si provvide e di libri , e di cose 
che non avrebbe potuto trovare nella sua città, 
e strinse onorevoli amicizie coi Ch. mL Professori 
Myhlfeld, Senoner, Parthsck, Jacquin, Humann, 
Jan ed altri, come apparisce dalle lettere dei me- 
desimi che conservarono lunga memoria di lui. 



99 
CAPO XIII. 



X 



ornato in patria, desideroso di tranquillo stato, 
volle vivere a sé, alla Famiglia sua ed a' suoi stu- 
dii. Ma la fama delle virtù e della grandezza del- 
l' animo suo non permise che rimanesse in condi- 
zione di vita affatto privata. L' Arciduchessa 
d'Austria, MARIA LUIGIA, divenuta Signora 
di questi Stati, lo elesse nel i8i5 a suo Gran Ciam- 
bellano; nel 3 Marzo del 1816 a suo Consigliere 
Intimo Attuale; il 16 Dicembre dell' anno stesso 
il confermò Consigliere della Parmense Accademia 
di Belle Arti; poi innalzollo a Senatore Gran Croce 
del S. A. I. Ordine Costantiniano di S. Giorgio; indi 
ad alcuni anni (nel 1824) a Gran Cancelliere del- 
l'Ordine e Presidente del Consiglio Amministrativo 
del medesimo. Molte Accademie, fra le quali quella 
delle Scienze di Torino e di Belle Arti di Vienna, 
vollero annoverarlo fra i loro Socii, tra cui risplen- 
dono i nomi degli uomini più celebri d'Europa; ed 
anche la Società d' Agricoltura della Provincia di 
Reggio gli mandò diploma di suo Socio. Neil' an- 
no 18 16 fu pregato con lettera onorevolissima del 4 



100 

Giugno dal Ministro di Stato Conte Magawly di 
proporre al Governo l'ordinamento di un pubblico 
Istituto pei Mendici, il quale incarico sostenne con 
altri tre onorevoli suoi Concittadini componenti 
una Commissione, di cui, per elezione dello stesso 
Ministro, egli era Presidente. E sebbene gli fosse 
lasciato troppo picciolo spazio di tempo a tale ope- 
ra, e gli venissero prescritti alcuni confini, trop- 
po angusti, entro i quali non poteansi contenere 
i principii ordinativi di tal sorta d' Istituti, se- 
condo eh' ei li comprendeva entro di sé, distese e 
presentò una Scrittura, la quale ottenne le lodi 
della Commissione che la prese ad esame, e che 
egli poi in altro tempo fece più ampia e piena in 
guisa da poter bastare all' uopo di qualunque 
Stato o Governo. 

Anche però fra le cose eh' egli faceva con 
sollecitudine per la riverenza di chi gliene affi- 
dava la cura , si adoperava all' amministrazione 
del proprio patrimonio, e in modo particolare 
alle migliorie dell' Agricoltura , ove vedea quanto 
ancora presso di noi rimanea da fare per appros- 
simarsi alla perfezione. Fu accennato da princi- 
pio ch'egli tornando da Malta, aveva recato seco, 
fra l'altre cose, sementi di cotone, che con felice 
riuscimento coltivò, ancor giovinetto, in Fonta- 
nellato, e la cui coltivazione conoscendo egli per 



IOI 

teorica e per pratica quando venne in questi Stati 
dal Governo Francese prescritta, la dismise, per- 
chè altre più gravi cure gF impedirono di atten- 
dere ad essa: pertanto la riprese in questo tempo, 
e se ne occupò con molta diligenza nell' Eremi- 
taggio, intorno a che ha lasciato nota esattissima, 
d' onde si ha il prodotto di trecento piante di co- 
tone coltivate in un determinato spazio di terreno, 
e la spesa per la filatura di esso e la tessitura ; e 
dal ragguaglio del valor della tela colle spese e 
coli' ordinario prodotto di uguale spazio di terreno 
di uguale qualità, si mostra che se la filatura 
fosse eseguita colle macchine usate presentemente 
altrove, il prezzo della tela di nanchino nostrale 
non riuscirebbe quasi niente maggiore di quel 
de' nanchini che si comprano da' forestieri. 

Coltivò eziandio la pianta del Caffè, e n' ebbe 
buon effetto \ e il suo giardino fu bello e ornato 
di vaghe specie d' erbe e di fiori nuovi al nostro 
cielo. Ma quel che è da tenersi in maggior conto 
fra queste sue prove ( che ho voluto indicare 
solo perchè si sappia come egli era intento sempre 
a quel che fosse per riuscire di utilità al suo 
Paese, e perchè in ogni tempo e luogo furono le 
ripetute esperienze dei Sapienti, eseguite con va- 
rietà di metodi e con differenza di circostanze, che 
diffusero nella pratica delle nazioni la conoscenza 



102 



esatta di molte utilissime cose delle quali erano 
prive ) fu F opera eh' ei pose a render migliore 
la coltura de' suoi vasti terreni, e in singoiar 
maniera delle piantagioni d'alberi e di viti, a cui 
da natura è sì ben disposto il nostro suolo. Ei 
fé' venire di Toscana, di Grecia, di Francia, e 
da altri luoghi le migliori qualità di viti; ottenne 
da esse, entro pocbi anni, accuratamente educate, 
abbondante quantità di uve, e da queste per saggi 
e industri metodi ebbe ottime qualità di vini, di 
cui si piacea favellare, affinchè per opera d'altri 
agricoltori questa divenisse fonte di prosperità, e 
si togliesse il bisogno di ricorrere allo straniero 
per quel che si può avere in casa nostra. Né fu 
poco il frutto ch'ei ricavò dall' indurre i suoi 
contadini a mutare in migliori molte antiche con- 
suetudini, che sono tuttora in parecchi luoghi ca- 
gioni di gravi danni. Giovò pure assai anche col- 
l'essere stato fra' primi a introdurre le vacche di 
razza svizzera; poiché molti proprietarii , negli 
anni successivi, per fin de' più restii e nemici alle 
parole di miglioramenti e di perfezionamenti di 
metodi nell'agricoltura, veduto il molto e copioso 
frutto che si avea per esse, seguirono V esempio 
di lui, onde si accrebbe il prodotto de' formaggi, 
se ne perfezionò la fabbricazione, si studiò a ren- 
der migliori le nostre pasture, e l'un perfeziona- 



io3 

mento altri ne indusse seco, e si moltiplicò la co- 
mune ricchezza dello Stato. 

A lui era noto come in tempi più antichi fu 
tra noi coltivata felicemente la pastorizia, e che 
qui fiorirono le manifatture dei tessuti di lana; 
che anzi nel ricco Archivio di sua Famiglia sono 
conservati due Codici in pergamena, della metà 
circa del quindicesimo secolo, ove leggonsi le leggi 
del Governo di quella età, e gli ordini e le disci- 
pline che regolavano il commercio delle lane e dei 
panni che presso di noi si fabbricavano. Ed egli 
che tanto amava che si mantenessero in onore le 
cose nostre, e che si rialzassero e si riducessero 
a buono stato quelle che erano cadute in basso, 
acconsentì con animo lieto ad aver parte in una 
Società formatasi in Parma (son già molti anni) 
col fine di ritornare in miglior condizione 1' arte 
di allevare ed educare le pecore, onde avere larga 
sorgente di utilità dai pascoli a che sono acconce 
grandi parti dei monti di questi Stati, che quasi 
tutte si lasciano incolte e infruttuose. Ed era mani- 
festo quanto di bene e di prosperità sarebbe venuto 
da una copiosa produzione di lane, la quale avrebbe 
fatto sorger ben presto fra noi fabbriche di panni, 
e per questo si sarebbero aperte nuove vie di one- 
sto guadagno ad operai ed a commercianti della 
nostra città. I Socii che tentarono sì lodevole im- 



io4 

presa si adoperarono con cure e con ispese perchè 
a buon fine ella riuscisse; e comperarono molte 
mandre di razza spagnuola. Ma per qual che ne 
fosse la causa, eh' io ignoro, 1' esito mancò al- 
l'' aspettazione, e quel che fu intrapreso con tanta 
speranza di bene partorì grave danno. È da no- 
tarsi però che fin da principio il Conte Stefano, 
perchè si corresse minor rischio di perdita, e per- 
chè a lui parea meglio, propose che si comperas- 
sero solo i merini maschi, e che, accoppiandoli 
colle più belle pecore de' nostri paesi, si cercasse 
per questo modo di avere tal razza, che partecipe 
delle buone qualità di quella di Spagna, compor- 
tasse meglio la natura di questi luoghi e il genere 
de' nostri pascoli. Non fu seguita questa sua pro- 
posta; e chi si conosce di tal sorta di cose (utilis- 
sime a sapersi) giudicherà se ciò avrebbe condotto 
a un fine migliore di quello che ne fu avuto. Qui 
mi si perdoni se, per V amore, sebbene sterile, 
che ho alla mia terra, aggiungo che i mezzi coi 
quali si potesse conseguire miglioramento nella 
qualità e nella quantità delle lane, non ancora 
presso di noi conosciuti , meritano d' esser fatti 
materia di attento esame e di osservazioni da chi 
intende cogli studii e colle opere al generale perfe- 
zionamento delle produzioni dei nostri terreni. E 
quella prima esperienza, fatta con lode di chi vi 



io5 

si provò, non deve essere posta in dimenticanza, 
né, molto meno, far che si creda impossibile un 
esito migliore: ma sì prestare subbietto di consi- 
derazioni, per le quali si discoprissero le cose da 
evitarsi in altre prove, e quelle da usarsi, che 
mancarono nella prima. 



14 



io6 

CAPO XIV. 



Mi Conte Stefano che tanto aveva l'animo capace 
di gustare i diletti della solitudine e della quiete, 
nella quale voleva riposarsi, quanto la natura de' 
tempi, e lo stato degli affari, della Famiglia, degli 
uficii ne lo avea tenuto lontano, non fu lasciato 
mai del tutto in quell'essere di cui il suo cuore 
facealo più desideroso: bello e cortese piegamento 
di sua volontà, onorevole a chi nel chiamarlo tut- 
tavia ad esercizio di cariche mostrava che sapea 
dar pregio alle virtù di lui; onorevole a lui stesso, 
perchè, non cercatore, non cupido di quel che 
talvolta è tormento altrui, mostrava che accet- 
tando l'onor conferitogli, non si rimanea contento 
al godimento del medesimo, ma con zelo adem- 
pieva ogni nuovo obbligo, che segue sempre ogni 
nuovo grado a cui è l'uomo innalzato. 

Pertanto egli divideva con facil ordine e assai 
profittevole le ore d'ogni suo dì, che gli correva 
placido e sereno ; e di ciascun dì alcune erano 
consacrate sempre agli atti di Religione, ed alla 
contemplazione delle maraviglie della natura, che 



107 

altamente ne parlano di Dio; altre ne spendeva 
nelle cure delle incumbenze, alle quali intendeva 
anche negli anni estremi della vita, e in tal manie- 
ra, che, fatto più volte graziosamente pregare dalla 
sua Principessa (a cui erano assai cari i giorni 
di lui) perchè rallentasse le occupazioni dell'im- 
piego, e accettasse altri che sostenesse parte delle 
sue fatiche, egli fermamente rispose, che per nul- 
la cagione voleva mancare al pieno adempimento 
degli obblighi suoi; che se non poteva compierli, 
sentiva l'obbligo di cessar dall' uficio e di rinun- 
ciare spontaneo alle prerogative del medesimo; che 
solo nell'eseguimento del dovere sentiva queta e 
tranquilla la coscienza. Altra parte del tempo era 
da lui occupata nelle cose di sua Famiglia, ed 
altra nel conversare con persone di eletti costumi, 
di senno, e di dottrina, le quali per affetto e per 
estimazione a' pregi di lui si recavano al luogo di 
sua dimora, accolte sempre con amorevolezza e 
con festiva ilarità. E dai medesimi amici suoi si 
ricordano tuttavia, é spesso, i facili ragionamenti 
di cui egli più si piaceva, e come aveano sempre 
argomento non da vanità o frivolezze, sì da cose 
gravi risguardanti alla Città ed allo Stato; alla 
pubblica e privata educazione; al pubblico costu- 
me; alla religiosa e civil condizione; ai nuovi e 
più notevoli avvenimenti; alle scoperte nelle Arti 



io8 

e nelle Scienze;, alle applicazioni che ne potevano 
esser fatte a comune utilità; e si ricorda ancora 
com' egli temperava il suo favellare ( non artifi- 
cioso mai, che d'ogni artificio fu nimicissimo sem- 
pre) con gioconda amenità, senza cadere nel basso, 
senza valersi a ciò dei difetti dell'umana natura, 
che lui movevano a pietà, non al riso ed allo 
scherzo. Il che forse fu cagione principalissima 
ch'egli si tenne lontano dalle numerose adunanze, 
nelle quali pel desiderio di rendersi grazioso alla 
compagnia non sempre è avuto il debito riguardo 
al decoro e alla verecondia. 

Ma alcuno non potrà esprimere a parole la 
dolcezza da cui era inondato il suo cuore, quando 
divideva le ore con alcuno degli ottimi suoi Figli e 
delle ottime Figlie sue, e quando tutti gli faceano 
intorno corona. Soltanto le parole che spesso amo- 
rosamente ripeteva, e che si leggono nelle sue 
scritture, mostrano l'abbondanza e la tenerezza 
dell' affetto verso de' suoi. Né uom puote con 
fantasia dipingere innanzi a sé immagine di più 
perfetta umana felicità di quella d'amorevol padre 
tra figli buoni ed amorevoli. E tutta la godette 
il Conte Stefano: che in lui fu continuo, arden- 
tissimo l'amore a' proprii Figli, e in questi arden- 
tissimo l'amore contemperato alla riverenza verso 
di lui. 



109 

Ma intorno a ciò merita di essere accennato il 
fatto seguente. Dovevansi diffinire quistioni di di- 
ritto per certi beni posti nella Lomellina (Regno 
di Piemonte) che appartenevano alla Consorte di 
lui, e dei quali ella aveva istituiti eredi i Figli 
maschi. Per amorevole e spontaneo consentimento 
di questi il Conte Stefano ne godea 1' usufrutto. 
Fu necessario che venisse stabilito se tal diritto 
d' usufrutto apparteneva per legge al Padre o a' 
Figli. Illustri Avvocati e Giureconsulti Piemontesi 
tolsero ogni dubbio in favore di questi: ma dal 
Tribunale di Vigevano fu dichiarato appartenersi 
per legge al Conte Stefano. In tal condizione di 
cose egli scrisse a' suoi Figli, e li pregò affinchè 
per mezzo de' Tribunali dirigessero una istanza 
contro di lui; poiché questo solo rimaneva a poter 
fare; ed era cosa dalla quale la riverenza e l'amor 
figliale avrebbero distolto i Signori Conti Luigi e 
Giovanni. A tale dilicatezza del loro ottimo Geni- 
tore convennero insieme con lui che si richiame- 
rebbero d'innanzi al Reale Senato di Torino della 
Sentenza del Tribunale di Vigevano. Perciò recossi 
a Torino a sostenere le ragioni de' Figli l'Avvo- 
cato Ferdinando Maestri (illustre Giureconsulto 
parmigiano ed elegante scrittore di prose e di 
poesie); e il Conte Stefano incaricò il Dottore 
Niccola Pellegrini pure di Parma (Consiglier Du- 



no 



cale di S. M., di pronta perspicacia negli affari e 
di grande perizia e probità nell'esercizio pratico 
delle leggi), perchè il rappresentasse presso il 
Senato di Torino, e facesse fede della facoltà data 
da lui ai Figli di ricorrere per ottenere una sen- 
tenza contro di lui; la quale venne pronunciata 
dal Supremo Tribunale secondo il desiderio e del 
Padre e de' Figliuoli. 

Furono d' amore i vincoli più soavi che strin- 
sero sempre, e che stringono tuttavia molti Fratelli 
in dolcissima concordia; e a lode del Padre sarà 
che i semi di tali affetti fossero e infusi ne' loro 
cuori, e felicemente nutriti e coltivati e cresciuti 
tanto, che abbiano prodotti e che producano frutti 
d' opere gentili e generose. 

Il Cielo poi fece contento un tal Padre anche 
nel desiderio di vedere i proprii Figli nello stato 
coniugale. Avea goduto siffatta consolazione rispet- 
to alle Figlie; e questa gli si raddoppiò in non 
lungo intervallo pei due maschi. Il Signor Conte 
Giovanni condusse in isposa la Signora Contessa 
Marianna Simonetta, illustre e colta Dama, for- 
nita d' assai belle doti di spirito, di molta pron- 
tezza e perspicacia di mente. Il Signor Conte Luigi 
si fece Sposo a S. E. la Contessa Albertina di Mon- 
tenovo, Dama ricca di soavissime domestiche virtù, 
d" indole pietosa e benigna, copiosamente istruita 



Ili 

in molte qualità di studii, e di rara e lodatissima 
perizia nella diffidi arte del Disegno; del qual 
merito (potrebbe dirsi veramente quasi singolare) 
sien prova le seguenti onorevolissime parole, che 
quel gran Maestro in tal arte, il Celebre Cav. Paolo 
Tosclii scriveva al Conte Luigi, nelle quali è an- 
che un ottimo insegnamento. » Io Le domando mille 
» scuse per aver trattenuto sì a lungo il Disegno 
» della degnissima sua Sposa. Ho voluto che molti 
» Artisti lo veggano, e tutti al pari di me ne 
» sono rimasti maravigliati. Alla Signora Contessa 
» Albertina, fornita di tante belle e stimabili qua- 
» lità, e destinata a brillare in tutt' altra guisa 
*> pel rango in cui è posta, questo trionfo sarà 
» di lieve pregio; ma per me è un fatto della 
» massima importanza, perchè viene a provare e 
» mettere in piena luce la mia opinione, che non 
» da avarizia della natura in produr genii derivi 
» il decadimento in cui son venute le Belle Arti, 
» ma bensì dall' esserci scostati dal solo e vero 
» metodo di studiarle tenuto dai nostri grandi 
» Maestri della fine del XV. secolo. Ed in fatti 
» riunitesi per la Signora Contessa Albertina le 
» felici combinazioni di un ingegno perspicacissi- 
» mo, e di un ottimo insegnamento, senza che 
» questo venga mai disturbato da alcun cattivo 
» esempio, Essa di diciasette anni (e con pochi di 



112 

» studio disegnando un'ora o due al giorno) ha 
» fatto il suo primo studio dal vero, che appunto 
» sembra un lavoro di quella felicissima epoca del 
» principio del cinquecento; e questo lavoro è tale 
» che a nessuno degli Artisti viventi rincrescereb- 
» be esserne Autore, e la maggior parte se ne 
» potrebbe chiamare onorata. Io non ho potuto 
» trattenermi dal manifestarle la gioia che mi ha 
» fatto provare questo Disegno. Ella sa che non 
» sono tale da imbrattarmi colla vile adulazione, 
» e son persuaso che crederà che quanto dico è 
» l'intimo mio sentimento, senz'ombra di vernice. 
» Quantunque però io creda questo mio parere 
» appoggiato a delle verità meno contrastabili che 
» la luce del dì, pure per quel dubbio che ognun 
» deve avere di sé stesso, ho voluto sentirlo con- 
» fermato dagli altri Artisti, ed io poi ho profit- 
» tato di questa occasione e di questo esempio 
» per eccitarli a camminare nella strada del solo 
» immutabile vero. » 

Come poi avevan adito presso il Sanvitale per- 
sonaggi di alto stato e di fama chiara ed illustre, 
sì anche le persone umili e basse, alle quali ei si 
offeriva con tal aria di benignità e di dolcezza, 
che, evitando quel che eccede il debito della rive- 
renza, impediva anche negl'infimi quegli atti che 
disconvengono alla umana dignità, che inducono 



n3 

gli animi a viltà, donde poi si dibassano ad ogni 
turpezza di vizio: e mostravasi in tanto amorevol 
guisa intento e disposto a udire chi ricorreva a lui, 
che inanimava ad aprirgli ogni segreto dell'animo, 
a palesargli ogni cosa da cui 1' uom fosse o con- 
turbato od afflitto; e, o avevi bisogno di consiglio, 
l'ottenevi umanissimo e prontissimo; o a lui ti 
aveva condotto necessità d'aiuto e di soccorso, ne 
ricevevi quasi spontaneo e non richiesto il benefi- 
zio: né ti faceva sentir l'obbligo della gratitudine 
più in là di quello, a che il tuo cuore ti moveva. 
Anzi colla squisita gentilezza e nobiltà di non 
voler rendere in altrui, quasi necessario un sen- 
timento, che è onorevole e bello e degno di lode, 
solo quand' è spontaneo e figlio d' animo gentile , 
toglieva ad altri cagione d'apparirgli ingrato, e a 
sé la toglieva di patire per ciò un sentimento dolo- 
roso.. Che tutti non sono riconoscenti, né tutti lo 
furono al Sanvitale. E in ogni tempo del viver suo 
mostrò che la dimenticanza altrui de' beneficii rice- 
vuti, o dicasi meglio, l'ingratitudine, non indusse 
in lui pentimento del bene già fatto, o minore 
prontezza e volontà di farne ancora; ben lontano 
da chi cerca di ammantare la poca disposizione a 
giovare col mostrar eccessivo timor degl'ingrati. 



]5 



n4 

CAPO XV. 



JLie cose fin qui indicate, e altre che lo saranno 
più innanzi, non erano sufficienti a tenere in atto 
tutte le sue potenze dell' ingegno e dell' affetto. 
La condizione del paese di Fontanellato , ch'egli 
aveva fatta e florida e prospera, dopo la chiusura 
degli Ospizii si era mutata in triste e miserabile. 
Chi fuori di essi, ma attinenti ai medesimi, avea 
manifatture (e queste eran molte di tessitore, di 
fabbro, di falegname, di tintore e d'altre qualità) 
s' erano riparati alla Città ad esercitare le proprie 
arti, ove tuttavia alcune fioriscono; ma in Fonta- 
nellato ricomparvero que' mali che il Sanvitale 
aveva efficacemente estirpati : 1' ozio , F ignavia , 
la trascuraggine de' fanciulli, il vizio, la mendi- 
cità; del che egli sentiva all'animo gravissimo 
dolore, che avrebbe voluto poter acquetare col 
toglier di nuovo la cagione donde moveva. Egli 
considerò che se era impossibile il riaprimento 
degli Ospizii, non doveva essere chiusa per ciò 
ogni via al recare soccorso, ove tanto grande ap- 
parivano il bisogno: a questo fine cercò precise e 



n5 

minute informazioni del numero e della condi- 
zione di quelli a cui era più necessario un pronto 
provvedimento, non circoscritto al solo paese di 
Fontanellato , ma in tutti i villaggi circonvicini 
compresi nella Pretura di Fontanellato: distese 
una scrittura in cui espose quanto egli credeva 
acconcio al bisogno, la quale fu approvata dal Pre- 
tore e dal Parroco del luogo; e secondo il disegno 
suo sarebbesi aperto un Asilo col titolo di Casa di 
Pietà, al che ei concedeva l'edifizio, e altre cose 
necessarie ad agevolare il conseguimento del fine. 
Neil' anno stesso 1816 interpose efficacissimi 
ufficii presso il Governo, perchè fosse conceduto 
alle Monache Gavotte di Colorno Y antico Con- 
vento dei Domenicani, situato a poca distanza dalla 
terra di Fontanellato, e la Chiesa attigua al mede- 
simo, alla quale è grande il concorso per fervo- 
rosa venerazione; e perchè questo Tempio fosse 
decorosamente mantenuto al culto, egli avea com- 
perato dal Governo Francese tutte le suppellettili 
e i sacri arredi, delle quali cose nel predetto an- 
no 18 16 fece dono al Convento: di ciò si leggerà 
più innanzi una Iscrizione che è sulla facciata del 
Convento medesimo. Per tal modo quella Chiesa 
che fin nell'anno i5i2 fu fondata da una Contessa 
Veronica de' Correggeschi , vedova d' un Conte Gia- 
como Antonio Sanvitale, rifabbricata circa 1' an- 



n6 

no 1660 con abbondante largizione di un Conte 
Alessandro di questa Famiglia, è stata conservata 
al Culto pubblico per generosa pietà del Conte 
Stefano. 

Sempre accoglieva assai benignamente chiun- 
que recavasi a lui con ragionevoli proposte d' in- 
trodurre presso di noi qualche nuovo genere di 
cose promettitrici di utilità, o di migliorarne al- 
cuno che già si avesse, o di costruir macchine 
d' ogni sorta a risparmio di tempo, di fatica e di 
spesa, o di tentare esperimenti ne' quali fosse pro- 
babilità di riuscita: e se questa non fu sempre agli 
effetti qual si pò tea sperare che dovesse essere, 
voglionsi considerare molte circostanze di tempi, 
di luoghi, d" antiche abitudini prima di dar sen- 
tenza risolutamente che F esperimento, che la mi- 
glioria sperata non aveva in sé quanto era neces- 
sario a raggiugnere il fine propostosi. Questo è da 
sapersi, che il Sanvitale era sempre tra' primi; che 
facea quant' era da lui; che presta vasi col consi- 
glio e colla potenza della ricchezza all'opera; ma 
poteva egli vincere e superare tutti gli ostacoli? 
potea, spesse volte solo, sostenere quel che voleva 
il concorso di molti? Poteva, a voglia sua, piegare 
la volontà altrui? Diaglisi però la lode dovuta pel 
molto che fece; per quello di che fu zelantissimo 
e infaticabile promotore, e di quello anche per 



ii 7 

cui si adoperò, sebbene non fu potuto piena- 
mente conseguire. E deesi dire ch'egli godea vera 
e schiettissima contentezza d'ogni nuova cosa che 
veniva fatta presso di noi, da operai del nostro 
paese; eh' egli era sempre primo a comperarla 
con larga rimunerazione all' Artefice, e che alla 
medesima dava la preferenza sopra altre dello 
stesso genere, anche più perfette e più belle, ma 
d' altri luoghi e di esterne fabbricazioni ; che 
aveasi a grazioso uficio il tenere la cosa stessa in 
vaga mostra; il dare in presenza d' altri lode al- 
l' Artefice; il farne palese il nome, e il raccoman- 
dare agli amici suoi l'uso e la compera della cosa 
lodata. La qual particolare affezione del Sanvitale 
non sarà tenuta in picciol conto da chi conosce 
quanto giova al progresso delle Arti l'onore, la 
lode, l'incoraggiamento dato a chi dell' Arti fa sua 
occupazione; quanto alle medesime s'induce favo- 
revole il giudizio dell'universale, se loro è favo- 
revole quello d'uomini stimati e di alto stato e di 
grado; quanto per questa via si multiplica l'uso 
utile e riproduttivo delle cose nostre; come viene 
da ciò prosperità alla patria industria; come si cre- 
scono i modi dell'onesto guadagno; come si toglie 
argomento di scusa all' ozioso volontario; come si fa 
migliore la sorte degli operai; e come per questa 
si diffonde l'agiatezza e la tranquillità ne' popoli. 



n8 

Di tale amor suo alla nostra industria e di 
quanto ei faceva perchè essa fosse più florida, 
sebbene sia sufficiente testimonio quel che si è 
detto prima, pure riferirò ancora che egli riuscì 
a fare che in Parma si istituisse l'arte minor so- 
rella all' Intaglio, quella che a vece di scolpir nel 
rame, scolpisce nella pietra l'immagine delle cose 
e delle persone, e ne moltiplica gli esemplari con 
più prestezza di tempo, e con meno grave dispen- 
dio adorna le case nostre. Teneva in altissima am- 
mirazione le stupende opere a bulino del Celebre 
Cavaliere Paolo Toschi, e la Scuola di lui che fio- 
risce a decoro singolare della città nostra, ed è 
cresciuta in tal fama per tutta Europa, che chiama 
a sé da ogni provincia dell'Europa stessa chi aspira 
alla perfezione dell' incidere in rame; e ad ammi- 
rarla traggono e Principi e Grandi e quanti hanno 
in amore il bello, i quali attraversano questa terra. 
Né qui basta l'accennare tanta celebrità di sì illu- 
stre nostro concittadino: a singolare onore di lui 
vuoisi anco dire, che oltre le doti che il fanno il 
primo intagliatore in rame, ei possiede in grado 
eminentissimo quelle che rendono compiutamente 
squisito e sottile il giudicio intorno alle opere del 
Bello, e per le quali egli scorge con ispeciale acu- 
tezza d' ingegno e perfettibilità di gusto il magi- 
stero di ciascun' Arte, le intime ragioni della eccel- 



II 9 

lenza o della mediocrità, e distingue come ognuna, 
secondo suo uficio e qualità, debba essere air al- 
tre coordinata. Ove poi si guardi alle doti del- 
l'animo, alle virtù di cittadino, all'amore di tutte 
le Arti, alla benevola dilezione pei giovani che le 
coltivano, all' instancabile pazienza colla quale si 
fa a guidarli al conoscimento della vera bellezza, 
alla considerazione di quello che è contrario a 
bellezza, e a spiegare le ragioni de' suoi giudicii; 
se tiensi conto (e se ne gli dee gran merito) del 
costante suo adoperarsi a far che si rendano ognora 
più favorevoli nella nostra Città le condizioni de' 
giovani artisti, si daranno lodi al prudentissimo 
consiglio della Principessa, che il volle a Diret- 
tore delle Scuole della Ducale Accademia di Belle 
Arti. 

Il Sanvitale, dissi, stupiva alle maraviglie del 
disegno, alla potenza dell'affetto, che senza l'aiuto 
de' colori il Toschi sa imprimere ne' volti e in tutti 
gli atti delle persone: avea in sua casa il Ritratto 
del Conte Jacopo Antonio quasi tutta fattura del 
Toschi stesso; e volle che le sembianze proprie 
venissero raffigurate in questa illustre Scuola d'in- 
taglio dal Signor Antonio Dalcò, uno fra i molti 
giovani che per felice riuscita nell' Arte onorano 
sé stessi e il Maestro. Ma considerando quanto in 
altri luoghi fosse già cresciuta 1' arte dello inci- 



120 

dere nella pietra, e il desiderio di molti di posse- 
derne le opere per il poco del loro prezzo, sentì 
la utilità che ne sarebbe venuta dal recarla tra 
noi, e fermò dentro di sé di condurre a fine il suo 
proposito ; perchè provvedeva modo da render con- 
tenti anche i desiderii di quelli a cui una mediocre 
fortuna non concede di poter far grave spesa al- 
l'ornamento delle proprie case, e perchè s'impedi- 
rebbe l'uscita di considerevole quantità di denaro, 
senza che ne procedesse cagione di scapito o di 
abbassamento all' altezza della Scuola d' Intaglio 
in rame. Oltre ciò egli mirava eziandio a questo, 
che s' aprisse a' giovani altra onorevol via di buona 
fama, e loro si procacciasse nuovo modo di utile 
lavoro. Chiese pertanto e conseguì, circa il 1824? 
che fosse permessa fra noi sifFatta istituzione, a 
cui si applicò con altri il Pittore Luigi Vigotti: 
comperò del proprio le macchine e gli altri stru- 
menti a ciò necessarii; e all'esercizio di quest'arte 
concedè stanze e luoghi opportuni nel proprio pa- 
lazzo <±c\V E remitaggio . Da questa officina si hanno 
opere degne di lode, e tra le altre merita special- 
mente d'essere ricordata la copia del S. Girolamo 
del Correggio. 

Anche per cura del Sanvitale vennero e cercate 
e trovate nel nostro paese pietre litografiche, onde 
ha acquistato pregio una materia che prima rima- 



121 

nevasi ignorata ed infruttuosa. Queste pietre furono 
trovate nel torrente Fabiola presso Langhirano; e 
dall'esame e dal paragone fatto tra esse con alcune 
di Baviera apparve essere pur le nostre acconcie 
a ricevere le impressioni ed a servire all' arte. Il 
Signor Francesco Belloli, chiaro pe' suoi studii in 
Chimica ed in Farmacia, e lodato per virtù, giovò 
assai a suggerire ed a mostrare il modo da va- 
lersi con buona riuscita della scoperta del Conte 
Stefano. 



16 



122 



CAPO XVI, 



JLn questo tempo ch'egli diceva di ozio, ma se 
pur vuoisi nominar tale (fatta comparazione coi 
tempi spesi ne' pubblici uffici) dicasi ozio onorato 
e fecondo di utili cose, tornando ai più antichi 
e diletti suoi s*tudii di Storia Naturale, nell'esame 
della più intima struttura de' corpi, e in ispecia- 
lità di quelli cui la Botanica fa obbietto di sue 
indagini, volle tentare esperimenti di cose di cui 
avea da molti anni passati qualche lieve rimem- 
branza per discorsi tenuti col P. Zaccaria da Pia- 
cenza, Professore di Botanica e Chimica in Ferrara, 
indi Professore di Botanica onorario nell'Univer- 
sità di Parma. Si diede ad esaminare l' interna 
struttura delle Foglie, e considerando, come fhan 
fatto alcuni Illustri Botanici, essere di molta im- 
portanza alla scienza la cognizione di questa parte 
della Fisiologia vegetale, animò il Signor Tommaso 
Luigi Berta Parmigiano, Nipote del Zaccaria, ad 
occuparsene con cura speciale. Questi, amantissimo 
di tali studii, con paziente e industre assiduità 
riuscì a ricavare esattissimi gli scheletri delle 



ia3 

foglie di molte specie di piante, come può vedersi 
nel libro che pubblicò in Parma nel i83o, Icono- 
grafia del sistema vascolare delle Foglie, e in una 
Memoria che fu data alle stampe nel 1829 sul- 
l'Anatomia delle Foglie delle Piante, nelle quali 
scritture l'Autore dà altissime lodi al Conte Stefano, 
e gli mostra la sua gratitudine pel patrocinio di 
cui gli fu cortese; poiché per esso (son parole del 
Berta ) si diede di proposito allo studio della Fisio- 
logia e Anatomia vegetale, e lui dice autore di 
quanto pervenne ad eseguire. Vuoisi poi detto, 
riguardo all'opera del Berta, ch'essa ottenne le 
lodi dei Ch. ml Signori Professori Jan, Bertoloni e 
Jacquin ; i quali ne scrissero assai onorevolmente 
al San vi tale. 

Ma spinse ancora più innanzi le prove: con le 
molte sue cognizioni nella Chimica, della quale 
seguiva i rapidissimi progressi, interrogando i mi- 
gliori che di essa si conoscevano (nuovo segno di 
quanto ei fosse nimico di superbia e non presun- 
tuoso di sé medesimo ) pervenne a ridurre il legno 
di certe specie di piante allo stato da potersene 
fare sottilissimi fogli, e adatti, mediante l'uso 
di certe qualità di materie, a ricevere in sé le 
impressioni della scrittura e di qualunque colore. 
Né può chi non vide l'opera di lui immaginare di 
quanto sottile artificio essa sia; e invano mi prò- 



124 

verei con parole a descriverla: dirò solamente che 
tali fogli fanno l'uficio degli antichi papiri e delle 
pergamene; che in essi si possono stendere scrit- 
ture, come sulla carta, calcare incisioni, dipin- 
gere, e persino ricamare coir ago, e che merita 
assai d'essere veduto il bel Volume che di Fogli 
siffatti conservasi nella pubblica Biblioteca di Par- 
ma. Esso ha per titolo: Album de' tentativi su 
Fogli lignei a" invenzione del Conte Stefano San- 
vitale, 18 3 o. Fu dall'Autore diretto con lettera 
al già lodato Cav. Angelo Pezzana, perchè rima- 
nesse nella pubblica Libreria: è composto di cin- 
quantatrè fogli, e contiene Alfabeto e scrittura 
Chinese e Giapponese (copia ed imitazione perfet- 
tissima d'antichi papiri e di pergamene), scritture 
a penna, disegni a matita, impressioni colla pietra 
e col rame, vaghissimi fiori e frutti e farfalle di 
belli e vivacissimi colori, ritratti, ricami coli' ago, 
e dipinture di Borghesi e di Scaramuzza, ambe- 
due di Parma, chiari ambedue per molto valore 
nella difficile loro arte. Nel 182,8 aveva mandato 
esemplari d' alcuni di questi nuovi Fogli a Mon- 
signor Carlo Rosini, Presidente della Società Reale 
Borbonica in Napoli, uomo dottissimo, e n'ebbe 
belle e meritate lodi: dico meritate, perchè oltre 
il potersi per tale suo ritrovato moltiplicare gli 
esemplari, con vaga imitazione, degli antichi pa- 



is5 

pìri, non può mancare giammai di vera utilità 
qualunque scoperta nelle più riposte qualità delle 
cose; e ciascuna è guida ad altra più intima e 
più profittevole, nella qual maniera (checché vo- 
gliasi dire in disfavore de' presenti tempi) si van- 
no ogni giorno crescendo i mezzi, onde avere più 
comoda e agiata la vita. Lo stesso Sanvitale, in 
altra lettera al Pezzana, dice onorevoli parole del 
Signor Berta che gli prestò aiuto nell'opera, e di 
Pietro Bocchi, Falegname Parmigiano, che fece la 
macchina per ridurre il legno a lamine di note- 
volissima larghezza, e tanto sottili, da uguagliar 
quasi la sottilità della carta. Il Conte Stefano avea 
veduto altra macchina da ridurre il legno in sot- 
tilissime strisele, inventata da un nostro assai 
chiaro e benemerito Concittadino, degno, onore- 
vole e intrinseco Amico suo, il Cav. Don Carlo 
Giuseppe Platestainer, pio e dotto Sacerdote, accu- 
rato Scrittore di versi e di prose, zelantissimo 
del pubblico bene, al quale consacrò cure, fatiche 
e larghissimi dispendii, Fondatore anch' egli di un 
Istituto d'Industria e di Beneficenza ( 5 ). 

Ma quanto il Sanvitale valesse in tal genere di 
cose, sia detto da quegli stessi, il cui giudicio non 
può essere avuto per dubbio o fallace; a me è assai 
grato che altri adempia quello, a che io non sarei 
sufficiente. Seguendo egli le sue scientifiche osserva- 



I2Ó 

zioni intorno alla natura e alle qualità delle piante 
trovò maniera, colle Foglie dell' Agave Americana, 
compresse fra sé e unite con metodo accuratis- 
simo mediante il lor succo medesimo, di formare 
quasi un sottil foglio, come di tela, imitativo in 
modo singolare del vero antico papiro egiziano 
(Cyperus papyrusj. Di ciò ebbe lodi dal P. Un- 
gherelli Barnabita, Professore di Archeologia e di 
Lingua Egizia, il quale era di lui estimatore ed 
amico; e di tale scoperta disse assai onorevolmente 
anche il Cb. mo Signor Giovanni de Brignole, Pro- 
fessore di Storia Naturale e di Botanica in Mo- 
dena, Presidente della Sezione di Arti nelP Acca- 
demia di Scienze, Lettere ed Arti di quella Città. 
Degna è poi d'essere veduta la Scrittura che ha 
per titolo : Breve Notizia intorno un Frammento 
di papiro funebre egizio esistente nel Ducale Mu- 
seo di Parma del Dottor Ippolito Rosellini ecc., 
pubblicata in Parma per le stampe del Carmi- 
gnani nel i838; diretta dal Rosellini al Conte 
Stefano, e a questo dedicata dal Ch. mo Signor Cav. 
Michele Lopez, Direttore del Museo Parmense, che 
fu di essa Notizia editore; è unito alla medesima il 
disegno del papiro di cui ivi è data la spiegazione; 
e nei Cenni che la precedono il Signor Lopez 
si fa a lodare, e in degno modo, l'ingegnosissima 
invenzione del Conte Stefano. Questi riuscito feli- 



127 

cernente ne' suoi esperimenti fece in un foglio 
d'Agave disegnare dal Signor Luigi Vigotti (pit- 
tore e litografo) uno de' papiri egizii, in carat- 
teri geroglifici, esistente nel Ducale Museo di Par- 
ma, in tutto conforme al vero, e lo mandò per la 
interpretazione al Celebre Signor Professore Cav. 
Ippolito Rosellini, per la cui sapienza e dottrina 
profondissima nelle cose d'Archeologia, l' Italia non 
ha onde invidii ad altrui, e per lui, fosse anche 
solo, in questo genere di studii è a tutti maestra. 
L' illustre Professore di Pisa, che già tenea ami- 
chevole corrispondenza di lettere col Sanvitale, ap- 
prezzò altamente la nuova cosa; la lodò con no- 
bili parole e magnifiche, ed espresse grande con- 
tentezza, perchè per cresta scoperta » ogni Museo 
» (sono le parole stesse del Rosellini) potrebbe pos- 
» sedere il facsimile dei più importanti mano- 
» scritti egiziani, che si conservano specialmente 
» a Torino, a Parigi, a Londra e a Leida ». E in 
una lettera del dì primo di Giugno 1837 egli scri- 
veva al Sanvitale: » Ogni qual volta vi getto gli 
» occhi sopra (al papiro imitato coli' Agave) parmi 
» di possedere un vero originale di egiziana anti- 
» chità, tanto è agli egizii papiri rassomigliante! » 
Ripeterò finalmente un altro brano di lettera del 
medesimo Professore (sebbene già riferito dal pre- 
lodato Signor Cav. Lopez nei Cenni indicati ) 



128 

quando ricevette dal Conte Stefano un altro foglio 
d' Agave col facsimile d'altro più piccolo papiro, 
in caratteri jeratici, che parimente trovasi nel 
Museo di Parma; essa fu scritta il giorno dieci 
Dicembre 1837. » I suoi bellissimi Saggi di papiro 
» mi sono sembrati un risultato così interessante 
» da doverne comunicare la notizia al celebre Isti- 
» tuto Archeologico, che per la sua vasta e bene 
» organizzata diffusione può veramente chiamarsi 
» Europeo. Perciò io ho colto l'occasione di man- 
» dare al celebre Prussiano Dottor Lepsius, resi- 
» dente ora in Roma, come Segretario della Dire- 
» zione centrale dello stesso Istituto Archeologico, 
» quel facsimile di papiro del Museo di Parma, 
» eh' ella ultimamente mi favorì. Ho anche inca- 
» ricato lo stesso Signor Lepsius (uno de' miei 
» antichi scolari in cose egizie, dei quali posso 
» più onorarmi) di redigere una notizia esplica- 

» tiva di quel papiro Io ho usato di quest'oc- 

» casione d' incombenzare il lodato Lepsius di quel 
» piccolo lavoro, quasi come un naturale e favo- 
» revol mezzo per far conoscere questi Saggi di 
» papiro all' Istituto; per interessarne maggior- 
» mente il Segretario, e per mettere la degnissima 
» persona di lei in corrispondenza con quella cele- 
» berrima Associazione di Sapienti, specialmente 
» Tedeschi; la quale tenendo l'Europa in esatto 



129 

» giorno di tutto ciò che più interessa le scienze 
» dell'antichità, può mettere in chiaro lume la 
» ingegnosissima scoperta di lei sul papiro. E in 
» fatti non mi sono ingannato nel mio proposito; 
» poiché il detto Segretario mi ha risposto subito 
» significandomi la molta sua soddisfazione pel co- 
» municatogli Saggio, e dicendomi che ne avrebbe 
» fatto materia di trattenimento in una delle adu- 
» nanze dell' Istituto. Egli mi ha di più mostrato 
» desiderio ch'ella abbia luogo fra i membri dello 
»> stesso Istituto, ed a tale effetto mi ha trasmesso 
» copia dei rapporti del medesimo. » Dopo le pa- 
role di un tant'uomo e il giudicio di quel Consesso 
di Sapienti ad onore del Sanvitale, a cui potrebbesi 
aggiugnere ancora quanto fu scritto dai Capi di 
molti Istituti Scientifici d'Italia e d'altre Nazioni 
(ai quali per lodevolissima diligenza del Conte Luigi 
furono mandati esemplari dell'indicata Notizia) 
posso tacere delle testimonianze date da molti al- 
tri, che videro e seppero apprezzare l'opera di lui. 
Qui vuoisi pur detto che fra le molte cose di 
cui si provò ad arricchire la nostra industria, egli 
fece, e procurò che venisser fatti da altri esperti 
nelle Scienze della Fisica e della Chimica, esperi- 
menti per la fabbricazione della carta colle foglie 
della pannocchia del grano turco, da valersene ad 
usi grossolani; altri per ottenere la carta dalle foglie 

17 



i3o 

del gelso delle Filippine, detto anche papirifero; 
altri per la fabbricazione delle pergamene. Si ado- 
però eziandio a comporre certa qualità di vernice 
clie servisse all'uso di quella detta della China; 
non volle lasciare intentato il metodo di estrarre 
lo zucchero dalle barbabietole, la cui abbondante 
raccolta, che si fa presentemente in altre Provincie 
d'Europa, mostra quanto era ingiusto il biasimo e 
il disprezzo e lo scherno che si diede, non son 
molti anni, a chi primo pensò di far ricca l'Europa 
di questa nuova produzione. Coltivò la pianta del- 
l'Oppio indigeno fpnpaver somniferumj, e a fine di 
conoscerne le qualità, e se l'uso di esso fosse po- 
tuto essere sostituito all' esotico, il sottopose alle 
esperienze della Chimica. In tutte le quali prove, 
e in altre ancora, il già lodato Signor Belloli 
gli prestò sollecito e d' assai lieta voglia l' opera 
sua utilissima, pel desiderio che ha di più esten- 
dere al pratico vantaggio delle arti e dell' indu- 
stria le scientifiche sue cognizioni. 

Per tali guise queir ottimo uomo intendeva , 
anche nel ritiramento della solitudine, ad accre- 
scere il bene della sua terra: faceva opere continue 
di segreta beneficenza; anche quando parea che 
vivesse a sé solo gli anni della sua prospera e 
vigorosa vecchiezza, adempieva gli ufizii di ottimo 
padre e di generoso amico. E sebbene da alquanti 



i3i 

anni egli non comparisse alle numerose adunanze, 
e fosse desiderata la sua presenza alle più solenni 
feste, il nome di lui non era caduto dalla memoria 
degli uomini; da moltissimi si udivano le sue lodi, 
o perchè da lui beneficati, o perchè lo erano stati 
loro parenti, amici o conoscenti; ed ove si tenea 
discorso di lui, ciascuno avea nuove cose da ag- 
giugnere a merito suo: la patria godeva di anno- 
verarlo tra' suoi figli prediletti, e davasi giusto 
vanto di possederlo. E quando nel Marzo del i832 
la nostra città ebbe gravi disastri per forti e ripe- 
tute scosse di terremoto, molti trassero all'abi- 
tazione di lui, r Eremitaggio , che chiamavano 
Casa patriarcale ; ed egli , facendo loro cortesissime 
accoglienze, godea che ivi avessero sicurezza, e 
rimettessero in calma e tranquillità gli animi 
fieramente conturbati dalla paura. Egli poi nel 
dar ragguaglio della pubblica calamità di tal fla- 
gello al Figlio Conte Luigi, e nel mostrare quanto 
di buon animo aveva accolto presso di sé i suoi 
concittadini, fa sentire che gli spiaceva perfino la 
cura che una Famiglia mettea per non recargli il 
più leggero incomodo, dicendo » (questa fami- 
» glia) quasi mi offendeva, giacché m'impediva 
» gli atti di ospitalità ». 

In questi stessi tempi in che vivea nel ritiro, 
il nome di lui era chiarissimo anche a' lontani pel 



l32 

grande amor suo al bene degli uomini; e per que- 
sta sì onorevole fama venne eletto membro della 
Società Generale dei Naufragi, istituita in Parigi 
per tutte le Nazioni; e gli fu dalla medesima con- 
ferito il titolo di Presidente d'onore; del qual 
segno d' alta considerazione non potè godere, per- 
chè soltanto il dì il Novembre i838 ne venne spe- 
dito da Parigi la notizia, con graziosissima lettera, 
dal Segretario Conte di Sarzana-Brignola. Il fine 
di questa benefica Istituzione è di adoperare che 
da per tutto sia provveduto a quanto può concor- 
rere e giovare alla salvezza delle persone, e impe- 
dire i funesti effetti dei naufragi marittimi e delle 
inondazioni de' fiumi: al che la Società ha formato 
istituti di salvamento nei porti principali della 
Francia e in tutte le altre parti del mondo in 
proporzione del numero de' Socii. La stessa Società, 
quando seppe che il Conte Stefano non era più, 
elesse a suo Membro il Figlio Signor Conte Luigi, 
col medesimo titolo di Presidente d'onore, e sotto 
la Presidenza di S. E. il Maresciallo Marchese 
de Grouchy, Pari di Francia, e del Contr'Ammi- 
raglio Gallois, per lettera del Segretario Conte 
Liancour, del dì' i5 Luglio 1839, nel significare 
al nuovo il dolore pel Socio perduto, mostrò quan- 
to apprezzava le qualità di quello stesso, cui 
ella pregava di voler tenerne le veci. E perchè si 



i33 

vegga tra quali nomi era collocato quello del Conte 
Stefano (nel cui posto ora è quello del prelodato 
Signor Conte Luigi), si aggiungono tutti i nomi 
dei Protettori e dei Presidenti della Società, corno 
erano nel Luglio del 1837 ( 6 ). 

Ove poi si formava tra noi disegno d'intrapren- 
dere qualche nuova cosa di comune utilità, era 
sempre fra' primi e più solleciti il Conte Stefano. 
E quando nel i83o si volle rinnovare in Parma 
l' Istituto di reciproco sovvenimento, che avea fin 
dal 1745 il titolo di Unione di S. Bernardo (ve- 
nuto dopo, e da lungo tempo, in pessimo stato) e 
la Principessa nostra elesse una Commissione di rag- 
guardevoli Personaggi, che proponesse per ciò un 
nuovo Regolamento, onorò il Sanvitale, incarican- 
dolo di esserne Presidente; e nel dare col Decreto 
del io Aprile 1834 al Regolamento proposto forza 
e vigore di legge, nominò il Conte Stefano alla 
carica di Presidente della Commessione Direttrice 
della medesima Unione, conservata sotto il titolo 
di S. Bernardo, istituita a bene delle persone po- 
vere, le quali, mediante un tenue deposito d'ogni 
mese, ricevon poi un determinato soccorso giorna- 
liero in tempo di malattia e nella loro vecchiaia. 
Le antiche Costituzioni del quale Istituto mo- 
strano lo zelo de' buoni, che, amorevoli de' poveri, 
procuravano di agevolare i modi coi quali fosse 



i34 

provveduto alle occorrenze più tristi (delle malat- 
tie e della vecchiaia) di chi non può far cumulo 
di risparmii in tempo che ha sanità e vigore di 
forze. E deesi ricorrere a siffatte unioni per tro- 
vare quasi la prima origine delle Casse di Ri- 
sparmio, le quali ne' tempi nostri con universale 
utilità sono cresciute in sì gran numero e in tanta 
floridezza. In un Discorso eh' ei lesse ai Membri 
della stessa Commessione, ove parlò affettuosamente 
della importanza e della santità dell' uficio che ave- 
vano in comune, mostra compiacimento per aver 
modo di potersi adoperare ancora a qualche bene 
di coloro, la condizione dei quali eragli stata a 
cuore, e tanto vivamente, in tutta la vita sua; 
e parlando degli obblighi e dei doveri che spet- 
tavano agli altri Capi, fece aperto quanto ei sen- 
tiva dentro di sé quelli che erano proprii di lui; 
e tutti coloro che hanno avuto parte con lui in 
questa Istituzione attestano il gran bene eh' egli 
ha fatto per la medesima, e lo zelo e l'ardore 
col quale promoveva quanto dovea renderla frut- 
tuosa. Ora però quegli stessi son consolati , per- 
chè a tener quel posto in sì pietoso uficio venne 
eletto il Figlio di Jui, Signor Conte Luigi, che, 
come in tutt' altro si mostra degno erede delle pa- 
terne virtù, anche in questo si adopera con pari 
zelo e con uguale ardore. 



i35 
CAPO XVII. 



Me 



a ora è da passare a quello che potrà, meglio 
d' ogni discorso, mostrare nel più intimo 1' indole 
del Conte Stefano, e le qualità del suo intelletto; 
voglio dire alle scritture che di lui ci rimangono, 
le quali e molte in numero, e gravi per materia, 
dopo che si è veduto il lungo tempo che dovette 
spendere negli affari, ci fan conoscere 1' attività 
dell'ingegno suo, e ci saranno a confermazione, 
che quel che è stato fin qui esposto delle cose ope- 
rate da lui, tutto era dall'ardente amore al bene 
degli uomini. E merita di essere considerata la 
lunga e costante applicazione della mente, onde 
a più vera e più durabile utilità riuscisse quanto 
intraprendeva col mezzo de' beni che soglionsi 
dir di fortuna; perchè altri potrebbe dir contro, 
che poco gli costasse il privarsi delle ricchezze 
che gli erano venute, e in larga copia, per eredità 
dei maggiori. 

La Scrittura, della quale debbo favellare in 
prima, è un Discorso (che tuttora si conserva 
manoscritto) ch'egli indirizzò e dedicò nel 1795 



i36 

al Marchese Cesare Ventura, Ministro del Duca 
Ferdinando, quando lo stesso Ministro, che sti- 
mava già ed amava il giovane Stefano, ritornava 
dalla Spagna in patria. Il Discorso è intorno al- 
l' Istituzione di un Giardino Botanico; ma l' Au- 
tore, prima di trattare la proposta materia, parla 
dei felici effetti che nelle Città e nei Regni si han 
da Sapienza, e di tutti i mali che hanno l'ori- 
gine prima, la prima radice dall'ignoranza e dal- 
l' errore; ed altamente esprime il nobile amor suo 
al decoro ed allo splendore della Parmense Univer- 
sità. E tra le più notevoli e utili cose che ivi son 
dette indicherò, ch'egli mostra l'importanza che 
in ogni Facoltà (Teologica, Legale, Medica, Filo- 
sofica, e Letteraria) fosse istituita "un'Accademia, 
nella quale ogni settimana, in un dì di vacanza, 
col concorso de' Professori, si leggesse da alcuno 
de' giovani studiosi qualche Dissertazione intorno 
ad alcuna parte della Scienza da lui coltivata, e 
che le migliori, dopo giusto e attento esame fatto 
da' Professori, venissero pubblicate a utilità de' 
giovani che composte le aveano. Indi parla della 
necessità di arricchire di Macchine e di Strumenti 
i Gabinetti di Fisica e di Chimica; tien discorso 
della Pubblica Biblioteca, dell' Accademia di Belle 
Arti, e d'ogni parte della Storia Naturale; intorno 
alla quale, per rispetto a questi Ducati, espone al 



i3 7 
Ministro i molti beni che verrebbero dall' ordinare 
clic ogni anno il Professore di Mineralogia, quel 
di Botanica e quel di Fisica percorressero alcuna 
parte de' nostri Stati, e facessero raccolta delle dif- 
ferenti e moltiplici produzioni naturali, che sono 
obbietto della Scienza che ciascun d'essi coltiva; 
esaminassero le loro qualità e attitudini agli usi 
della vita nostra, e specialmente considerassero 
l'indole e la natura de' terreni. Ciò gli apre la via 
a toccare dell'Agricoltura, e dello stato nel quale 
sarebbesi agevolmente condotta: al qual fine nota 
come utilissimo l'istituire un'Accademia Agraria, 
e pubblicare un Catechismo d'Agricoltura da darsi 
in dono a' parrochi di campagna, ai fattori, ai 
giovani contadini che frequentassero le Scuole. Dal 
bisogno di perfezionare lo studio dell'Agricoltura 
e la pratica della medesima, passa a parlare di 
quello d'aprire una Scuola di Veterinaria con un 
pubblico Ospedale a ciò; e di quelli ai quali vor- 
rebbe essere più in particolare raccomandato lo 
attendere a questa Scienza, per la quale sarebbesi 
dovuto poscia pubblicare un Catechismo, e distri- 
buirlo gratuitamente in ogni parte dello Stato, 
perchè in ogni parte si conoscesse il modo di alle- 
vare, di educare, e di curare il bestiame. Venendo 
in ultimo alla Botanica discorre dell'importanza 
di fare una compiuta Raccolta di tutte le piante 

18 



i38 

e le erbe di questi Ducati, di ordinare e di pub- 
blicare una Flora ornata di carte con disegni colo- 
rati rappresentativi delle specie delle cose. In fine 
ragiona del Giardino Botanico, che credeva oppor- 
tuno venisse in Parma quasi in tutto riordinato; 
ne indica le parti, secondo il bisogno a cui debbono 
servire: unisce quel che dee giovare all' utile e 
al bello; e in due carte con vaghi disegni colorati 
inette innanzi agli occhi il prospetto del Giar- 
dino medesimo; lo immaginare il quale, lo scom- 
partirlo colle debite proporzioni, il distribuirlo 
con tanta opportunità è aperto segno, se alcun 
altro mancasse ancora, di quanto egli si conoscea 
nella diletta sua scienza della Botanica. 

Se alquanto troppo mi sono dilungato intorno 
questa prima Scrittura del Sanvitale , si perdonerà 
al desiderio che si vedesse la nobile e rispettosa 
franchezza colla quale egli parlava ad un illustre 
Ministro (franchezza che onora altamente anche 
il Ministro che in lieto animo la ricevea), e che 
si sappia ch'egli ebbe pensieri ed avvedimenti, 
pei quali presso altre Nazioni sono saliti in gran 
fama altri uomini, che assai tempo dopo di lui li 
hanno manifestati. 

Ma ad opere d'ingegno di più esteso vantag- 
gio intese il Conte Stefano. Si vide quant' egli 
adoperò per distruggere dalle radici le cagioni della 



i3o, 
povertà, della mendicità, del mal costume e del 
vizio, e come si valse utilmente a questo fine 
dell" istruzione religiosa, morale e intellettuale de' 
giovani. Anche prima di aprire gl'Istituti di Fon- 
tanellato aveva esaminati i metodi dell' istruire 
fino a que' tempi esperimentati; e più gli pia- 
cquero quelli che meglio gli promettevano buona 
riuscita nella pratica, entro il più corto spazio, 
per l'ammaestramento di coloro, i quali pel loro 
stato (e sono i più) debbono darsi presto all'eser- 
cizio delle Arti, de' Mestieri, dell'Agricoltura, 
del Commercio; e appena ebbe occasione di sce- 
glierne uno, prese fra i molti le parti che giudicò 
migliori; altre ne aggiunse; altre ne modificò. E 
quest'uomo (il cui nome risplenderà fra gli Owen, 
i Lancaster, i Fellemberg, i Pestalozzi (7), i de 
Gelando, i Girard, i Ridolfi, i Taverna, i Lambru- 
schini), perchè i Maestri eseguissero l'uficio loro 
secondo l' intenzion sua, e conducessero le tenere 
menti de' fanciulli per quella via che loro avea 
segnata, non ebbe a vile di umiliarsi alla pratica 
dello insegnamento, a star coi fanciulli; e bene 
spesso egli sceglieva da ammaestrare quelli che 
sembravano o d' ingegno più lento , o di minor 
perspicacia, o meno docili allo attendere; ed en- 
tro picciol tempo ebbe la consolazione di restituirli 
a' maestri uguali ai migliori. 



i4-o 

Oh quelli che tant' alto levano la voce contro 
i vizii della plebe, contro 1' ignoranza e la perti- 
nacia nell'errore dei contadini; coloro che aprono 
la bocca ad ingiurie o a dispregio degli artigiani 
e de' servi, né sanno pazientemente comportarne 
e perdonare i falli, veggano, prima di gridare 
tant' alto, quel ch'essi fanno pei poveri figli del 
popolo a fine di educarli e di istruirli! In pen- 
sando a ciò oh! quanto crescono le ragioni di rive- 
renza e di gratitudine al San vitale. Egli nel 1808 
pubblicò per le stampe del Carmignani in Parma 
un libro col titolo Manuale pe' Direttori, Maestri 
ed altri Impiegati nelle Case di Educazione e 
d' Industria di Fontanellato. Io non mi disten- 
derò a parlare di questa assai bella Operetta e della 
molta utilità della medesima, poiché può vedersi 
da ciascuno che il voglia, ed ognuno può farne 
giudicio da sé: non tacerò tuttavia che vorrebbe 
essere conosciuta e letta da chiunque ha parte 
alcuna in Collegi d'ogni sorta, e che per essa si 
comprende quanto 1' Autore sentisse innanzi nel 
fatto della Educazione, e fosse perspicace nel cono- 
scimento dell' indole de' fanciulli. È poi degnis- 
simo d'essere osservato quel che ivi dice, alla pa- 
gina 3a, del suo desiderio di poter ricoverare i 
fanciulli eie fanciulle nella prima loro infanzia; 
perchè in queste parole ognuno vedrà di leggieri 



i4i 
aperta e chiara la volontà di stabilire quelle che 
or diconsi Sale d' Asilo o Scuole Infantili; e ciò 
in un tempo in cui forse nessuno, noti solamente 
in Italia, ma neppure in Inghilterra, in Germania, 
in Francia, aveva ancora rivolto il pensiero a sif- 
fatta Istituzione, che è stata di tanta gloria ai 
Governi ed a que' pietosi uomini, per opera dei 
quali è sì rapidamente cresciuta in perfezione, e 
che è ornai produttrice di ottimi frutti. E per ve- 
rità, tacendo di Girolamo Miani, che nel 1824 co- 
minciò a educare e ad istruire poveri orfanelli, e 
del Calasanzio, che nel i5o,5 istituì in Roma le 
Scuole Pie, il solo Pestalozzi poteva essere di 
guida ai disegni del Conte Stefano: che queir otti- 
mo e generoso raccolse pel primo nel 1780 poveri 
fanciulli nel suo Istituto, e diede alla unione dei 
medesimi la forma che hanno avuto dopo, e da per 
tutto, le Case d'Asilo, delle quali è da onorarsi 
come vero Fondatore. Questa Istituzione del Pesta- 
lozzi fu solo un po' prima del 1820 imitata nella 
Scozia per opera dei benemeriti Owen e Buchanan; 
soltanto nel 1821 per cura dello stesso Buchanan 
le Scuole Infantili vennero aperte in Londra; 
non fu che dopo il 1825 che le ebbe Parigi per 
cura e per generosità della Marchesa di Pastoret; 
e 1* Italia in Cremona per opera dell' Ab. Aporti 
nel 1829. Onde se troppi altri uficii non volevano 



14-2 

a sé tutte le cure del Sauvitale, Parma sarebbesi 
onorata per lui di tale Istituto prima di Londra, 
di Parigi, e d' ogni altra italica Città. 

Furono quegli stessi uficii, poc' anzi indicati, 
che lo distolsero dal poter perfezionare il metodo 
d' Istruzione che avea posto in uso ne' suoi Ospi- 
zii. Ma appena godè alcun po' di quiete e di ri- 
poso da' negozii, si diede a riordinare tutte le sue 
idee, e ad estenderle in un compiuto Trattato, che 
si conserva manoscritto dal Figlio suo Signor Conte 
Luigi , affettuosissimo e sollecito custode d' ogni 
memoria dell'ottimo Padre, e di quanto può gio- 
vare alla patria Istoria. Quest'opera, fra le altre 
inedite del Conte Stefano, parmi la più perfetta, 
e molto acconcia alla pratica del primo insegna- 
mento, del quale tutti abbisognano; e credo ob- 
bligo mio, né cosa discara a molti, il riferire al- 
meno i principii, che sono fondamento al metodo 
di lui. 

L'Autore intitolò questo suo Metodo col nome 
di Metodo d' Istruzione in azione, o dimostrativa, 
perchè cominciando dal leggere e dallo scrivere si 
fa uso di disegni dimostranti le cose significate 
dalle parole, che di mano in mano i fanciulli leg- 
gono e scrivono, e tiensi in continuo esercizio la 
mente del giovinetto. Il libro è accompagnato da 
un Volume, che ha la data del 1828, di 118 carte 



i43 
di disegni, le quali vorrebbero poi essere accresciute 
da' Maestri, secondo il bisogno e l'opportunità. E 
nel Proemio egli ne dice, che nelle veglie e ne' pen- 
sieri consacrati a questa sua fatica, la cosa a lui 
più cara era la speranza di provvedere che più 
utile riuscisse 1' ammaestramento fino alla Ret- 
torica, e che i giovani ricavassero dallo studio 
tutto il profitto che i Genitori e i Governi giusta- 
mente richieggono dalle Scuole pubbliche e private. 
Col suo metodo vien sempre offerto ad alcuno de' 
sensi l'oggetto, del quale si vuole che il giovane 
acquisti 1' idea o il concetto, seguendo invariabil- 
mente la legge di natura, di condurre, cioè, la 
mente dal noto all' ignoto, dal semplice al com- 
posto; e per tal via l'Autore intende i.° a fare 
apprendere al fanciullo idee giuste, precise, e chia- 
re delle cose; 2.° a disporre le menti giovanili al- 
l'analisi ed al raziocinio; 3.° ad ordinarle con più 
prontezza e facilità a ricevere, coli' aiuto delle 
prime idee, conoscimento delle cose, che vengono 
successivamente insegnate; 4-° a rendere a mano 
a mano più aperto l'intelletto; 5.° a far più tenace 
la memoria coli' imprimervi, anzi quasi scolpirvi 
fermamente le immagini delle cose; 6.° ad eccitare 
per mezzo della curiosità, opportunamente risve- 
gliata, il desiderio d'imparar cose nuove; 7. ad in- 
fondere colle prime letture i primi elementi d' ogni 



i44 

Scienza, delle Belle Arti, delle Arti e de' Mestieri; 
8.° a dilettare piuttosto che annoiare coli" ammae- 
stramento; 9. ad accorciare il tempo della prima- 
ria istruzione. 

L' Istruzione in azione (nella quale da prin- 
cipio non si fa uso che di una tavola nera, o di 
pietre dette lavagne, o di arena) comincia dalla 
formazione di alcune linee geometriche, colle quali 
si compongono le cifre e le lettere degli Alfabeti 
per la stampa e per la scrittura a mano; seguono 
le cifre intere arabiche e romane, indi viene la for- 
mazione delle lettere, dalle più semplici alle com- 
poste d'ogni qualità; dalla formazione delle lettere 
colla loro unione a quella delle sillabe, e da que- 
sta alla formazione delle parole, cominciando dalle 
più brevi e procedendo alle più lunghe quasi per 
gradi, e scegliendo i nomi significativi di quelle 
cose, di cui il fanciullo possa agevolmente acqui- 
stare intelligenza; e che sieno di parti tali che 
dal loro accozzamento ne venga un tutto composto, 
come d' uomo, di pianta, d 1 animale. Qui è luogo 
d'insegnare l'Ortografia e la retta pronunciazione 
delle parole stesse che il fanciullo dee ripetuta- 
mente scrivere di per sé. Poi si scrivono degli ag- 
gettivi, facendo che il discepolo apprenda sensibil- 
mente le qualità da essi significate, e a quali cose 
esse qualità appartengono: al qual fine si fa seri- 



i4& 

vere dal giovinetto, per esempio, a mano diritta 
sulla tavola nera una serie di nomi, a sinistra una 
di aggettivi, in modo che ciascun aggettivo abbia 
relazione ad uno dei nomi, ossia quello indichi 
una qualità della cosa significata da questo, ma 
disposti in linee non direttamente corrispondenti 
fra loro ; dopo di che si induca il giovane a se- 
gnare con una linea (detta dall'Autore Condut- 
tore delle idee) il nome e l'aggettivo che lo qua- 
lifica. A poco a poco si mettono o innanzi o dopo 
ai nomi gli articoli, le preposizioni, le congiun- 
zioni, gli awerbii, gì' interposti, e colla pratica 
si fanno conoscere i loro uficii nel nostro discorso; 
e colla stessa pratica si fan notare e distinguere 
i generi e i numeri. Poi si passa ai verbi, seguen- 
do la stessa norma, secondo le loro qualità, o il 
modo della loro azione, preceduti dal nome della 
persona o della cosa che dicesi soggetto, e seguiti 
da quello a cui è diretta 1' azione (oggetto), va- 
lendosi alla distinzione dei tempi o di un orologio, 
o di altra cosa materiale che la pratica può sug- 
gerire. 

Con questo metodo è necessario avere molti dise- 
gni, e se si può, colorati; modelli in rilievo, ed 
esemplari delle cose in natura; dovendosi comin- 
ciare a mostrar al fanciullo la cosa stessa della 
quale proferisce il nome colle sue qualità; il che 

*9 



146 

si fa anche per dare idee più chiare intorno al- 
l' uficio del verbo; e fra gli esempi posti innanzi 
dall'Autore basti indicare quello che egli propone 
pel verbo cavalcare: prima si presentano allo sco- 
lare i disegni o i modelli figurati di uomo, di ca- 
vallo, di sella, di briglia ecc.; poi un altro in cui 
sia dipinto un uomo sul dorso nudo del cavallo; 
indi un altro in atto di cavalcare colla sella. Né 
mai si interrompe 1' uso di far segnare al giovi- 
netto sulla tavola nera coi conduttori delle idee 
le relazioni delle parole, secondo che vogliono es- 
sere unite nel discorso. 

Quando il fanciullo coli' esperienza ha imparato 
a unire le parti più principali di una proposizione, 
viene esercitato a sostituire in interstizii, o spazii, 
lasciati tra parola e parola, altre voci che egli sen- 
tirà necessarie a indicare certe correlazioni tra le 
cose che vuol significare, o altre idee accessorie o 
dipendenti da quelle che già sono espresse; e per 
tal modo è guidato sì innanzi da conoscere, col- 
F esercizio fatto nell'analisi delle parole e dell' ufi- 
cio di ciascuna voce, F ordine del discorso, e da 
poter esprimere con chiarezza i suoi proprii pen- 
sieri. A questo avrà giovato assaissimo la lettura 
di ottimi libri, tanto raccomandata dall'Autore, 
alla quale il Maestro avrà fatto in sua presenza 
esercitare gli scolari. Vengono quindi indicate le 



i47 
norme da tenersi nell' insegnare i princìpi! della 
Religione, della Dottrina Cristiana, della Storia 
Sacra, della Storia patria e della romana; le quali 
norme valgono pei principii dell'Aritmetica, della 
Geografia, dell'Agricoltura e d'ogni altra Scienza, 
delle Belle Arti, e delle Arti meccaniche; in cia- 
scuna delle quali parti d' istruzione è necessario 
1' uso dei modelli, dei disegni, delle specie in na- 
tura delle cose; e rispetto a quelle di cui non si 
potrebbe in tal maniera fare che lo scolare acqui- 
stasse concetto sufficientemente chiaro, Y Autore 
suggerisce esperimenti facili, e ne dà egli stesso 
parecchi esempi. 

La spiegazione di questo Metodo si contiene 
in dodici Lezioni, le quali debbono essere di gui- 
da a' Maestri: in queste l' Autore indica altri 
sette libretti, che pare egli avesse già in parte 
composti, ma non ancora compiuti; 1' un d' essi 
dovea servire alla precisa ortografia e alla buona 
pronunciazione delle parole; il secondo insegnar 
1' uso degli articoli, delle preposizioni, delle con- 
giunzioni e degli avverbi, le varie desinenze dei 
nomi e degli aggettivi, e le varie piegature ed 
inflessioni dei verbi; gli altri cinque eran desti- 
nati- alle altre parti dell'ammaestramento poc'anzi 
indicato, accompagnati tutti da modelli e disegni 
delle cose, scritti con esattezza di metodo, con 



148 

semplicità, con chiarezza, con brevità, con ordine 
rigorosamente analitico, colla spiegazion del va- 
lore di ciascun vocabolo, in guisa che s'inducesse 
quasi necessità ne' giovanetti di non pronunciare 
una parola, della quale non conoscessero il preciso 
significato, e di non adoperare falsamente una 
voce per un'altra, avendo appreso a ben distin- 
guere le differenze che sono nelle cose. La gran- 
dissima utilità che è per venire alle Lettere, alla 
Filosofia, alle Scienze tutte dal ben conoscere e 
coltivare questa necessaria dipendenza delle parole 
dalle idee o dai concetti, e la dipendenza di questi 
da quelle, l' importanza somma di accompagnare 
lo studio dell'una cosa coli' altra, verrà tra poco 
dimostrata, nel modo veramente e unicamente 
degno di essa, dal Ch. mo Ab. Giuseppe Taverna, 
il quale godè dell' affettuosa benevolenza ed ami- 
cizia del Conte Stefano, e pubblicò la prima volta 
sotto gli auspicii di lui le Prime Letture per gli 
Alunni degli Ospizii di Fontanellato, che furon 
tosto introdotte nelle Scuole primarie di Parma, 
quando il Sanvitale era Podestà; i pregi del qual 
libro vengono altamente celebrati dalla scelta che 
è stata fatta del medesimo per lettura in tutte 
le pubbliche e private scuole d'Italia, libro caro 
e dilettoso ugualmente ai teneri giovinetti e ai 
Padri ed alle Madri. 



i49 
Nel Volume che contiene le Tavole e i Disegni 
ogni Maestro, che voglia seguii* questo metodo, o 
tentarne la prova, ha abbondevolissimi esempi, e 
facile maniera da accrescerne il numero, secondo 
che gliene fosse d'uopo; potendo giovarsi anche dei 
disegni che sono in libri da altri già pubblicati, 
come se ne è servito l'Autore, il quale tolse e inserì 
nell'Opera sua alcune figure geometriche e altre 
di macchine, le descrizioni e spiegazioni delle quali 
sono nel Voi. i.° dell'Opera di Carlo Dupin Geo- 
metrie et Mécanique cles Arts; e le figure d'al- 
cuni strumenti necessarii nella coltivazione della 
terra descritti nel Voi. i.° del Corso d' Agricoltura 
del Signor Du Bois. 

Nella pratica di questo Metodo tenendosi di 
continuo attive le facoltà del fanciullo ( per il 
che soltanto divien veramente profittevole l'istru- 
zione , e le facoltà . crescono in potenza e avvi- 
goriscono alla operazione e alla comprensione) è 
mestieri che il Maestro abbia scienza certa e 
precisa delle cose che deve insegnare, e prontezza 
a rispondere, a sciogliere e spiegare le dimande 
che il discepolo gli farà spesso; poiché questi non 
può rimanersi contento (dopo poco tempo che sia 
per tal modo istruito) di dire, né in iscuola né 
fuori, parole e discorsi, se non ne ha chiara la 
spiegazione. 



i5o 

Dei libri necessairi a condurre per questa via 
i giovinetti sino alla Rettorica, e indicati di sopra, 
uno solo compiuto si conserva, inedito, Y Istru- 
zione in azione dell' Aritmetica. In quest' ope- 
retta l'Autore segue e spiega il metodo del Pesta- 
lozzi, e si vale delle tavole del medesimo a fine 
di render facile Y apprendimento delle prime ope- 
razioni, e perchè i fanciulli acquistino idee esatte 
dei numeri, delle loro relazioni e combinazioni, o 
rappresentino interi, o sole parti di un tutto. Dopo 
seguono per ordine molte dimande colle loro rispo- 
ste, perchè sieno esercitate le facoltà dello sco- 
lare, e si abbia certezza, s'egli bene e chiaramente 
comprende le cose a lui spiegate: indi son posti 
alcuni problemi, lo scioglimento dei quali dipende 
dalla perfetta intelligenza di ciò che li precede. 
In questo medesimo libro fa conoscere la Mac- 
china Russa e la Macchina Aritmetica del cieco 
Saunderson, Professore di Matematica, perfezio- 
nata da un altro cieco, Niesen; e insegna come 
colla prima e colla seconda s' impari ad eseguire 
agevolmente le quattro prime operazioni aritme- 
tiche. 

Sarà, credo, a testimonio sicuro del merito 
di quest' Opera, il sapersi che l'ottimo Lambru- 
schini, tanto benemerito della pubblica e privata 
istruzione, nella Guida dell Educatore del i838, 



i5i 

pag. i55, nell'insegnamento del leggere ha indicato 
lo stesso metodo di porgere a' fanciulli le imma- 
gini sensibili delle cose, disegnate, e quando si 
possa, con più utilità, colorite al naturale, ogni 
volta che loro si fanno scrivere e pronunciare 
nuovi nomi; al qual proposito egli dice: » Il pri- 
» mo grado dell' insegnamento mira unicamente a 
» far connettere nella mente del fanciullo certe 
» parole scritte con certi nomi di oggetti da lui 

» bene conosciuti Il mezzo di connettere i ca- 

» ratteri delle parole col suono dei nomi è l'im- 
» magine dell'oggetto significato dal nome. » E il 
Lambruschini ha fatte disegnare in litografia di- 
ciotto figure rappresentatrici di cose che ogni fan- 
ciullo leggermente conosce, come sono aia, bue, 
quadro, rosa, tazza ecc.; indi consiglia, dopo che 
il fanciullo avrà imparato a significare la cosa che 
ha innanzi col vocabolo che le è proprio, a met- 
tere insieme alla rinfusa molti cartellini staccati 
dalle parole scritte in altre carte, ed a fare ch'ei 
cerchi di per sé e unisca le parole alle loro imma- 
gini; al quale esercizio sono in pari modo addestrati 
i discepoli col metodo del Sanvitale, nel fare che 
col mezzo dei Conduttori congiungano sulla tavola 
nera, o sulla lavagna, le parole che vogliono essere 
per loro natura e secondo il loro uficio unite. 
Coli' uno e coli' altro poi de' due metodi, uguali 



ID2 

nel loro principio, tendenti allo stesso fine, il 
fanciullo » ha esercitato, come soggiunge il Ch. mo 
» Autor della Guida, con intensità e con perse- 
» veranza la sua attenzione, prima facoltà da 
» educarsi; egli ha connesso cosa ignota con cosa 
» nota, e non per sola ripetizione altrui, passi- 
» vomente, ma per azione propria, ed azione facile 
» e volonterosa di osservazione , di paragone, di 
» distinzione ; ha sostituito, ha fatto il gran passo 
» dal sxiono che ferisce gli orecchi al segno che 
» ferisce la vista. » 

Il Conte Stefano aggiunse anche questa seconda 
maniera di utilità, di unire ai cartellini, ai mo- 
delli, ai disegni, agli oggetti naturali, secondo che 
il fanciullo acquista di capacità, i nomi delle cose 
stesse in francese, in latino, o in quaF altra lin- 
gua ei vogliasi istruire: il qual modo tenuto e 
adoperato con prudenza e con discrezione, credo 
che sarà ben accolto anche dall'ottimo Istitutore 
Raffaele Lambruschini. 



i53 
CAPO XVIII. 



A.ltra Opera inedita si conserva del Sanvitale, e 
di grossa mole, e di gran fatica, e, per quanto a 
me pare, molto utile; essa ha per titolo: De meri- 
dici e vagabondi e dell' educazione dell' infima 
classe del popolo, Saggio Filantropico, 1826. Si è 
già detto prima, che nel 18 16 ebbe l'onorevole 
incarico dal Ministro di esporre quali modi egli 
credesse più acconci e più direttamente utili ad 
estirpare da questi Stati la mendicità, e i prov- 
vedimenti necessarii per un Ospizio, ove si racco- 
gliessero i mendici. Egli soddisfece alla volontà 
del Ministro: ma non fu abbastanza contento del 
fatto suo proprio, e pel troppo breve spazio di 
tempo, a ciò conceduto, e perchè la sua scrittura 
dovette aggirarsi entro certi prescritti confini, ed 
acconciarsi a particolari circostanze di tempi, di 
luoghi e d' altro ordine già stabilito. Il subbietto 
però gli era sì grato, ch'ei non poteva rimanersi 
a mezzo nell' esaminare quanto lo risguardava , 
e nel cercare il meglio che ne avevan detto e 
scritto i più celebri d' ogni Nazione. Onde lun- 

20 



i54 

gamente meditò questa importantissima materia, 
e nel Saggio Filantropico raccolse, dispose, e 
ordinò in un tutto regolare e regolarmente diviso 
» le osservazioni (sono sue parole), le annotazioni 
» e i pensieri suoi, frutto di più di dodici anni di 
» esperienza, di continua lettura d' ottimi libri, 
» delle conferenze tenute in Parigi col celebratis- 
» simo Conte di Rumford, e della visita fatta in 
» molti Istituti di Beneficenza, ne" quali aveva a 
» lungo considerato quanto è al loro interno reggi- 
» mento e alla loro amministrazione. » In questo 
libro 1' Autore distende le sue considerazioni a 
tutte le parti principali (e non ommette mai nep- 
pure le più minute per la pratica), per le quali 
il suo subbietto ha attinenza alla pubblica Eco- 
nomia, alla Morale, alla Legislazion Criminale, 
alla pubblica Educazione , alla Medicina , ali" In- 
dustria, e ai diversi gradi di civiltà del popolo, 
presso cui devesi aprire Ospizio di tal sorta. Ed egli 
per gradi, dopo di avere chiaramente notate le 
moltiplici cagioni della povertà e della mendicità, 
e ben distinto quando questa è volontaria e col- 
pevole, quando involontaria, e come la pubblica 
e privata carità può farsi talvolta non rimedio, 
ma nuova causa di male, procede a parlare del 
come convenga diportarsi alla repressione della 
mendicità volontaria, ed al sovvenimento de' men- 



i55 

dici non colpevoli, indicando la qualità e il modo 
de' soccorsi da distribuirsi; indi propone un Rego- 
lamento di pulizia per la mendicità tollerata, 
finché sia provveduto a quel che vuoisi per l'Ospi- 
zio ove hanno a raccogliersi i poveri. Assai com- 
mendevole parmi la prudenza con cui separa questi 
e i mendici in classi differenti, secondo 1' età, il 
sesso, le qualità fisiche e morali, e coloro pari- 
mente dei quali, ad evitare danno maggiore alla 
società, si dee cercare F emendazione in luoghi a 
ciò destinati. Da tale divisione apparisce chiara- 
mente al lettore dell' Opera il modo da tenersi 
coi ricoverati, come vogliono essere distribuiti nel- 
1' Ospizio, come diversamente trattati; intorno a 
che sono regole utilissime, e fra esse quelle che 
mirano a conseguire nella chiusura de' mendicanti 
(mediante il lavoro e l' istruzion religiosa e mo- 
rale) che i fanciulli apprendano un' arte o un 
mestiere; che s'emendino i giovani, che si rendano 
migliori gli adulti, i quali per vizio mendicavano, 
e sia consolato, colla certezza degli alimenti e 
delle cose più bisognevoli alla vita, e il vecchio 
miserabile, e colui, che per disgrazie o per infer- 
mità di corpo e di mente., ha il più sacro diritto 
all'altrui compassione. 

Dipoi esamina l'opportunità del sito, ove più 
convenga fondare gli Ospizii e le Case, con pru- 



i56 

dente rispetto a tutte le circostanze, che possono 
agevolare o impedire il pieno effetto delle inten- 
zioni del Governo; parla, come vuole il bisogno, 
delle parti materiali degli edifizii, poiché la stessa 
materiale disposizione de' luoghi è importantissima 
in ogni sorta di pubblici Istituti, a rendere più 
o meno utili e fruttuose le discipline e le regole 
scelte ed approvate. E siccome l'Opera del Sanvitale 
è ordinata alla istituzione pratica di Ospizii e 
d'altri luoghi di pubblica Beneficenza; per ciò in 
essa è a lungo e minutamente favellato del numero 
e della qualità delle persone impiegate, secondo il 
numero e la qualità dei ricoverati; degli obblighi 
loro speciali; delle norme da tenersi nell 1 accet- 
tazione e nell'uscita dei poveri e dei vagabondi; 
del modo e delle cautele per quelli che vi sono 
condotti a fine di correzione; di quanto spetta al 
vestito e al nutrimento; alla economia, bastevo- 
lezza e salubrità del medesimo; alle suppellettili 
necessarie, e ad ogni parte dell' Amministrazione; 
per la condotta della quale l' Autore ha indicato 
speciali regole pratiche, e unito al libro i modelli 
dei registri e delle note da tenersi da ciascuno 
che vi abbia lincio, secondo la natura dell' uficio 
stesso. Onde anche per questa parte pratica, oltre 
la teorica, comune ad ogni Istituto d'ogni paese, 
T Opera del Conte Stefano sarebbe utile a chiunque 



i5 7 
abbia a mettere le sue cure in qualsivoglia parte 
di un Ospizio: poiché vi si trovano anche le più 
minute notizie delle spese da farsi , e dei mezzi 
da render profittevoli, giusta i migliori insegna- 
menti della Economia pubblica e privata, le forze 
tutte dei ricoverati. 

Fra le molte parti di questo libro ricorderò 
specialmente i due Capi Dei Premii e delle Pene, 
e Della Istruzione. Nel primo, parlando della mo- 
derazione e della prudenza necessaria sì nell'uso 
dei premii »che delle pene, per la buona condotta 
de' giovani ricoverati e per la emendazione degli 
adulti, è in perfetto accordo colle dottrine inse- 
gnate da' più illustri Filosofi e dai più profondi 
conoscitori dell' uman cuore e della naturale indole 
degli uomini. Nel secondo fa chiari molti suoi 
pensieri, in altre sue scritture manifestati, che 
per la efficace, non apparente distruzione della 
mendicità, e per impedire che non rinasca, come 
pur troppo si è spesso veduto avvenire in molti 
luoghi, anche dopo molte lodevoli sollecitudini, il 
più certo e sicuro rimedio è da cercarsi nella istru- 
zione dei figli della plebe più povera, e nel fare 
ch'essi acquistino l'abito alla virtù, alla sobrietà 
e moderazione, e abilità al lavoro coli' esercizio 
in qualche arte o mestiere. Perciò propone che 
dapertutto ove sono raccolti i figli de' poveri, 



i58 

sia avuta sollecita cura perchè vengano istruiti 
nel leggere, nello scrivere, nell' aritmetica, nel 
disegno, nella Geometria applicata alle arti; nel- 
l'arte di tinger lana, seta, cotone, di conciar pelli 
e cuoi, di lavorare il legno; perchè sieno istituite 
officine di seterie, filature di lino e di cotone, fab- 
bricazione di cordami, di carte per addobbi, di 
carrozze, di carri, di strumenti d'agricoltura, le 
quali o qui mancano affatto, o sono tuttavia biso- 
gnevoli di migliorie, o alle quali sono sì poco ad- 
destrati i nostri operai, che oltre il danno di avere 
le produzioni di qualità inferiori alle straniere, si 
ha pur questo, che riescono di maggiore spesa pel 
troppo tempo che si occupa nell' eseguirle; onde 
pel prezzo minore e per la migliore qualità ed 
eleganza si preferiscono alle nostre le cose degli 
estrani, donde è il languore della patria industria, 
e F inefficace e sterile lamentar di moltissimi. 

Noto qui, perchè cosa strettamente congiunta 
col soggetto del Saggio Filantropico, che si con- 
serva un libro del Sanvitale, formato di ì^S carte, 
in ciascuna delle quali sono scritti di sua mano 
pensieri ed osservazioni, F una slegata dall'altra, 
ma che doveano esser poi ordinate a formare un 
tutto, come apparisce dalle parole, eh' egli avea 
loro premesse: Massime per l'opera da perfezio- 
narsi riguardo al Deposito di Mendicità. Saran- 



i5o, 

no riferite nel fine di questo libro le più impor- 
tanti, perchè si vegga quali erano i principii diret- 
tivi della sua mente, e per quali vie egli intendeva 
al suo fine di esser utile. 



i6o 

CAPO XIX. 



JLiibro pieno di soavità è quello delle sue Medi- 
tazioni, che porta la data del 1827, dedicato con 
lettera affettuosissima al Figlio suo Signor Conte 
Luigi. Die per titolo all'Opera Eremitaggio, dal 
nome del luogo fatto per le solerti sue cure arae- 
nissimo, ed ove dopo il 18 16 fece lunga dimora 
(che poi ferma vi stabilì) per godervi piena pace 
e tranquillità, nella quale fuor d'ogni perturba- 
zione potesse l'animo suo riposare soavemente ( 8 ). 
Otto sono le Meditazioni in cui parla abbon- 
dantemente l'affetto, e in esse, per così dire, l'Au- 
tore tesse la storia de' suoi sentimenti: egli rivolge 
la mente ai tempi della passata vita, e prende a 
considerare, come da sicuro porto, il mar tempe- 
stoso, ov' ebbe a sostenere grandi fortune: medita 
nelle maraviglie della natura la grandezza, la po- 
tenza della Divinità; e la provvidenza che tutto 
ordina, dispone e muove al ben degli uomini, e 
contempla la vita avvenire e la perfetta gioia alla 
quale ardentemente anelava. In alcune è diffuso 
senso dolcissimo dell'amore che lo faceva riverente 



i6i 

a' maggiori, tenerissimo de' Figlinoli e de' Nipoti, 
e fa sentire carissima mestizia nella rimemorazione 
delle virtù degli Estinti. In altre annovera le 
consolazioni che godeva nella solitudine, e fra 
esse quella di poter continuare a far del bene, 
e stendere pietosa mano all'orfano abbandonato, 
e prestargli assistenza- Considera in altra le in- 
gannevoli forme ed apparenze di bene, che spesso 
fan torcere dal diritto sentiero della virtù : in 
altro luogo torna al soggetto più caro de' suoi 
pensieri, alla Educazione de' giovanetti: racco- 
manda la cura a' bambini anche tenerissimi, e 
assidua vigilanza ad impedire che nessun mal 
seme s'insinui ne' loro cuori, alcuna macchia non 
ne oscuri 1' amabilissimo candore. Parla in altra 
intorno gli Ospizii di pubblica Carità, e di quanto 
aveva operato in Borgo S. Donnino e negf Istituti 
di Fontanellato : e severo e giusto giudice di sé 
medesimo esamina i fatti suoi proprii, e distingue 
e nota le cose che avrebbero dovuto essere in al- 
cuna parte condotte per diverso modo: che egli 
fermo non fu a volere tener per vera un' opinione, 
se o l'esperienza sua, o la voce d'altri gliela dimo- 
strava non in tutto conforme a verità. E quando 
anche ricordava le cagioni ond' ebbe a patir do- 
lore, ripetea consolato queste parole, che la sola 
virtù può dettare a labbro mortale: » Son con- 

21 



IÓ2 

» tento di aver tentato il maggior bene pubblico 

» quello di rigenerare il popolo dalla miseria e 
» dal vizio — Ben pochi fra i molti che ho fatti 
» educare han deviato dal sentiero della virtù: 
» questo è il maggior compenso che possa ottener 
» l'uomo che si dedicò a giovare a' suoi simili; 
» e ciò mi fa dimenticare ben volentieri ogni affli- 
» zione da me sofferta. » Oh veramente beato 
colui , che può aprir dal cuore tanto fervido e 
puro sentimento! 

Il libro delle Meditazioni è ricco inoltre di 
molte note e di massime, le quali egli tenea per 
regola nelle sue operazioni. Né posso lasciar di 
parlare di questa sua scrittura, senza riferire le 
due seguenti cose, che ivi si leggono fra quelle 
che più consolavano il cuore di lui, e delle quali 
egli non favellava senza lagrime di soave tenerezza. 

Quando era Podestà di Parma un giorno gli si 
presentò un giovinetto di nove o dieci anni circa, 
pregandolo che il volesse accogliere nel Conserva- 
torio di Fontanellato. Era privo di padre e di ma- 
dre; abbandonato da tutti; lacero di vesti, e di 
volto sparuto; senza tetto ove ripararsi la notte, 
dormiva spesso sotto il Portico del Palazzo del 
Comune in Parma: non avvezzo né esercitato ad 
alcun mestiere; sicché e per F ozio in che era 
continuo, e pel bisogno, per mancanza di chi il 



i63 

consigliasse e dirigesse al bene, e forse più ancora 
di tutto questo pel malo esempio d'altri, avea 
già cominciato a commettere alcun picciol furto. 
Il Conte Stefano temendo eh' egli potesse esser 
indi cagione di male tra i suoi Alunni, dovette, 
sebben con dolore, ricusare d' acconsentire alle 
preghiere del giovinetto, offerendogli però alcune 
monete, sì perchè gli fosse men grave la ripulsa, 
e sì perchè provvedesse ad alcuno de' bisogni suoi, 
aggiugnendo qualche buon consiglio, secondo il 
quale correggesse e indirizzasse in meglio la vita 
sua. Ma il giovane non accettò l'offerto soccorso; 
rinnovò più caldamente e con più fervor le pre- 
ghiere, e con dirotto pianto » Caro Signore, dice- 
» va, movetevi a carità di me: vi prometto che 
» non avrete mai a rimproverarmi; che muterò 
» vita e costume; e che mi farò onore al par de- 
» gli altri.... Se non m'aiuta ella, chi sa dove fi- 
» nirò i giorni miei: non ho al mondo nessuno 
» per me. » Queste parole accompagnate da atti 
compassionevoli, e significative di vero interno do- 
lore , di pentimento de' passati errori , commos- 
sero sì fortemente l'animo del Conte Stefano, che 
gli promise di riceverlo tra' suoi. Fu contento, né 
saprebbesi dir quanto, quell' orfano infelice; am- 
messo entro breve tempo nell' Istituto di Fonta- 
nellato, venne amorevolmente accolto da quelli 



i64 

eh' esser gli doveano compagni ed amici; né passò 
guari, che die prova di rapido profitto; e sì pro- 
cedette in meglio, e tanto studiavasi al bene, che 
non solo riuscì vana la prudente attenzione che 
si avea a' modi suoi, ma fu annoverato tra i più 
degni di lode e di premio; divenne d'esempio agli 
altri nella osservanza e nella pratica degli atti di 
Religione, nella più scrupolosa morale, e ingegno- 
sissimo nell'arte di Fabbro-coltellaio, che prese ad 
esercitare. Pervenuto all' età da essere compreso 
nella leva militare, si recò al dì prescritto, con 
altri Alunni dell'età medesima, al luogo ove la 
sorte doveva infra molti decidere di chi avesse a 
partire per la milizia, di chi rimanersi alla casa 
paterna. Uno de' compagni suoi dell'Ospizio, e che 
V orfano sapea dover essere un giorno sostegno 
alla propria famiglia, alla quale era strettissimo 
d' amore, primo in ordine, estrae dall' urna il 
suo numero, e appena si udì quale, ei sentì nel 
cuore la sentenza di avere ad abbandonare e mae- 
stri , e parenti, e genitori, ed amici; e la me- 
stizia del volto, e il pianto che non sa reprimere 
fan manifesto 1' interno affanno dell' animo suo. 
Al giovane orfano tocca la volta di es trarre; con 
volto e portamento atteggiato a speranza buona, 
s'inoltra; mette franco la mano nell'urna; cava 
la palla; si legge, e il numero è un de' più alti; 



i65 

ond' egli è certo di rimanersi all'esercizio di sua 
arte, all'amore de' suoi compagni, a provvedersi 
onesto modo di comoda vita e tranquilla. Ma ap- 
pena egli conobbe la sorte sua, corre pien di 
letizia ad abbracciare il mesto compagno, e, Con- 
solatevi, gli dice con voce giubilosa: Consolatevi, 
amico mio: voi siete salvo. Partirò io per voi. 
Voi siete necessario alla famiglia vostra, a' geni- 
tori: io sono orfano:, non lascio alcuno a piangere 
la sorte mia: sono abbastanza contento di poter 
fare, prima di morire, una buona azione. Atto- 
niti e compunti rimasero tutti i circostanti: tutti 
colmarono di lodi l' atto generoso del giovane : 
nacque mirabil gara di grandezza d'animo e di 
nobiltà fra i due compagni: ma l'orfano ottenne 
d'essere accettato in cambio dell'altro. Egli partì 
colle benedizioni dell' amico e dei parenti del- 
l' amico suo; e nell'esercizio della milizia seppesi 
dipoi che tenne sempre onorata condotta, die 
prove di bontà e di coraggio, e di quanto possa 
nel cuore de' giovanetti una buona educazione. 

L' altra cosa , alla quale poc' anzi accennai , 
fu un'opera del Sanvitale, che sola potea recare 
consolazione nel cuore di un infelice, a cui sulla 
terra non rimanea alcuna speranza di bene. In 
Borgo S. Donnino era stato commesso un omici- 
dio; e l'autor del medesimo, venuto in potere della 



i66 

giustizia, fu condannato a pagare colla vita il com- 
messo delitto. Era la notte estrema pel miserabile, 
ed ei la vegliava con que' pietosi, che colle soavi 
parole del perdono rendono men duro e pauroso il 
punto della morte, e, ciò che è più, d'una morte 
ignominiosa. Avea pianto e detestata la colpa sua; 
avea pregato, e fervidamente, il Padre delle mise- 
ricordie; e la Religione gli aveva promesso pace 
nell'eternità. Pur senti vasi tuttavia oppresso ed 
aggravato il cuore, che avea sulla terra cosa tanto 
cara, che gli faceva insopportabilmente dolorosa la 
partenza dalla vita. Si raccomanda ai custodi con 
voce compassionevole, perchè gli sia conceduto di 
vedere un sol momento il Sanvitale; perchè sia 
supplicato a renderlo contento di tal desiderio; e 
prega sì caldamente, che venne annunziata al Con- 
te Stefano siffatta preghiera. Questi stette in for- 
se, ma per pochissimo; che 1' animo suo non po- 
teva resistere ad invito d'uomo posto in sì misera 
condizione. Recasi al luogo ov' era chiuso il con- 
dannato; 1' oscurità della notte; quella del sito; 
1' angustia delle scale; 1' universale silenzio, e più 
ancora quel che regnava vicino al carcere; lo squal- 
lor della stanza; la mestizia de' pochi, che ivi 
erano a queir ora; tutto impietosiva e stringeva 
di nuovo e insolito dolore l'animo del Conte Ste- 
fano: la vista del quale all'infelice, che pallido e 



167 

scarno giaceasi, fu la vista d' un Angelo di Pa- 
radiso. Egli mandò un grido, che non avresti sa- 
puto se di dolore, o di consolazione: prega, più 
cogli atti che colle parole, che il pietoso visitatore 
gli si avvicini; e dirottamente piangendo e singhioz- 
zando, fa sforzi per prendergli la mano; e presala, 
più volte la bacia, e la bagna di lagrime: ma non 
eran sole le sue; scorreano anche, ed abbondanti, 
al Sanvitale. Poi come quegli potè formar voci 
che s'intendessero, sclamò: Ho in cielo Iddio, nel 
quale confido, e innanzi al quale sarò tra poco: 
ma al mondo, o Signore, al mondo non ho che 
voi solo nel quale io speri. Lascio in questa terra 
una figlia, che amo assai, una sola e tenera figlia 
di nove anni, priva di tutto, abbandonata da tutti, 
e che avrà a soffrire, innocente, del delitto del 
padre omicida! Questa immagine lacera il cuor 
mio; mi fa provare tutto l'orrore della dispera- 
zione. Voi solo ancora, o Signore, potreste conso- 
larmi; voi potreste mettere in calma l'animo mio. 
Voi che per amore foste padre di tanti infelici, 
siatelo per carità anche della povera figlia mia. 
Al Conte Stefano non reggea l'animo d'udir que- 
ste voci; né altro potè dirgli, se non che ei farebbe 
contento il desiderio di lui, e che di ciò rimanesse 
consolato. Indi un nuovo e più largo pianto d'amen- 
due die fine a scena sì commovente. Il Sanvitale 



i68 

con religiosa fede alla promessa ebbe diligentissima 
cura dell'orfana: raccolse nell'Ospizio di Fonta- 
nellato; raccomandò ch'ella non udisse mai parola 
che le ricordasse la sventura sua e il funesto fine 
del padre. Negli anni in che ella visse colà fu 
cara a tutte le altre dell' Istituto per diligenza 
allo studio ed a' lavori, per dolcezza d'indole, 
per soavità di maniere, per purità di costume, e 
per amore ad ogni virtù. 

Né il già fatto sino all' avanzata sua età colle 
scritture e più cogli esempi era ancor sufficiente 
al desiderio suo di essere utile. Unì in un sol li- 
bro, che ha segnato l'anno 18S8, e che volle dedi- 
cato al Figlio suo Primogenito, quanto egli giudi- 
cava più importante alla buona educazione de' 
figliuoli; e gli die' per titolo: Ricordi di un Padre 
al Figlio. Nella Prefazione al medesimo ragiona 
dell' obbligo de' padri di lasciare alla loro prole 
eredità non tanto di beni materiali, o di fortuna, 
quanto di buoni esempli e d'utili precetti. E otti- 
mi precetti ei lasciò a' suoi Figli e Nipoti in que- 
st' Operetta; precetti eh' egli tolse da' migliori di 
tutti i tempi e di tutti i luoghi; e loro diede la 
forma di sentenze con deliberato consiglio, perchè 
in tal modo s'imprimano nelle menti con maggior 
facilità, e vi rimangano fermamente impressi. Il 
libro è diviso in tre Capi: nel primo sono le Mas- 



169 

sime per guida sicura delle azioni di tutta la 
vitf , in numero di i56; nel secondo le Massime 
per guida dell'Educazione, in numero di i58; 
nel terzo le Massime pariicolari per guida de' 
Padri e de' Maestri sulla educazione de' Figli 
e V Istruzione degli Alunni, e queste sono 62. 
Le più importanti fra le medesime saranno collo- 
cate in altro luogo di questo libro. 

Altre più brevi scritture si conservano tra le 
molte sue carte., regolarmente ordinate per lodevo- 
lissima diligenza del già più volte encomiato suo 
Figlio Signor Conte Luigi, e coli' opera dell'egregio 
e dotto Signor Amadeo Rondimi, il quale ha pure 
ordinatamente distribuito, secondo i tempi e le ma- 
terie, i molti documenti del ricchissimo Archivio 
della Famiglia de' Conti Sanvitali. Né ciò è da 
considerarsi soltanto a lustro e a splendore della 
Famiglia a cui spetta; sì anche per grande utilità 
e importanza alla Storia della Città nostra e del 
nostro Stato, come ha avuto a dire più d' una 
volta il Ch. rao Signor Cav. Pezzana, Istoriografo 
di Parma, a cui fu con onorevolissima fiducia con- 
ceduto di prendere ad esame tutte le carte del 
suddetto Archivio. Ora seguitando dico, che fra 
quelle del Conte Stefano ne sono molte, nelle quali 
egli notava, leggendo i migliori libri che si anda- 
vano pubblicando, le cose di maggior conto intorno 

22 



170 

alla Storia Naturale, alla Fisica, alla Chimica, le 
nuove invenzioni nelle Arti, e i nuovi metodi e 
perfezionamenti relativi alle medesime. 

Finalmente non sarà fuor di luogo lo aggiu- 
gnere, ch'egli fece traslatare dalla lingua tedesca 
nella italiana (anche questa scrittura si ha tutta- 
via manoscritta) un libro di Giovanni Guglielmo 
Klein, Direttore dell'Istituto dei Ciechi in Vienna. 
Questo libro, pubblicato in Vienna nel 181 1, ha 
per titolo: Esperimento fatto con felice successo 
di educare i fanciulli ciechi a utilità civile, e con- 
tiene una minuta ed esatta istoria dei metodi e 
delle prove laboriosissime fatte dallo stesso Klein 
per educare ed istruire un giovine cieco per nome 
Giacomo Braun; ivi sono anche indicate le mac- 
chine e gli strumenti coi quali il cieco venne 
istruito nella lettura, nella scrittura, nell'Arit- 
metica, nella Religione, nella Morale, Geometria, 
Musica, Storia, Geografia, e in alcune Arti mec- 
caniche, colle quali potesse provvedere di per sé 
al proprio mantenimento, e render minore la noia 
della vita, non rallegrata mai dalla varietà degli 
aspetti delle cose, e dalle bellezze della natura, e 
gustare molti diletti, di cui sono incapaci i ciechi 
non educati. Questo libro, che ignoro se sia mai 
stato pubblicato in lingua italiana, potrebbe essere 
utile anche presentemente per chi attende di prò- 



I 7 I 

posito alla educazione de' ciechi, pei privati nelle 
famiglie de' quali negò fortuna ad alcuno la fa- 
coltà di goder della luce, e per tutti i buoni, che 
sentono consolazion d'ogni cosa, la quale diretta 
sia ad alleviare i mali dell' umana famiglia. In fine 
del libro si trovano espresse le condizioni richie- 
ste perchè un cieco possa essere ammesso, come 
Alunno, nell'Istituto di Vienna, il quale venne 
fondato appena fu nota la generosa opera dello 
stesso Klein, e l'ottimo riuscimento delle sue pro- 
ve nella educazione del cieco Braun. 



! 7 2 

CAPO XX. 



N, 



luovo argomento di onore pel Conte Stefano si 
ha dalla sna corrispondenza epistolare, della quale, 
oltre ciò che è venuto in acconcio di accennare 
altrove, dirò qui alcuna cosa più di proposito: il 
che sarà anche novella prova di molte fra le cose 
già narrate. Il più degno poi da notarsi è non il 
numero grande (che è grandissimo) delle persone 
di cui si conservano le lettere al Conte Stefano; 
non la sola celebrità di molte per dottrina, per 
sapienza, e per virtù (che ve ne sono di dotti 
uomini, di virtuosi e di sapienti); non la sola 
importanza delle cose (spesso d'affari gravi, spes- 
sissimo di studii della Naturale Istoria, d'Inven- 
zioni e di Scoperte); sì l'affetto che è in tutte, 
poiché ciascuno rimanea preso alla schiettissima 
bontà di lui, alla cordiale sua semplicità, alle sin- 
cere cortesie di cui era facile in parole, più facile 
ancora e più pronto ne' fatti; in guisa che ognuno 
di quelli che o per cose scientifiche, o per negozii 
ebbe, anche di lontano, a contrai* seco vincoli di 
amicizia, se da necessità, o da sola vaghezza fu 



, 7 I 

condotto alla Città nostra, riceveva dall' amico 
suo tali accoglienze, che sempre superavano la sua 
aspettazione; e la presenza (la quale il più delle 
volte toglie a quello di che in fantasia ci eravamo 
formata la immagine) accresceva in chi lo vedea 
1' estimazione. 

Ma a fine di seguitare anche in questa parte 
con qualche ordine (tacendo però di ciò che ri- 
guarda a' pubblici uficii, alle cose famigliari, e alla 
soavità de' sentimenti che gli abbondavan sempre 
verso gli amatissimi suoi Figli e Figliuole), dirò 
in prima, che si hanno molte lettere scritte a lui 
da eminenti e dotti Ecclesiastici; donde apparisce 
la pietà sua grande, e lo zelo purissimo alla 
Religione de' Padri nostri. Se ne conservano mol- 
tissime della Famiglia de' Borboni che tenne il 
reggimento di questi Stati; e da tutte si fa mani- 
festo in quanta stima era la probità, la fede, la 
riverenza, e le nobili doti di quel colto e gentil 
Cavaliere. Meritano però speciale menzione quelle 
del Duca D. Ferdinando, scritte con onorevoli 
dimostrazioni d'amichevole confidenza: e fra esse 
notevolissima è una del dì 14 Maggio 1802,. colla 
quale il Principe approva alcune proposte di 
miglioramenti possibili a conseguirsi, e che il 
Sanvitale aveva sottoposto alle considerazioni di 
lui; inoltre il Principe stesso gli mostra desiderio 



174 

eh' ei gli presenti in iscritto alcune Memorie in- 
torno a cose d' interesse pubblico, che volentieri 
avrebbe preso ad esame. Anche con altra del gior- 
no 19 del mese e dell'anno medesimo, dopo d'averlo 
ringraziato di osservazioni a lui presentate, segue 
in questo modo: » Siate certo che sempre più son 
» contento di vedere con quanta utilità vi occu- 
» paté; » ed appresso loda il disegno del Conte 
Stefano d' istituire la Scuola di Fontanellato; e 
di ugual tenore per la Scuola è una del i5 Maggio 
del medesimo anno 1802. Da tutte poi si com- 
prende quanto generosamente egli sentisse del fa- 
vore e della grazia del suo Principe, al quale 
ricorreva soltanto per bene altrui e del Comune. 
Degne di molta lode per semplicità e chiarez- 
za, per importanza di studii, per notizie di luo- 
ghi e di produzioni e per i schiettissimo affetto son 
quelle, che dalla Spagna gli scriveva il Principe 
Lodovico, Figlio del Duca Ferdinando. Ed ecco a 
tenue saggio delle medesime, come gli scrivea nella 
prima da Aranjuez, il 22 Maggio 1794- » Ora che 
» sono riposato dal viaggio ed assestato in Aran- 
» juez, approfitto del tempo che ho per iscrivervi 
» queste due righe, il cui motivo principale si è 
» di richiamarvi alla memoria un vostro, lontano 
» sì, ma vero e sincero amico, qual certo vi sono 
» io.... Di Storia Naturale non vi posso ancora 



I7S 

» dir niente: so che vi è un superbo Orto bota- 
» nico, un magnifico Gabinetto, bravissimi Profes- 
» sori; ma tutto in Madrid , ove io non sono an- 
» cora stato, ed ove non andrò che alla fine di 
» Giugno. Ho però veduti molti uccelli e pesci 
» stranieri a noi, onde sto cercando un imbalsa- 
» matore per poterne portare a casa; e quando 
» potrò, cercherò d'averne le specie doppie, una 

» per voi ed una per me Sapete che voi e 

» Lina ti siete i miei più grandi amici; niente dun- 
» que mi può dar tanta consolazione, quanto il 
» ricevere vostre nuove, e sapere che mi amate 
» come io amo voi. Amatemi dunque, e credetemi 
» sempre il vostro affeziona tissimo e sincero amico, 
» Lodovico Borbone. » In altra del 3 Giugno del- 
l'anno stesso gli dà notizia di aver trovato un cor- 
rispondente in Isvezia per cose di Mineralogia e di 
Ornitologia, e che lo ha incaricato d'intendersela 
con lui (col Conte Stefano), e » tutto ciò che 
» farete voi (gli dice), sarà ben fatto. » In una del- 
l' 8 Luglio 1794 gli parla a lungo di cose di Bota- 
nica, di Mineralogia, di Zoologia; di sua amicizia 
contratta con Cavanilles ed Ortega (celebri Profes- 
sori e Scrittori di Storia Naturale), del Giardino 
botanico e del Gabinetto del Re; indi soggiunge: 
» Ho raccolti varii uccelli spagnuoli che non tro- 
»> vansi in Italia; ma sempre duplicatamente, pel 



176 

» vostro Gabinetto. » In altre parimente gli dà 
minuto ragguaglio de' suoi studii, delle sue Colle- 
zioni, di sue corrispondenze coi più celebri Natu- 
ralisti dell'Europa e dell'America, onde avere anche 
di là cose appartenenti a Storia Naturale: manda 
al Sanvitale molti semi e molte piante che manca- 
vano all'Orto Botanico di Parma, del quale spesso 
gli raccomanda di avere cura diligente, essendo 
egli (il Principe) desiderosissimo che crescesse in 
bellezza ed in ricchezza. In tutte poi adopera 
sempre il più caro e dolce linguaggio di sincera e 
ardente amistà. 

Di uguale stima e benevolenza fu onorato dalla 
Regnante Arciduchessa MARIA LUIGIA; e 
sono gelosamente custodite Lettere autografe del- 
l'Augusta Principessa scritte al Conte Stefano, 
dalle quali si mostra in quanta grazia erano te- 
nute le virtù di lui, e l'opera del medesimo nei 
moltiplici uffici che gli erano stati affidati. Ed è 
per singolare benignità, nuovo e chiaro segno di 
continuo e durevole favore alla memoria di quel 
Benemerito, che è conceduto che queste carte 
acquistino ornamento splendidissimo da una Let- 
tera, donde aperto si manifestano i dolci e reali 
sentimenti di quell'Animo Clementissimo che la 
dettò: 



l 77 



PUisance ce la Juillet i83i. 

Pendant nos temps de malheurs et pendant 
ina maladie , fai tàché de trouver une distrac- 
tion et un soulagcmcnt dans différents petits 
ouvrages que /' ai distribués aux arnis qui iri en- 
touraient. Quoiqu' éloignée , je vous ai aussi tou- 
jours rangé, mon cher Comtc , au nombre de ceux 
qui rn ont donne les plus grandes preuvcs d' at- 
tachement, et pour vous le prouver je vous envoye 
ce plioir que j' ai peint , il y a pcu de jours , et 
que le porteur de cette lettre vous priera d' ac- 
cepter en prcuve de mon atnitié. 

Per le lettere scritte al Sanvitale da Ministri 
di Principi, e da chi più stava loro vicino, tacendo 
delle dimostrazioni di rispetto, di stima, e de' cor- 
tesi ufficii, si conosce com'egli presso di loro por- 
geva le sue raccomandazioni, perchè il favor de' 
medesimi, e la grazia e la beneficenza de' Principi 
si volgesse, entro i termini però di giustizia, a 
prò d'alcuno veramente bisognoso, meritevole di 
sostegno e di patrocinio, o a vantaggio di qualche 
arte o d' alcun genere di patria industria. Né 
risparmiava a tal fine (quel che per sé non avreb- 

23 



178 

be fatto mai) le preghiere e le supplicazioni; e fra 
le molte lettere che di ciò ne prestano argomento, 
senza far parola di quelle de' viventi, accennerò 
soltanto le scritte a lui dal Ministro Marchese 
Cesare Ventura, dal Conte Odoardo Selvatico, e 
da S. E. il Tenente Maresciallo Conte di Neipperg, 
già Cavalier d'onore della regnante Arciduches- 
sa, la memoria del quale, per le molte e nobili 
sue virtù, è presso tutti e cara ed onorata. 

Fra le lettere di moltissimi della Città nostra 
(e ve ne sono di tutti che han dato opera a stu- 
dii di qualunque sorta, e pubblicate scritture; let- 
tere onorevolissime se le consideri , o come atto 
di stima verso il Sanvitale, o come segno della 
fiducia che avea ciascuno nel compiacimento di 
lui ad accogliere ogni cosa indirizzata a fine di 
bene, di utilità e di decoro) accennerò quelle del 
Conte Filippo Linati, del Cav. Angelo Pezzana e 
del Signor Francesco Belloli. La corrispondenza 
ch'egli ebbe col Conte Linati riguarda agli studii 
e alle cose di Mineralogia, delle quali il Linati 
era intelligentissimo, e contiene belle osservazioni 
intorno a questa scienza. La lunga né mai inter- 
rotta corrispondenza epistolare col Pezzana rac- 
chiude molte ed importanti notizie bibliografiche, 
e si leggono in essa, oltre gli spessi ringrazia- 
menti del Ch. n '° Bibliotecario per ispessi e rag- 



x 79 
guardevoli donativi che il Conte Stefano faceva 
alla pubblica Libreria, assai cose che fan testi- 
monio della cura e diligenza d'ambedue per quel- 
l'augusto Tempio della Sapienza; poiché il Pezzana 
non lasciò isfuggir mai il destro di valersi oppor- 
tunamente della pronta volontà del Sanvitale; e 
questi in tutti i suoi viaggi ebbe a grande con- 
tentezza di procacciar quello, di che il dotto Amico 
mostra vagli desiderio. Che sebben lontano dalla 
patria, a questa erano sempre i suoi pensieri; onde 
per cortese premura di lui furono spediti, ed ora 
sono a pubblica utilità, parecchi libri di Francia 
e di Germania. Per le lettere poi del Belloli si 
ha, può dirsi quasi, una esatta e precisa istoria 
di tutte le esperienze fatte da questo egregio Chi- 
mico intorno a quanto venivagli spesso raccoman- 
dato dal Sanvitale, per trovare utili e nuove cose, 
e per fare, delle cose già scoperte, utili applica- 
zioni alle Arti. In quelle vengono accennate molte 
avvertenze tenute negli esperimenti, e ciascun fatto 
che si presentava, notato sempre accortamente dal- 
la perspicacia dell'osservatore. 

Aggiungo anche, che dalla sua corrispondenza 
con buoni e dotti Amici si comprende ch'egli ave- 
va sottoposto al loro giudicio (tanto era modesto 
il sentimento di sé medesimo) alcune delle Opere 
sue manoscritte; e ch'egli manifestava grave dolore 



i8o 

di non aver fatti da giovine quegli studii di nostra 
lingua, che e sono necessarii, e procacciano cari 
ornamenti alla esposizione de -1 nostri pensieri. La 
cagione di ciò fu in principio di questo libro 
indicata; e si è veduto dopo, che la moltitudine 
e la gravità degli affari non gli concedette più 
spazio sufficiente a riprendere gli studii delle Let- 
tere. E le sue Meditazioni furono assai commen- 
date, se non in quanto avrebbero voluto forme 
più castigate di pura italiana favella. 

Anche l'Opera intorno al Metodo dell' Istru- 
zione in azione ottenne grandi lodi da un giudice 
di molta dottrina, di pronto e vivacissimo ingegno, 
pratico ne' gravi e severi uficii de' civili reggimenti, 
dal Cavalier Gubernatis, che da quando fu tra noi 
a' tempi del francese dominio in esercizio di alte 
Magistrature fino all'estremo di sua età, fu costan- 
temente amico al Sanvitale, a cui scrivea da To- 
rino bellissime lettere; e a prova della sincerità 
degli encomii al libro sovrindicato, volea farne 
esperimento nelle Scuole del Piemonte, appena 
fosse stata eseguita la riforma delle medesime, 
a cui il Governo avea posto mano; il qual dise- 
gno la morte del Gubernatis fé' rimaner non com- 
piuto. Altre scritture del Conte Stefano erano 
state apprezzate in altri luoghi, dov' egli avea 
voluto mandarne alcun esemplare , e se ne ha 



i8i 

testimonio nelle molte lettere del già lodato Pro- 
fessor Brignole, il quale nel presentare all'Acca- 
demia delle Scienze di Modena le prove fatte dal 
Sanvitale dei Fogli d' Agave , della carta con foglie 
della pannocchia del formentone, e nel tener di- 
scorso agli Accademici di quanto quel chiaro Spi- 
rito andava tentando, parlò anche delle opere lette- 
rarie di lui con molte lodi, e in particolare del 
Manuale per le scuole di Fontanellato. 

Né poteva essere che il nome e le virtù del 
Filantropo di Parma rimanessero ignote al Filan- 
tropo della Toscana, all'ottimo Marchese Cosimo 
Ridolfi, di cui non la sola Toscana, ma Italia tutta 
si onora; l'un de' quali degnissimo era dell'ami- 
cizia dell'altro; né saprebbesi dir forse che ami- 
cizia alcuna stringesse anime che fossero in più 
perfetto accordo per qualità e indole di sentimenti, 
per desiderio di esser utili, per nobiltà del fine a 
cui intendeano, e per operazioni conformi al desi- 
derio. Ed il Ridolfi il dì 26 Marzo i836 scriveva 
al Sanvitale di alcuni Opuscoli suoi risguardanti 
al già celebratissimo Istituto di Meleto, alcuni de' 
quali avea spedito prima al Conte Stefano, e par- 
lando egli in quella lettera con alte lodi degl'Isti- 
tuti di Fontanellato dicea: » Le offro i miei veraci 
» e rispettosi ringraziamenti pel dono dei docu- 
» menti relativi al Classico Istituto di Fontanel- 



l82 

» lato,- il di cui piano onorerà mai sempre la 
» mente ed il cuore dell' illuminato e generoso 
» che seppe immaginarlo. » 

Sono anche onorevolissime le lettere che gli 
scriveva nel i8i5 il Cav. Giuseppe Poggi, donde 
si fa manifesto il molto ardore col quale il San- 
vitale si adoperò perchè alla Città nostra ritor- 
nassero i tesori, veramente inestimabili, di Belle 
Arti, che per ordine del Governo Francese, di qui 
erano stati portati a Parigi; e anche di ciò noi e 
i nostri posteri gli avremo grande obbligo di gra- 
titudine. Che appena potè esservi alcun lume di 
speranza che agli Stati, i quali si rimettevano nella 
loro antica condizione, fossero per venire resti- 
tuite le cose di cui furono possessori, il Sanvitale, 
eh" era in Parigi, fu de' primi a prendersi a cuore 
il ricuperamento di quelle che appartenevano alla 
sua patria: né egli era uomo da rimanersi ai desi- 
derii e al far voti. Cominciò a dar opera perchè 
la restituzione potesse condursi a buono effetto; e 
presentò al Poggi ( eh' era in Parigi incaricato 
d'alcuni p\ibblici uficii per questi Stati) una nota 
delle cose nostre più importanti e di maggior eccel- 
lenza, che ornavano, con altre di quasi tutta Eu- 
ropa, la Capitale della Francia. Nel i8i5 essendo 
il Sanvitale in Vienna, pose in opera ogni sua cura 
presso il Ministro Magawly ed altri che avevano 



i83 

potenza, e loro ardentemente raccomandò la cosa, 
tanto che la nostra Principessa informata di tut- 
to, fece che i nuovi suoi Sudditi riacquistassero i 
loro più preziosi monumenti di Belle Arti Né si 
renderà minore il merito del Sanvitale, se si ag- 
giunge che nella esecuzione di quanto era stato 
stabilito in favor nostro, ebber zelo ardentissimo 
e d'ogni laude degnissimo i già lodati Cav. Poggi, 
e Paolo Toschi. E per vero, lo stesso Poggi, che da 
Parigi mandava di tutto un minuto ragguaglio al 
Conte Stefano., dimorante in Vienna, con lettera del 
3c Settembre i8i5 gli dicea: » Colla mia del 22 
» assicurai la vostra speranza sulla ricupera dei 
» nostri tesori; colla presente vi annunzio che 
» tutto è fatto o si sta facendo. Oggi è il quinto 
» giorno che si lavora. La maggior parte dei qua- 
» dri l'ho fatta trasportare in una Caserma che è 
» occupata da truppa austriaca, e dove sono pure 
» disposti per comando di S. M. I e R, i quadri 
» di Lombardia, di Vinegia e di Toscana. Il no- 
» stro Toschi mi è stato di grandissimo soccorso: 
» noi due soli abbiam condotta l'opera. Ho molto 
» corso per ottener l'ordine in iscritto da chi ave- 
» va l'autorità di darlo; l'ho finalmente ottenuto. 
» Lasciamo però in Francia un buon terzo dei 
» nostri quadri; ma sono i men belli. Parto per 
» andarmi a prendere tutti i bronzi nostri che 



184 

» erano nei magazzini del Museo. Oh povero Mu- 
» seo! fa pietà! Mi sono caricato dell'ira de' Fran- 
» cesi, che pure compiango. Ma la patria? » Oh 
quando la patria ha figli tanto sinceramente amici 
al suo bene, alla sua prosperità, al suo splendore, 
certa è di conseguire con giustizia quanto è di sua 
vera utilità, né per la giustizia medesima verrà 
ad altri cagione di male. 

Ma sarei condotto a soverchia lunghezza, se 
volessi seguitar tuttavia a riferire il moltissimo 
che riesce ad onore del Sanvitale dalle lettere a 
lui d'uomini chiarissimi; e se pur talvolta mi son 
lasciato andare in molte parole, siami onesta scusa 
presso i gentili V affetto a colui che fu tanto amo- 
roso della terra nostra. Però ai nomi d'uomini 
illustri, amici del Conte Stefano, già riferiti altro- 
ve, aggiungerò ancora quei d'un Venturi, d'un 
Bonelli, d'un Giobert, d'un Corinaldi, d'un Breis- 
lack; e ripeterò quel che già dissi altra volta, che 
l'amore alle Scienze Naturali fu sì costante nel 
Sanvitale, che fin nel dì n Maggio del i838 
scriveva al Tineo a Palermo, perchè gli fossero 
spedite di là foglie dell' Agave Americana e delle 
schede del Cyperus papyrus; e dopo avergli dato 
ragguaglio del suo giardino e di sue esperienze, 
gli chiede notizie delle cose spettanti alla Botanica. 
Che poi fossero sincere le parole de' Sapienti usate 



i85 

verso di lui nell'amichevole corrispondenza loro 
(e una delle prime e più commendabili doti de' 
Sapienti è appunto la sincerità del dire) è mostrato 
da quel che veniva scritto anche dopo la morte 
sua. Il Rosellini in una lettera al Cav. Lopez 
del dì 20 Agosto 1 838, appena ebbe udito che 
il Conte Stefano non era più: » Benché (dice) non 
» avessi avuto la fortuna di conoscere personal- 
» mente il Conte Stefano Sanvitale, aveva pur 
» concepito di lui, per la corrispondenza di cui 
» mi onorava, l'idea d'un uomo ottimo, adorno 
» di tutte quelle virtù che fanno gli uomini non 
» meno amabili che utili. In ogni sua espressione 
» traspariva la bontà e quel sincero sentimento 
» che muove l'animo a ben fare. » Con eguali 
segni di stima il medesimo Professore scriveva in 
altra sua lettera del giorno 7 Marzo 1839, quando 
ricevette dal Conte Luigi il libro Notizia ecc. 
indicato nel Capo XVI. 



34 



i86 

CAPO XXI. 



Juigli fu alto di statura, e ben complessionato 
della persona: il volto avea rubicondo, di forme 
regolari, se non che gli occhi erano alquanto pro- 
minenti; e sebbene tenesse portamento grave, gli 
occhi e la bocca si atteggiavano naturalmente alla 
espressione d'affetti amorevoli e pietosi; e a chi 
anche per la prima volta il vedea si mostrava di 
fuori quella benignità d'indole ch'egli avea dentro. 
Alle ore cinque antimeridiane del giorno dieci 
Agosto i838 il Conte Stefano cessò di essere utile 
sulla terra, e di goder qui la gratitudine di che 
moltissimi gli avean debito, e l' amore e la rive- 
renza de' suoi Figliuoli; in tal dì, che ne sarà 
funesto sempre, come di pubblica calamità, egli 
mancò al desiderio e ai voti, coi quali s' implo- 
rava che fosse lunghissima la sua stanza fra noi. 
Violentissimo fu il morbo che lo rapì, e ne' soli 
due giorni di malattia soltanto i due suoi Figli 
Luigi e Giovanni poterono, e una sola volta, rice- 
vere 1' ultima consolazione di sue dolci parole e 
della amabil vista di lui. Le Figlie Marchesa Teresa 



187 

Tirelli, Marchesa Luigia dalla Rosa Prati, Con- 
tessa Amalia Pettorelli, e la Sorella Contessa Coro- 
na Anguissola, erano presso alla stanza di lui 
colla speranza d'abbracciarlo di momento in mo- 
mento in condizione di migliorata salute: né alcuno 
potrebbe significare la gravezza del loro dolore, 
quando seppero ch'egli era tolto per sempre al- 
l'amor loro. 

Ma egli in quel dì cominciò a godere in più 
sereno luogo e tranquillo il bene che avea qui 
tanto desiderato, e per giugnere al quale la vera 
e diritta via aveva scelto, quella di far del bene 
agli uomini. E dal nuovo ed alto suo luogo, dove 
non puote mutamento o perturbazione, securo da 
ogni avversa procella, avrà veduto quel generoso 
Spirito la profonda tristezza che in tutti recò 
l'annunzio inaspettato di sua partita, che rapi- 
dissimo si diffuse da' più alti palagi ai più umili 
casolari e alle officine dell'artigiano, e doloroso 
penetrò ogni cuore. Tutti sentirono in quel punto 
la gravezza della perdita, e tutti, a solo conforto, 
aprivan la voce a narrare le sue virtù: e alla 
fama di lui gloriosissimo fu quel momento, che è 
sì dura prova a quella di molti o grandemente 
ricchi, o altamente potenti; perchè tacendo negli 
animi de' superstiti la speranza e il timore, appa- 
risce al nudo la verità. Ma pel Conte Stefano uni- 



i88 

versale fu il compianto; universale la celebrazion 
delle lodi. 

Furono compiuti verso di lui tutti gli uficii 
della pietà e dell'amore; il corpo suo venne im- 
balsamato, o meglio iniettato, col metodo del Si- 
gnor Dottore Tranchina di Palermo, dal Ch. mo 
Signor Cav. Professore Giovanni Rossi (9). Si fecero 
solenni le esequie e magnifiche, quali ad uomo 
ricco si convenivano, e fregiato di molti ed alti 
onori; seguirono il funebre trasporto al Tempio 
dell' Ordine Costantiniano i più alti Personaggi 
della Corte, della Milizia e dello Stato, e ai lati 
del feretro erano due Cavalieri dell'Ordine di San 
Giorgio, e due Ciamberlani. Fu grande, immensa 
la folla che accorse, ma non loquace, o spensiera- 
tamente curiosa; sì composta a tristezza, secondo 
l'interna condizione dell'animo, e con riverente 
silenzio, desiderosa di dare un ultimo sguardo alla 
spoglia dell'uomo benefico, e di pregargli eterna 
pace. Né era solo spettacolo la pompa solenne e 
la vista della moltitudine: che ciascuno si figurava 
innanzi alla mente lo squallore d' intere numerose 
famiglie, che entro le più riposte pareti piange- 
vano il loro benefattore, il loro padre. 

Il suo Corpo, mediante grato uficio di Sua 
Eccellenza il Presidente delle Finanze, Presidente 
della Commessione di Governo, in assenza della 



189 

Principessa, da Lei poscia benignamente appro- 
vato, fu trasferito a Fontanellato, da essere se- 
polto, com'egli ne aveva espresso il desiderio nel 
suo testamento, nell'Oratorio della Rocca de' San- 
vitali, ove riposano le ceneri della sua Consorte: 
e tal desiderio fu l' estremo, ma lodevolissimo 
pegno ch'egli potea dare d'amore a colei, eh' eragli 
stata per trentun' anni compagna nella vita. 

Anche il suo testamento scritto da lui già da 
alcuni anni, quell'ultimo atto, pel quale Tuoni 
puote, perfin dopo la tomba, esser utile a' super- 
stiti, onora la mente e il cuore del Conte Stefano. 
Il fece e breve e chiaro; e nella divisione di suo 
patrimonio diede segno dell' uguale affetto che lo 
stringeva a ciascuno de' Figli e alle Figlie. Desiderò 
solamente, con prudentissimo avviso, che rima- 
nesse unito l'Archivio di sua Famiglia; ed anche 
questo desiderio fu dai concordi suoi Figliuoli 
religiosamente adempiuto. Volle che la pubblica 
Biblioteca avesse un' altra prova di quanto gli 
stava a cuore il bene e il decoro della medesima. 
Lasciò al Monte di Pietà di Fontanellato con che 
restituire molte delle cose depositate alle persone 
più povere; e ad una Pia Congregazione, di cui 
era Presidente, tanto da poter costituir doti a 
povere fanciulle. Tutti quelli poi che prestarono 
l'opei'a loro nella Casa o nella cura degli affari 



190 

suoi godono e godranno nella loro vita della bene- 
ficenza di queir animo generoso ( 10 ). 

Vuoisi detto finalmente, che fra i modi pietosi 
di onorarlo, uno ne fu eletto de' più conformi al 
continuo desiderio suo, quello di far distribuire 
immediatamente soccorsi ai poveri del Comune di 
Parma e di Fontanellato. E perchè nel Palazzo 
degli Avi suoi sia maggiore il numero delle me- 
morie di lui pei presenti e pe' nipoti, si è voluto 
dalla pietà figliale, a conforto del dolore, un mo- 
desto monumento per opera dell'egregio Statuario 
Parmigiano, Tommaso Bandini. E per pietosa libe- 
ralità de' Figli sorgerà fra poco nella Città nostra, 
per opera dello stesso Scultore, a consolazione di 
tutti i buoni, e a decoro di questa terra, un mo- 
numento, il quale farà fede a' posteri dei meriti 
che verso la patria sua ebbe il Conte Stefano 
Sanvitale. 



I 9 I 

CAPO XXII. 



M. u detto nel primo Capo di questo libro, che 
i Sanvitali, se tutti non poterono con iscritture 
lasciar monumenti della loro sapienza e della 
loro intellettuale cultura, per avere molti di 
essi consacrate le potenze dell'ingegno alla vita 
attiva e ai negozii civili o della guerra, ebbero 
però in grande amore le lettere e le scienze , e 
amici furono e larghi protettori di chi a lettere e 
a scienze (strumenti potentissimi di civiltà, onore 
chiarissimo, immacolato di Popoli e di Governi) 
fruttuosamente intendeva. Di ciò rimangono docu- 
menti certissimi le molte Scritture, che in tutti i 
tempi celebrarono le loro virtù, o che si vollero 
dagli Autori delle medesime ad alcuno de' Sari- 
vitali intitolate; delle quali potrei qui tessere un 
lungo catalogo, se per brevità non dovessi strin- 
germi a dire , che da lunghissimo spazio nessun 
avvenimento di questa Famiglia rimane senza ono- 
re di pubbliche congratulazioni o condoglienze , 
secondo la qualità del medesimo. E rispetto a ciò 
vuoisi considerare, che la sola prosperità di fortuna 



igl 

in una Famiglia di privati non può muovere verso 
di sé la riverenza o l'affetto de' migliori; e pochi 
solamente ed abbietti voglion dare in tributo alla 
sola ricchezza i frutti del proprio ingegno; se 
quelli a cui vengono offerti non sono creduti abba- 
stanza capaci a giudicarli, a gustarli e ad apprez- 
zarli. Il che Tullio conferiva a lode di quegli alti 
Magistrati di Roma, che sapevano ascoltare e te- 
nere in estimazione i versi d'Archia. Onde a sola 
commendazione degli Avi del Conte Stefano dirò, 
che per la nascita di lui furono da Giuseppe 
Pezza na dati in luce Due Discorsi Accademici 
del Roberti sopra le fasce de' Bambini; che per 
la medesima occasione il Frugoni pubblicò un Poe- 
metto in isciolti La Colomba; e che uscì pure alle 
stampe, a segno di congratulazione per lo stesso 
domestico avvenimento, un libro col titolo Ap- 
plausi Poetici di tutti quelli che aveano miglior 
vanto di Scrittori in quella età. Che se con buone e 
sante ragioni si grida contro l'abuso e l'intempe- 
ranza degl'Italiani di scriver versi, spesso inutili, 
e talvolta a biasimevol fine, non vuoisi ciò fare, se 
i versi sono o a piangere qualche privata o pub- 
blica calamità, o ad onorare chi si rese per virtù 
benemerito della patria, o a dipingere le bellezze 
della stessa virtù. Né è d'uopo ripetere quanto è 
de' gentili spiriti la riverenza alle Muse; e quanto 



! 



devoto culto si addice alla nobilissima Arte della 
Poesia in quella terra, dove fu dato sempre e 
culto e riverenza alla Musica, alla Pittura, alla 
Statuaria, minori sorelle di lei. 

Quando poi il Conte Stefano condusse in moglie 
la Principessa Gonzaga, si volle da molti dar segno 
in diversi modi o di esultazione, o d' amore, o di 
grato animo, o di riverenza; onde una Raccolta 
di Componimenti fu pubblicata da Giuseppe Pez- 
zana; un Volume di Prose e Versi, I Sancitali, 
dal Conte Antonio Cerati; Memorie di tre celebri 
Principesse della Famiglia Gonzaga dall' Affò, 
il quale avea già prima indirizzato al Conte Ste- 
fano le Memorie di Alberto e di Obizzo Sanvitali 
Vescovi di Parma nel Secolo XIII, inserite nel 
voi. i5.° della Raccolta Ferrarese, ove egli dice, 
che nel Conte Stefano, sebbene verdissimo d'anni, 
trovava profondità di sapere ed ampiezza di co- 
gnizioni. Altre poesie gli furon pur dedicate in 
altri tempi, e fra queste due Odi nel 1806, Gli Or- 
fanotrofii di Fontanellato e Gli Alunni di Fon- 
tanellato, da un illustre e valentissimo Letterato 
della Città nostra, il quale, come in alto siede per 
autorità ne' civili negozii, e splende per gloria di 
Poesia, a molti duole che a questa non abbia po- 
tuto consacrare tutte le forze del potente suo intel- 
letto. Nella prima di esse dicea del Conte Stefano: 

a5 



i 9 4 



Né il nome di colui obblio ricopre 

Che a Palla sude. 
Né al tuo sarà eli' onta esso faccia, o primo 
Onor di Patria nostra, e suo sostegno, 
Tu che a' miei carmi non venali estimo 
Sublime segno. 
Già impaziente a te mio canto vola 
Là nel Paese che dai fonti ha nome, 
Là 've doppia disserrasi la Scuola 
Onde son dome 
Miseria e inerte vita 

Nullo fa vile il beneficio accorto , 

Che tu non doni già, ma ben soccorri: 
Dono ond'il seme dell'industria è morto 

Tu a dritto abborri. 
Dopo questi Versi (che furono il primo parto 
poetico di quella viva e robusta Fantasia) veggasi 
come lo stesso Scrittore in altra Oda, inedita, inti- 
tolata / Sanvitali, e indirizzata al Conte Giuseppe 
Simonetta, parlava del Conte Stefano: 
Ogni esemplo, ogni detto 
Del grand' Avo raccoglie 
Stefano, e il giovili petto 
Già di magnanim'arde emule voglie; 
E già gode il pensiero 
Del non concesso ancora, arduo sentiero. 



[(jS 



A me credi , o Giuseppe , 
E sì a me aggiungali fede 
I posteri! Non seppe 
Altri di che virtù quel cor sia sede: 
Ben il sepp' io , che fui 
Tant'anni ammirato!* de' pregi sui. 



Già il sesto lustro corre 

Dal memorabil giorno, 

Né allentar, non che sciorre, 

Per variar di tempo o di soggiorno, 

Mai vide il sol que' nodi 

Cui conformi già ordir pensieri e modi, 
Ei che da' Prenci spesso 

Nomar sé amico udio, 

Me con quel nome stesso, 

Dal dì primo chiamar non arrossio, 

Né men tenere e preste 

Mai furon poscia le accoglienze oneste. 



Pietà, non quella cieca, 
Che, donando, soccorre, 
Quella che all'Ozio è bieca, 
E di mercè dispensatrice accorre, 
Fu quella ognor suo primo 
Affetto, ond' io lui grande tanto estimo. 



196 

Né or tacerian le Scuole, 
E T utili officine, 
Se colei che si duole 
D' ogni ben d' altri, a immeritato fine 
Non sospingea queir opra 
Cui, pur caduta, obblio mai non ricopra. 



Se in sul Tamigi ottiene 
Vanto di music' arte 
Puzzi, se fu di Scene 
Cocchi laudato dipintor, se carte 
Io vergo di dircei 
Carmi, tu il creator, Stefano, sei. 



Né al dipartirsi da questa vita d' un uomo 
amato si fervidamente, e sì cordialmente riverito, 
potevano gli animi contenersi al privato lamento. 
Fu dentro pochi dì pubblicata una Notizia bio- 
grafica di lui dal Signor Amadeo Eonchini; e dal 
medesimo fu scritta la seguente Iscrizione, posta 
sopra la porta maggiore della Steccata, il giorno 
in cui si celebrarono le esequie dell' Illustre De- 
funto: 



[ 97 



STEPHANO . SANVITALIO . COM. 

MARIAE . LVDOVICAE . AVG . SVMMO . CVBICVLARIO 

ET . A . CONCILIIS . SANCTIORIBVS 

MAGNO . CANCELLARIO . ET . SENATORI 

ORUINIS . CONSTANTIN. 

VIRO . AMPLISSIMIS . IN . VARIO . REI . PVB . STAT V 

MVNERIBVS . FVNCTO 

INTEGRA . PIETATE . EFFVSA . BENEFIGENTIA 

OMNIBVS . COMMENDATO 

QVI 

I VGI . INDVSTRI AE . CIVI VM . PROVEHENDAE . ST VDIO 

CONSTIT VTOQVE . FONTANELLATENSI . ORPHANOTROPHIO 

PRAECLARE . DE . PATRIA . MERITVS . EST 

LIBERI . NEPOTESQVE 

INOPINAM . PARENTIS . AVIQVE . AMANTISS . IACTVRAM 

CONLACRIMANTES 

IVSTA . PERSOLVVNT 



198 

Del medesimo Signor Rondimi è anche questa 
che dev'essere scolpita in marmo nell'Oratorio della 
Rocca di Fontanellato, dirimpetto a quella della 
Moglie Principessa Gonzaga. 

STEPHANO . ALEXANDRI . COM . F . SANVITALIO 

MARIAE . LVDOVICAE . AVG . SVMMO . CVBICVLARIO 

ET . A . SANCTIORE . CONCILIO 

MAGNO . CANCELLARIO . ET . SENATORI . ORD . CONSTANTIN. 

PVBLICIS . EGREGIE . GESTIS . MVNERIBVS 

ET . MVLTA . APVD . PRINCIPES . GRATIA . CLARO 

VIRO . MODESTIAE . PERRARAE . IMMOBILIS . PIETATIS 

SINGOLARI . BENEFICENZA . POSTERIS . MEMORANDO 

QVI 

HOC . IN . OPPIDO . AVITAE . DITIONIS 

DOMVM . ORPHANIS . EXCIPIENDIS . EDVCENDISQVE 

PRIVA . IMPENSA . CONSTITVIT 

IDEM . STVDIA . NATVRALIS . HISTORIAE 

SVMMA . DOCTORVM . HOMINVM . LAVDE . EXCOLVIT 

ET . PL VRA . IN . CONLEGI A . SCIENTI ARVM . BON ARVMQ . ARTI VM 

ADSCITVS . EST 



VIXIT . ANN . LXXIIll. 
MORBO . NECOPINATO . CORREPTVS 



OBIIT . IIll . ID . AVG . A . MDCCCXXXVIlI. 

FILII . SEX 

PARENTI . DESIDERATISSIMO 

HEIC . AD . VOTVM . EIVS . COMPOSITO 

FECERVNT . CVM . LACRIMIS 



i 9 9 
Altri pubblicarono versi alla memoria del Conte 
Stefano; e il Conte Jacopo, Cugino di lui, lette- 
rato di bella fama, che oltre i vincoli della paren- 
tela, aveva con lui quelli dell' amicizia e della 
stima, appena udì il lagrimevole annuncio dettò il 
Sonetto, che si leggerà più innanzi con altre scrit- 
ture fatte per sì luttuoso avvenimento; e fra esse 
una Cantica di chi scrive queste umili Memorie, 
stampata in Bologna nel Settembre del i838. 



200 



CAPO XXIII. 



s 



eguitano in questo Capo parecchie fra il copioso 
numero di Massime o Sentenze, parte delle quali 
il Sanvitale teneva innanzi alla propria mente per 
norma di sue operazioni, e alle quali studiava di 
conformarsi; parte egli notava da aver per regole 
direttive nelle scritture che andava componendo, 
e per quelle che avea in pensier di comporre, se 
a tanto gli fosse bastata la vita. Ho procurato di 
sceglier quelle che sono di più facile applicazione, 
e che con qualche ordine possono rimanere più lun- 
gamente impresse nelle menti anche de' giovinetti. 

MASSIME DI RELIGIONE. 

i. La Religione dev'esserci guida in tutte le 
opere nostre. 

2. La Religione è sicuro e tranquillo porto al- 
l' uom virtuoso,, ove trova rifugio e schermo con- 
tro le persecuzioni dei malvagi. 

3. Soltanto la Religione pareggia gli uomini 
innanzi agli Altari: il più piccolo è uguale al più 
grande della terra. 



201 

4. La Religione è il perfezionamento della Mo- 
rale. 

5. Le idee religiose e morali sono legate insie- 
me naturalmente. 

6. I precetti della Morale vogliono la sanzione 
della Religione: questa va del pari colla ragione; 
nel dubbio le è guida infallibile. 

7. Il virtuoso teme Iddio; tiene a gloria il 
sottomettersi e ubbidire alle sue leggi. 

8. La virtù cristiana è la sorgente della vera 
felicità in questa e nell' altra vita. 

9. Nulla varrebbe la fede a un Cristiano, se 
non gli è di regola a' costumi. Sarebbe follia il 
creder vera la dottrina di Gesù Cristo, e non vi- 
vere com' ella prescrive. 

io. Il vero Cristiano deve amare la croce. 

11. Chi non ama il suo prossimo non ama ve- 
ramente Iddio. Il martirio stesso senza la carità 
non piace a Dio. 

12. La Carità è sì essenziale al Cristianesimo, 
die siamo pur obbligati ad amare i nostri nemici. 

i3. La Carità sola distingue i figli di Dio da 
quelli del comune nemico. 

14. Chi ha pietà del povero dà ad usura a Dio. 

i5. Date 1' elemosina a tutti quelli che ve la 
chiedono per timore che quegli, a cui la rifiutate, 
non fosse Gesù Cristo. 

26 



202 

i6. Chi è ricco deve ricordarsi di quanto è 
debitore a' poveri. 

17. L' elemosina non ha mai impoverite le fa- 
miglie. 

18. Colui che ha promesso il perdono al peni- 
tente, non ha promesso il dimani al peccatore. 

MASSIME DI MORALE. 

1. La vita altrui sia a noi di specchio d'appa- 
rare. 

1. Madre di sanità è l'astinenza; madre d'in- 
fermità è la ghiottoneria. 

3. Grande cecità è pensare a vivere, non a ben 
vivere. 

4. Il bene è la sorgente del piacere durevole 
e senza rimorsi. 

5. Niente è più lusinghiero della potenza e de- 
gli alti uficii: niente apporta più grave pena del- 
l' adempierne tutti i doveri. 

6. La sola probità rende capace ad esercitare 
pubblici uficii: la sola sapienza non basta. 

7. Gli spettacoli accendono le passioni; spesso 
allettano alla licenza; corrompono il costume. 

8. Vero diletto è nella operazione. 

9. Lo stolto e lo scioperato pensa alla moda 
degli abiti; il sapiente lascia che a ciò pensi il 
sarto. 



2c3 

io. Miglior cosa è venir corretto dal savio, che 
lodato dallo stolto. 

ii. Chi opera con virtù non è mai costretto a 
coprire le proprie operazioni. 

12. Il divertimento si usi come di medicina. 

i3. Virtù senza esercizio è vana parola. 

14. La fortuna e la temerità può fare degli 
eroi; la virtù sola dei grandi uomini. 

i5. Il lavoro è potentissimo mezzo di mora- 
lità. 

16. Ogni vizio tien somiglianza di qualche vir- 
tù; e sì più facilmente inganna. 

17. Il bene si persuade meglio coli' esempio che 
col comando. 

18. La ricchezza non ha pregio, se non in 
quanto procaccia felicità agli uomini. 

19. La morale tiene forza dalla certezza del- 
l' essenza di Dio e del futuro premio o gastigo: 
ella esprime la volontà di Dio, come la Religione 
la^voce della ragione. 

MASSIME PER L' ISTRUZIONE. 

1. Il fine dell' 1 istruzione è di rendere atti e 
disposti i fanciulli all'apprendimento delle scienze. 

2. L' istruzione deve cominciar quasi colla vi- 
ta; che il bambino s' istruisce anche prima che 
sappia parlare. 



2C4 

3. La prima istruzione deve cominciare dalle 
cose sensibili; da ciò che si vede, si tocca, si pesa, 
si misura; bisogna seguir la natura; e considerare 
com'ella adopera per le prime idee che il fanciullo 
riceve: ella è il miglior de' maestri. 

4. Vuoisi usar dell' analisi nella prima istru- 
zione; condur la mente a ricevere cognizioni, che 
si congiungono con altre, eh' ella abbia entro di 
sé, ed alle quali la muova la naturale curiosità: 
quindi i libri elementari voglion essere ornati di 
figure e di disegni. 

5. Gli elementi del disegno possono farsi ap- 
prendere quando il fanciullo impara a scrivere: 
anche i principii della Morale e d' altre Scienze 
possono essere imparati dal giovinetto, ove sap- 
piasi condur la sua mente. 

6 La lettura delle Favole e de' Romanzi è 
sempre dannosa a' giovani. 

7. Il fanciullo imita tutto; e lungamente con- 
serva le prime impressioni: quindi il bisogno di 
proporgli ottimi modelli, e di cose buone. 

8. Spesso è la qualità delle cose insegnate che 
fa disamare lo studio a' giovani. 

9. L'ignoranza nuoce sempre e in tutto: non 
può uscir luce dalle tenebre: non si cammina nelle 
tenebre senza smarrire il sentiero. 



2o5 

io. Il giovane acquista amore al sapere, se- 
condo che conosce l' importanza e il bene delle 
cose che gli vengono insegnate. 

MASSIME DI EDUCAZIONE. 

E. L' educazione è il miglior bene, più du- 
revole e più necessario agli uomini-} il mezzo più 
efficace a render migliori i popoli; per essa, se 
buona, son felici gli uomini e le nazioni; infelici 
se cattiva, o nulla. 

2. L'educazione guarda al Fisico, al Morale, 
all'Intellettuale: dev'essere universale, come l'i- 
struzione; dee rendere amabile la virtù; indurre 
giusto equilibrio tra le funzioni del corpo e le 
operazioni dell'intelletto; procurare al corpo forza 
e salute, alla mente buone attitudini ed aggiu- 
statezza; all' indole bontà ed elevatezza; dare 
ai giovani abitudini di ordine, di morale, e di 
virtù; dirigere le passioni; temperare l'immagina- 
tiva; studiare la varia indole de' fanciulli in ogni 
anche lievissima cosa; e render profittevole ogni 
parte del tempo, perchè sia evitato l'ozio. Unico 
rimedio essa è alla corruzione de' costumi: potente 
cagione di progresso. 

3. L' educazione guida ad usare dolcezza ed 
affabilità coi fanciulli d'indole mansueta e docile; 
tranquilla e moderata fermezza e severità con 



2C6 

quelli d'indole aspra e ritrosa; moderazione e pru- 
denza con chi l'abbia troppo ardente ed impe- 
tuosa; stimolo di parole e di promesse coi flem- 
matici e lenti; franchezza e sincerità sempre, e 
più ancora, se l'indole dei giovinetti è diffidente 
o sospettosa; vigilanza e assiduità, se troppo leg- 
gera o debole; dolcezza accorta, se troppo corag- 
giosa e intollerante di freno; incoraggimento e 
lode, se timida e paurosa. 

4- Una parola sola talvolta detta alla presenza 
de' fanciulli può essere cagione di grandissimo 
male; perciò vuoisi guardare alle persone colle 
quali essi hanno a stare. 

5. Non voglionsi adoperare troppo, e troppo 
presto, le potenze dell' intelletto. 

6. Bisogna ispirare a' giovani il coraggio mo- 
rale; impedire che s'ingeneri in loro vile paura; 
abituarli a render ragione a se di loro operazioni; 
guardarsi dall' insinuare ne' loro animi, anche per 
ischerzo, alcuna idea falsa; indurli per abito di 
elezione a far solo quel che è onesto, a dire quel 
che è vero, e a perseverare nel proposito e nel- 
l'opera, che prendono a fare. 

7. Effetto di buona educazione dev'essere un 
perfetto accordo tra le interne disposizioni del- 
l'animo e le azioni esteriori. 



207 

8. Si facciano considerare al fanciullo le miserie 
del povero, onde- dalla compassione sia mosso ad 
alleviarle ove il possa. 

9. Impari il fanciullo che l' onore sta nella 
virtù e nelle belle opere; non nella nascita e no- 
biltà degli Avi. 

io. L'educazione deve preparare e cominciare 
l' esercizio delle cose della vita civile; perchè il 
giovine fuor della scuola non sia come in luogo 
nuovo, e inesperto di tutto. 

11. La troppa condiscendenza alle voglie e ai 
capricci de' fanciulli li prepara ad essere infelici; 
la troppa asprezza guasta la loro indole, e li fa 
scortesi e disamabili. 

12. L'ubbidienza dev'essere indotta ne' fan- 
ciulli per quasi morale, non violenta, necessità; 
non per forza fisica e materiale. 

i3. Si faccia in guisa che il fanciullo abbia 
sempre confidenza ne' maestri e ne' genitori: il 
castigo sia opportuno e moderato, e conosciuto da 
lui giusto e meritato. 

14. Ogni pena non necessaria è dannosa; induce 
soltanto il timor del più forte: nuoce pure assai 
il troppo frequente rimprovero degli errori; perchè 
indebolisce la sensibilità, che deve essere, ed è, 
cagione efficace di bene, conduttrice alla pratica 
delle virtù, e correggitrice di viziose inclinazioni. 



X 



2C3 

i5. Biasimevol cosa è il premiare i fanciulli 
con oggetti che svegliano la vanità, o il gusto 
delle mode e del lusso. 

16. Voglionsi dare a' giovani libri di purissima 
morale scritti in ottima lingua. 

17. Necessarissima è l'educazione delle donne 
a renderle buone, affettuose, saggie ed. operose; 
amanti e custoditaci della verecondia e della mo- 
destia, de' begli ornamenti, non della vanità e mu- 
tabilità delle mode; esperte direttrici delle famiglie. 

MASSIME DI FILANTROPIA. 

1. Il primo dovere del ricco è Fineo raggire 1" one- 
sta industria, proteggere il merito, consolare l'afflitto. 

2. Chi ama il vero progresso dello spirito uma- 
no e la vera utilità degli uomini dee volgere le 
sue cure all'infanzia. 

3. Miglior cosa è esporsi all'ingratitudine, che 
mancare ai miseri sventurati. 

4- Il vero Filantropo cerca in tutto l'utilità 
della città e dello stato: studia i modi di accrescere 
la felicità degli uomini, e di farne godere a tutte 
le condizioni; di perfezionare l'educazione secon- 
do gli stati; di migliorare i pubblici Istituti, e di 
attendere alla loro direzione morale ed economica. 

5. Il Filantropo ha cura di condurre dolce- 
mente al vero le opinioni false; di far rispettare 



* 209 

la religione e la morale; di farne sentire coli' istru- 
zione la necessità,, onde consegna che gli uomini 
amino la semplicità, la giustizia, e la verità. 

6. La tolleranza è fra le prime doti del vero 
Filantropo. 

7. Il Filantropo si adopera perchè gli uomini 
conoscano l'utilità vera delle cose, e la pratica 
applicazione delle invenzioni del sapiente nelle 
arti e ne' mestieri. 

8. Il Filantropo cerca il bene fisico e morale 
dell'uomo; e lo guida al bene per la via della virtù. 

9. Il Filantropo deve servire la società in due 
modi: col propagare la verità; collo scoprire gli 
errori. 

MASSIME VARIE. 

1. In un pubblico Istituto bisogna far cono- 
scere colla istruzione i miglioramenti trovati, il 
carattere e gli usi delle nazioni, perchè i giovani 
nell'esercizio delle moltiplici professioni tocchino 
a quella perfezione, a cui altri pervenne. 

a. In un pubblico Istituto, che ha obblighi 
verso il Governo e le Famiglie, vuoisi esaminare 
se vi è quanto corrisponder possa all'aspettazione 
e al bene che si è proposto di conseguire. 

3. Le scienze coltivate sono gli elementi prin- 
cipali della pubblica prosperità. 

27 



2IO 

4. La Religione, la Morale, i pubblici costumi 
sono il fondamento della felicità e del riposo de' 
Governi e de' popoli. 

5. Quando la morale non è compagna alle pro- 
duzioni dello spirito, non si godono i vantaggi di 
vera civiltà, né lunga felicità. 

6. La felicità delle nazioni dipende in gran 
parte dalla distruzione degli errori; e a ciò vuoisi 
una buona istruzione. 

7. I popoli non avanzano nell'industria e nel 
morale perfezionamento se non colla universale 
istruzione. 

8. Per distruggere i vizii di un popolo si di- 
strugga coli' istruzione 1' ignoranza di lui. 

9. Chi si adopera a diminuire gli errori, a far 
crescere l' industria, a perfezionare 1' agricoltura, 
si adopera alla gloria del Governo e alla prospe- 
rità dello Stato. 

io. Bisogna che l'Agricoltura, il Commercio, 
le Manifatture crescano in proporzione che cre- 
scono negli altri Stati più vicini. 

11. L'Agricoltura è sorgente feconda, e dure- 
vole più d'ogni altra, di ricchezze. 

12. È errore il credere che ne' paesi agricoli 
non possano fiorire le manifatture. 

i3. Spesso la povertà è confusa colla mendi- 
cità; da ciò sono spesso scelti dei modi disconve- 
nienti per diminuire 1' una, estirpar 1' altra . 



211 

14. Le elemosine non amministrate con pru- 
denza aumentano, non diminuiscono il numero de' 
poveri. La certezza di trovare limosine accresce 
il numero degli oziosi. 

i5. Religione, leggi e costumi formano la feli- 
cità de' Governi e de' popoli. 

16. Un buon Legislatore intende più a render 
buoni i costumi, che ad infligger pene. Tutte le 
leggi e le istituzioni vogliono essere tra sé in per- 
fetto accordo. 

17. La forza morale può più della materiale 
a mantenere i popoli tranquilli. 

18. Il Governo deve cercare la moralità della 
plebe, e dirigere a ciò gì' Istituti di educazione, 
di lavoro e di correzione. 

19. Il reggimento delle carceri merita alta- 
mente la cura d'ogni Governo: la condotta da te- 
nersi coi prigionieri deve conformarsi alla cono- 
scenza delle cagioni dei loro delitti. Quei che fu- 
rono separati dalla società con chiusura in car- 
ceri o altri luoghi, è da cercare ogni modo perchè 
sieno restituiti migliori alla società. 

20. La gloria più durevole e più bella da de- 
siderarsi e da cercarsi più ardentemente è quella 
che ci vien dalle Arti e dalle Scienze: la sola che 
i piccoli Stati possono conseguire. 



Seguitano le Scritture accennate nella fine del 
Capo XXII, pag. 199, e si mette In prima una 
Iscrizione del Signor Aruadeo Ronchini, la 
quale sarà scolpita nel Monumento, che, come 
fu detto altrove , la pietà de' Figli fa innal- 
zare all' onorata memoria del venerato Genitore. 



2ID 



. MEMORIAE 

STEPHANI . ALEXANDRI . COM . F . SANVITAlI 

D . N . MARIAE . LVDOVICAE . SVMMI . CVBICVLARII 

ET . A . CONSILIIS . INTERIORIBVS 

MAGNI . CANCELLARII . ET . SENATORIS . IN . ORD . CONSTANTIN. 

MAGISTERIO . VRBIS . ALIISQ . CVRATIONIBVS . PVBL. 

EGREGIE . PERFVNCTI 

VIRI . AVITAE . RELIGIONIS . STVDIO . SPECTABILIS 

OR . CONSTITVTAM 

INOPIAE . PLEBIS . LEVANDAE . ALENDAEQ . INDVSTRIAE 

FONTANELLATENSEM . DOMVM 

ET . NVMQVAM . INTERMISSA . IN . INDIGOS . BENEFACTA 

MAXIMAM . VBIQVE . LAVDEM . EMERITI 

QVI 

IN . VIRIDI . SENECTA . ABDITAE . DEDITVS . VITAE 

SCIENTIAS . BONASQVE . ARTES 

CONTINENTER . PRO . DELICIIS . HABITAS 

EXCOLVIT . PROVEX1T 

ET . IN. PLVRA . DOCTORVM . CONLEGIA . COOFTATVS . EST 



ANNOS . NATVS . LXXIIlI. 



DECESS . EXITV . NECOP1NATO . llll . 1D . AVG . A . MDCCCXXXVIlI. 

ALOISIVS . ET . IOANNES 

EXSVVIIS . PARENTI» . AMANTISSIMI 

FONTANELLATVM . EX . TESTAMENTO . TRANSLATIS 

PON . CVR. 



2l6 



SONETTO. 



D 



9 



alme che alla Virtù fossero speglio 
Lieti il provvido Ciel sempre ne volle: 
Per lo esemplo così l'uom di sé meglio 
Fassi accorto, e spedito al Ben si estolle. 

Dono del Ciel fu l'onorato Veglio («) 

Su cui per anco Italia il ciglio ha molle: 
Dono del Ciel... (ahi ria morte, che il meglio 
Fura, ed il peggio ancor seco non tolle!) 

Suo don fu il Grande che l'avito censo 
Versò di sua Patria nel grembo, ond'ora 
La misera si giace in lutto immenso. 

Sorgan gli emuli all'opre: e pensi intanto 
Ciascun che mal cruaggiù l'uomo s'onora, 
Se non l'onora dopo morte il pianto. 

Del Cak. D. PIETRO ASTIMAGNO. 



217 

ALLE 

INCLITE FIGLIE 

DELL' ILLUSTRE DEFUNTO 
SONETTO. 



inclite Donne, in petto ancor mi suona 
Il vostro inconsolabile lamento: 
La grave ambascia che vi preme io sento ; 
Ma senza pugna non si ottien corona. 

Alla parte miglior che in Voi ragiona 
Ponete mente, e come nebbia al vento 
Vedrassi dileguar l'aspro tormento, 
Che vi die quella, che a null'uom perdona. 

L'Alma del caro Genito?, sdegnosa 

Di questo ingrato suol, lieve e spedita 
Prendeva inverso il Ciel l'ultimo volo; 

Or la mirate fra un eletto stuolo 

D'Angioli (") che da Voi ebber la vita 
Solo sul pianger vostro esser pensosa. 

Del Conte Can. G. BERNIERI. 
28 



jai8 



SONETTO 



D 



immi, a che porti, Elpin, così dimesso 
Il viso, sparso di non tuo pallore? 
Piangi tu Fano da ria morte oppresso. 
Che in virtù te vinceva ogni pastore? 

Il tuo silenzio ben mi dice espresso 

Che questa è la cagion del tuo dolore: 
Dacché intra venne il duro caso, io stesso 
Sento ambascia infinita in mezzo il core. 

Ah sì versiamo amaro e lungo pianto, 

N'abbiam ben onde, ma non già su lui, 
Che chi è nel Ciel non vuole esser compianto. 

Di irai piagniamo, sol piagniam di irai, 

di' orbi quaggiù restiam d' uomo cotanto, 
Che il suo ben riponea nel bene altrui. 

Del Dottor LUIGI RONCHINE. 



2I( 



SONETTO. 



rv 



è lui m' è dato riveder fra quei 

Che rari per lo volger di fortuna 

Mi duravano saldi a' tempi rei? 

Oh il viver più s'avanza, e più s'imbruna. 



Ma nella terra egli è de' padri mici 
Con l'altra messe che morte v'aduna. 
Ma sta con Isabella, 3 ) e trova in lei 
Quel riso che '1 traeva a la sua cuna. 

Un subito albeggiar corse per l'etra 

La notte ch'egli uscia de' giorni angusti; 
E udissi un suon come d'aerea cetra. 

Ed ei si fé' com' uom che 'n sogno gusti 
Le primizie del Cielo. Oh tu m'impetra 
Cosi morire! come fanno i giusti. 

Del Conte JACOPO SA.NVITALE. 



220 



UN DEFUNTO 



VISIONE. 



,,.... Quanto l'istoria trovo scritta 
In mezzo 'I cor, che sì spesso rincorro, 

Dirò, perchè i sospiri 

Parlando lian tregua, ed al dolor soccorro ,, 

Petrarca, Parte l." Cani. i5. 



D 



9 
un caro estinto io rimembrava il volto, 

Gli atti cortesi e le parole sante, 

Pensando al dì crudel eh' ei mi fu tolto. 



E sembrommi vederlo a me d" innante 

Entro la stanza in cui rinvenni un porto 
Al lungo errar dell'alma mia penante. 

Il caro Veglio non pareami morto, 
Onde la mano stesi alla sua mano, 
Qual chi per muto duol chiede conforto. 



2,2,1 

Allora ei disse a me: Tu credi invano 
Che qui risorga mio corpo disfatto; 
Veder ti basti il mio sembiante umano. 

(5) Misericordia divina mi ha tratto 

Dove splende la eterna Veritade: 
Ivi felice lo mio spirto è fatto. 

Ricordati che somma caritade 

D' ogni sciagura di neglette genti 
A gir mi spinse in perigliose strade. 

Amor provai che cerca alme dolenti, 
E sempre anela di portare aita 
Al prossimo dannato a duri stenti. 

Questo Amor presi a guida di mia vita, 
E sallo Parma che di me desio 
Serba, ed ancora piange mia partita. 

Sempre fu meta d' ogni pensier mio 

Al ben d' altrui rivolger la ricchezza: 
Di quest' oprar ne guiderdona Iddio. 

(io) Forte al cor mi si apprese un dì tristezza, 
Ne' miei verd' anni, al rimirar sì grama 
Progenie, a turpe ignavia e ad ozio avvezza; 



222 

Né mai lusinga mi allegrò di fama, 

Né splendor di natali, insin che ascosi 
Di benefiche imprese in me la brama. 

Disvelar tutti i sensi miei pietosi 

Volli al mio Prence, e palesargli osai 
Occulti inganni al suo popol dannosi. 

Da Fernando magnanimo impetrai 

Plauso e amico sostegno alla mia speme 
Crescente ovunque intesi un suon di lai. 

Furo, già un tempo, di miseria seme 

Ira ed invidia contro un Saggio e forte, 
Astutamente collegate insieme! 

(i5) Ei della mia città resse la sorte, 

Poiché cotanto in onoranza venne 

Appo il Sire che il trasse alla sua corte. 

Nobile fama per lui Parma ottenne 

D 1 esser maestra d'Arti e di Scienza, 
E industre il volgo e provvido divenne. 

A imprecar di quel Saggio la potenza 
Sorse un' ingrata gente, furiando 
Dal margo della Trebbia insino all' Enza. 



22$ 

Così civil discordia il grido alzando 

A lui fé' ingiuria e memorabil danno, 

Sì che n' andò fuor di mia patria in bando! 

Vidi un giorno condotti in grave affanno 
Cittadini e coloni, e a noi cruente 
Recar contese il Franco e l'Alemanno. 

(at) A una turba famelica languente 

Porsi allora soccorso entro il Castello, 
Ove mia Stirpe fu prode e clemente. 

Morte mi tolse, non lunge da quello, 

Il mio buon Prence, in brevi ore tremende! 
Oh come afflitto ne abbracciai 1' avello! 

Mentre redian guerresche aspre vicende 
Io nel Castello, cinto intorno d' acque, 
Che ancor da' larghi fonti il nome prende, 

A Studj, all'Arti ed a Virtù mi piacque 
Schiera eletta guidar, fatta operosa, 
Di stento uscita in cui da pria si giacque. 

Al mondo non restò tutta nascosa 
La crudeltà che il benefìcio mio 
A disperder si mosse insidiosa! 



2,24 

(a5) Cagion di lutto apparve un giorno rio 
Ai giovanetti, amici a me cotanto, 
Poiché lor diedi il paventato Addio! 

Riposava la Franca Aquila intanto, 

Insegna dell' Eroe che acquistò il dritto 
Di regio serto e imperiale ammanto: 

E mentre in me d'ambasce era conflitto, 
Rettor mi volle della Città nostra 
L' alto Monarca con benigno editto. 

Onde quella virtù che non si prostra 
Timida, incerta, e priva di costanza, 
Se della vita il calle arduo si mostra, 

Ridestommi nel cor forza e speranza, 
Ed a prò della mia terra natale 
Lo intelletto rivolsi e la possanza. 

(3o) Né sotto coltre, né in festose sale 
Ozio mi vinse, e inutile cimento 
Non fu a nullo giammai salir mie scale. 

Per me il mendico a cure industri attento 
Visse men tristo, e risuonar men fero 
Dal carcere s' udio cruccio e lamento. 



225 



All' integro ridussi onor primiero 

I patrii studj, e d'Arte opre leggiadre 
Mia prece ritraea da suol straniero. 

Ahi come fatta di tristezza madre 
Mi punse pietà dell' avito loco 
Per nuovi sdegni di nemiche squadre! 

Scintille infauste suscitar gran foco, 
E ancor dell' armi dileguò il riposo, 
Che fu in Europa mal sicuro e poco! 

kìS) Vidi un altro Monarca glorioso 

Dall'Austro riportar trionfo e pace 
Su 1' Eridanio lito sanguinoso; 

E d' oltramonte ritornai seguace 

Della Donna Regal, che d' un perenne 
Amor di generose opre si piace. 

Da Lei mia fede i primi onori ottenne, 
E dolce vanto, e a me d' etade carco 
La sorte arrise, e placida divenne; 

Che da ogni più grave cura scarco, 
» In dolce solitudine nascoso, 
Io tenni il cor d' umane brame parco. 



29 



22Ó 

Neil' ermo mio soggiorno dilettoso 

L' alma intesi agli studj, e dagl' inganni 
Mi ritrassi del mondo tempestoso. 



(40) Colà narrai quant' ebbi gioie e danni 

A' Figli miei d' attorno a me raccolti, 
E della Madre lor gli estremi affanni. 

E come vidi varie terre, e molti 
Uomini egregi che mi fur cortesi, 
E ne mostrava effigiati i volti. 

Alfìn lo spirto al Creator mio resi, 
Nel regno santo della gente morta, 
Perchè nel mondo a ben amare appresi. 

Tu sai che di mia stanza in su la porta 
Queste parole scrissi, onde secura 
Drizzai la mente a non fallace scorta. 

» Beato 1' uom che sé medesmo fura 
» Alle gare del mondo, e che solingo 
» Gli orti suoi, le virtudi e farti ha in cura. 

(45) Util sentenza in brevi detti stringo: 

Deh la ripensa tu, che molto amai: 
Così 1' ultima mia vita ti pingo. 



Ei tacque: io parlar volli e non parlai, 
Sì mi rimasi attonito e piangente: 
Allor disparve in mezzo a mille rai, 

E assorta in cielo il seguitò mia mente. 



227 



Un Anonimi». 



223 



LA CARITÀ 



CANTICA 



CANTO I. 



O 



Santa Diva, che gli umani accendi 
Ad alte prove, in tuo celeste ardore, 
Se vale uniil preghiera, a me deh splendi! 



Sì ch'io, del Nume tuo ripieno il core, 
S'anco in debile suon, mova parole 
Di lui che al regno tuo qui crebbe onore. 

Che all'aspro e duro affanno, ond'or si duole 
L'alma, troppo saria lieve conforto 
Il pianto, che nel duol versar si suole. 

E quello Spirto, che quaggiù fu scorto 
Da santo Amore e da Pietade, giunto 
Fuor de' perigli al glorioso porto, 



220, 

Anco per noi di dolce amor compunto, 
Vuol che d'onde l'affetto in lui movea 
Alcuno atto di noi non sia disgiunto. 

Gode che a te fiorisca, o amabil Dea, 
E laude e culto; che tuo solo è vanto 
Ogni ben nostro, e sol da te si crea. 

Di Dio tu figlia, tu pietosa a canto 

A lui tieni il tuo seggio; e gli occhi stanno 
Conversi là dove più abbonda il pianto. 

Onde commossa, i cuor commovi, ed hanno 
Per te conforto gì' infelici, e presto 
Schermo di ria fortuna all' onta e al danno. 

E ai detti, ai modi, e ad ogni alti*' atto onesto 
Di lui, che al partir suo ne fé' dolenti, 
Ben tuo poter ne parve manifesto: 

Ch' ei del celeste tuo foco le ardenti 

Fiamme ebbe in seno, e fece a mille e a mille 
Di mesta vita i dì lieti e ridenti. 



Bene ei sentì che angeliche faville 

L' alme informan di tutti, e tutte Iddio 
Pietoso in suo decreto al Ciel sortille. 



23o 

E del suo nobil core al gran disio 

Ch' ogni uom crescesse a bene ed a virtude, 
Mirabil cosa! effetto alto seguio. 



Ei con provvido senno a voi dischiude, 
O giovinetti, i suoi tesori, e al retto 
Sentier guidando, il torto a voi preclude. 

Presso la sede de' grand' Avi eretto 

Un ampio loco ei volle, ed ivi accollo 
Quanto fa ricco il core e lo intelletto. 

Fra voi scende cortese, ed in quel volto, 
Tutto raggiante di serena luce, 
Agli atti vostri è suo contento scolto. 

E fatto al Vero e al Buon maestro e duce, 
Esemplo novo di virtù verace! 
Di nuova gloria agli occhi miei riluce. 

Sì tenne dietro a Lui, che d' alma pace 
Infra i mortali apportator discese, 
Sì a' precetti di Lui si fea seguace. 

Al Vero e al Buon volea le nienti intese, 
E al Bello a lor compagno: e tanto amore 
Di lor ne' petti giovanili accese, 



23 I 

Che nella Patria mia ricrebbe in fiore 
Ogni Scienza ed Arte, onde risplende 
Ancor eulta e gentile, e di lei fuore 

E laude e nobil fama si distende. 



232 

CANTO IL 



O 



Santa Diva, al dolce e amabil suono 
Di tua voce ne' cor fu spenta 1' Ira, 
Ed ogni lingua ripeteo: perdono. 



La turpe Invidia che del ben sospira, 
E in sé si rode, innanzi a te fuggio; 
Superbia è doma, e invan freme e s" adira. 

Punge avarizia invan di suo disio 

Ove tu scaldi, e al tuo potere è vinto 
L'Appetito, a Ragion spesso restio. 

E T infelice che in volto ha dipinto 

Lungo ed immenso duolo, or per te sente 
La mano e il pie dalle catene scinto. 

E se pur v' ha chi barbaro consente 

A svestir sé d" ogni più dolce affetto, 
E vuol di suo delitto un innocente 



Punir, tu T innocente accogli, e letto 

E asil gli presti, e a lui madre pietosa 
Offre per te a suo conforto il petto. 



233 
Di vecchi e di fanciulli lagriraosa 

Turba dolente e vesti e pane ottenne, 
E tetto ove secura si riposa. 

E allor che a questa terra oimè! le penne 
Stese terribil mostro, il suo furore 
Cadde per te, per te il velen contenne. 

A te, figlia di Dio, voci canore 

Vengon dall' Istro, d'onde udimmo, ahi quale 
E lungo, ed alto grido di dolore! 

E fia di nostra età laude immortale 

Che all' impeto e al furor di ria sventura 
Amor sta fermo, e incontro a lui prevale. 

Amor santo che tien forma e natura 

Da Carità, che 1' alme purga e affina, 
Che le disgombra d' ogni nebbia impura. 

Candida Fé, del Cielo altra divina 

Figlia, e Giustizia con Pietade unita, 
E Verità con questa Dea cammina. 

Le menti a Sapienza ella ne invita, 

Di lei le scalda in vivo amore e punge, 
E a veglie ed a fatiche aspre le incita. 

3o 



234 

Né tempo o loco gli uomini disgiunge, 

Sì che s' allenti quel soave nodo 

Che d' un sol Padre i figli insiem congiunge. 

Né a chi te segue, o Dea, periglio è grave 
O sforzo alcun; tanto che in ciò s' adopre 
Che ad altri faccia prode, ei nulla pavé. 

E innanzi al mio pensier già si discopre, 

Quand' ogni uom senta tua dolce possanza, 
Secol felice di magnanim' opre, 

Ove fia gara a chi più in bene avanza. 



a35 
CANTO III. 

\J Santa Diva, il tuo soave impero 

Contemplo e ammiro in quel Spirto cortese 
Ch' or s' è beato presso il primo Vero. 

Nato in loco sublime, ove le offese 

Men ponno di fortuna, a' suoi prim'anni 
Dell' uom le varie sorti egli comprese. 

Di Scienze cultor dispiega i vanni 

Lunge dell' intelletto, e scopre acuto 
Di falso immaginar, di sensi inganni. 

E tra i più saggi in fama alta cresciuto, 
Ignoranza ed Error combatte ardito 
Con quelli, e presta nella pugna ajuto. 

Ma in sé pria vinse il lusinghiero invito 
Di molli affetti, aspra battaglia e dura, 
Perchè nelF opra sia franco e spedito. 

E T alma in suo poter fatta secura 

Quanto più in alto ascende, al suol natio 
Fa che di ben s' accresca la misura. 



a36 

Fu presso il Trono; ma noi prese oblio 
Di chi basso si giace; allor più viva 
Del fuoco interno la gran luce uscio. 

E più vera virtù com' è più schiva 

Dello apparir, sì industre agli occhi altrui 
Quello Spirto gentil le stie copriva. 

E se fortuna volle audace in lui 

Provar sue forze, con vergogna e scherno 
Vide infranti cadere i dardi sui. 

di' ei fermo a' colpi, a sé fea dell' eterno 
Voler legge, e consiglio in lui tenea 
D'ogni potenza sua freno e governo. 

Sol delle cure obblivione avea 

Circondato da' Figli, onde corona 

Il Ciel gli diede, e appien contento il fea. 

Tra lor soavemente s' abbandona 
A la piena del core, e affettuosa 
La voce sua per essi anco risona. 

Vita sì pura avea quella pietosa 

E nobil Alma; e a lei benigno il Cielo 
Nulla qui tenne di sue grazie ascosa. 



2.DJ 



Ed or beata è là dove né gelo 

Né caldo puote, e il Ben gode, che tanto 
Qui desiava entro il terrestre velo. 

A lei fu incontro quella Dea che in santo 
Amor 1' accese, e a lei fulse più bella 
Ricco vestita del celeste ammanto. 

Né men, fuor d' ogni turbine o procella, 
A' Figli guarda e a noi; colà d'Amore 
Nel regno splende a noi luce novella. 

E dove posa il fral caduco fiore 

Non vuol, né pianto; ma di puro affetto 
Pegno e memoria, e dentro ad ogni cuore 

Un'ara, un tempio a Caritade eretto. 



MOTE 



(i) .Molte sue poesie si conservano inedite, ed auto- 
grafe, nella Ducale Biblioteca di Parma, ed una sua Tra- 
gedia manoscritta, che ha per titolo L' Alessandrina, o La 
Morte di Santa Caterina, è nell'Archivio Sanvitale. L'An- 
geli, che scrisse la Storia di Parma per generoso eccita- 
mento del Conte Giberto di questa Famiglia, Signore di 
Sala, scrisse anche e dedicò la Storia della Famiglia me- 
desima a Monsignore Paolo Sanvitale, e consacrò a For- 
tuniano l'ottavo libro dell'indicata Storia di Parma. 

(2) Questa fu scritta nel 1757, e inserita fra le Disser- 
tazioni che si recitavano in Brescia in casa del Conte 
Mazzucchelli , stampate in due tomi nel 1765. Egli esa- 
mina in essa quanto era stato fatto prima di lui dal Porto- 
ghese Rodrigo Pereira, dal Dottor Giovanni Corrado Ama- 
no, dal P. Nicolò Cabeo, dal Cav. Kenelmo Digby , dal 
P. Gasparo Scotti ecc., per poter giovare a coloro, cui 
fu negata la potenza della favella; nota quel che ne' molti 
esperimenti già provati era di più utile al fine proposto, 
e indica nuove maniere di perfezionamento in materia 
tanto importante. E di lui I' Ab. Roberti scriveva al 
Bettinelli: » Basta nominare per cagion d' onore il P- 
y> Sanvitale, buon Matematico, buon Teologo, buon Uma- 
» nista, buon Critico, in cui il pregio della nobiltà era 



a4o 

» ornato dalla dolcezza dell'umile costume, e dalla pro- 
» bità della vita purissima, onde tutta Brescia lo riveriva 
» ed amava ». 

(3) Questa illustre Dama pubblicò il libro col titolo 
Ricordi di una Madre ad una figlia, e delle buone doti 
di lei per bene e dirittamente educare si ha sicuro argo- 
mento dai felici effetti che tuttavia meritamente si loda- 
no nelle figlie di lei, sorelle al Conte Stefano, Corona 
vedova del Conte Anguissola, Paola del Marchese Filippo 
Dalla Rosa Prati. Per cagion d'onore ho fatto menzione 
di quella Scrittura, perchè anche ne' nostri tempi molte 
Madri (degnissime delle più sincere lodi ) attendono assi- 
due alla educazione della loro prole, e coi libri che esse 
pubblicano per 1' educazione de' figli, danno prove di 
molta cultura del loro spirito, e di vera gentilezza, ed 
accrescono le osservazioni ancor necessarie, perchè si fac- 
cia più facile, piano e universale il metodo del bene educa-> 
re, secondo la varia indole de' giovinetti. 

(4) Così si esprime intorno a questo perfezionamento il 
Signor Lorenzo Molossi Parmigiano nel suo accurato Voca- 
bolario topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastal- 
la , Autore e Traduttore di altri Libri di molta utilità agli 
Ufficiali del Governo nell'Amministrazione, e di un Nuovo 
Elenco di Voci e Frasi biasimate e di altre che sembrano 
di buona ragione, e mancano ne' migliori Vocabolari Italiani. 

(5) Il Platestainer fin dall'anno 1802 raccolse in Luz- 
zara (ove allora era Arciprete) e mantenne del proprio 
molte povere fanciulle, a cui un fierissimo morbo avea 



241 

tolto i genitori: e fondò un Istituto col titolo di Scuola 
di Carità, a fine di educarle al lavoro e salvarle dalla 
corruzione e dal vizio. In poco tempo la Scuola fu nume- 
rosissima*, e il provvido e benefico Fondatore pensò a nuova 
maniera di lavoro per le alunne , e di pubblica prosperità. 
Egli perfezionò 1' arte di fare i cappelli di salice, detti 
di trucciolo , coli' inventare un'ingegnosissima maccbina 
(quella die fu veduta e lodata dal Sanvitale, come lo era 
stata anche da altri e nostrali e forestieri intendentissimi 
di meccanica) con cui tagliare in minutissime e sottilis- 
sime striscie o fettuccie il legno del salice: trovò modo 
da renderle ugualissime in tutte le loro dimensioni , d' inv- 
biancarle, e di tesserle con altre macchine da lui mede- 
simo inventate. Le Fanciulle educate nel suo Istituto 
poterono, con sì ben preparata materia, e con molti altri 
meccanici strumenti, provveduti dal Platestainer, far cap- 
pelli di tanto squisita bellezza e leggiadria da tener le 
veci di quei di paglia di Firenze, e da meritare d'essere 
a questi preferiti; cosicché dei prodotti della nuova mani- 
fattura fu fatto utile^e larghissimo commercio per tutta 
l'Italia, e colla Francia, e colla Germania. 

Il Cav. Platestainer, all'animo del quale era sufficiente 
compenso il veder provvedute di onesto modo di vivere le 
orfane fanciulle da lui raccolte, e il bene che ne veniva 
alla sua terra, fu onorato di molte testimonianze di stima 
<1' uomini reputatissimi, anche di lontani paesi, e di una 
medaglia d'oro dall'Istituto di Milano. Ed ora, sebben 
lungi dal luogo, ove si adoperò con tante cure a render 
migliore la condizione del povero, dee godere dell'amore 
e della grata memoria che tuttavia di lui conservano gli 
abitanti di Luzzara; i quali hanno voluto che una lapida 

3i 



242 

onorevolissima coli' immagine di lui sia collocata nell'Ospi- 
zio da lui fondato, e per lunghi anni dal medesimo con 
tanta pubblica utilità amministrato. 

(6) PROTETTORI 

DELLA SOCIETÀ DEI NAUFRAGI. 

Il Re e la Regina de' Francesi. 

Il Re Carlo Giovanni. 

La Regina Reggente di Spagna. 

La Regina Donna Maria. 

S. A. R. il Principe di Prussia. 

S. A. R. la Duchessa di Kent. 

11 Duca di Sussex. 

Il Duca di Montpensier. 

Il Duca d' Aumale. 

S. A. S. il Principe di Salm-Hortsmar. 

S. A. S. Il Duca Prospero Luigi d'Aremberg. 

S. A. R. 11 Principe reale di Baviera. 

S. E. Il Generale Bustamente. 

A. Torlonia. 

PRESIDENTI d' ONORE- 

S. A. R. Il Principe di Joinville. 

S. A. Massena, Principe d' Essling, Duca di Rivoli. 

VICE PRESIDENTI. 

S. E. Il Principe di Belgioioso. 
Contr' Ammiraglio Gallois. 

PRESIDENTI ONORARTI. 

Ammiraglio Conte Truguet, Parie Maresciallo di Francia. 
Ammiraglio Sir Sidney Smith. S. B. 



243 

Luogotenente Generale Barone Bernard, Pari e Ministro 

di Stato. Francia. 
Ammiraglio Conte Serra. Sardegna. 
De La Tour d'Auvergne, Vescovo d'Arras. Francia. 
Ammiraglio Thaìr-Pacha. Turchia. 
Ammiraglio Bressane Leyte. Portogallo. 
Ammiraglio Willaumez, Pari di Francia. 
Monsignor Rey, Vescovo di Dijon. 
Ammiraglio Roberto Strafford. S. B. 
Ammiraglio Conte Du Cap-Saint-Vincent. 
Ammiraglio Bai'on Duperrè, Pari e Maresciallo di Francia. 
Generale Donkicr de Donceel. Belgio. 
Ammiraglio Conte di Cronsted. Svezia. 
S. G. Il Duca di Sutherland. S. B. 
M. Cardinale Arcivescovo d'Aucb. 
Duca di Broglio, Pari di Francia. 

Sady Hombarck Benbey, Ambasciatore di Marocco a Londra. 
Lord Ponsomby, Ambasciatore d' Inghilterra a Costanti- 
nopoli. 
Barone di Brenn, Ministro di Prussia. 
L'Arcivescovo di Bordeaux. 
Ammiraglio Conte Emerian, Pari. 
M. L. Ch. Vescovo di Frejus. 
Il Principe Czartoryski. 
Visconte T. Sebastiani, Pari. 
L'Arcivescovo di Saint-Flour. 
Ammiraglio Dupotet. Francia. 
Morel, Consigliere di Sardegna. Anversa. 
Conte di S. Giorgio. Sardegna. 

Malhon Dicherson , Ministro della marina. Stati Uniti 
d' America. 



244 

Ammiraglio J. Bergeret. S. F. 

Ammiraglio Sir E. Codrington. S- B. 

Joao da Matta Cliapuzet Conte S. Giuliano. Lisbona. 

Duca di Crillon, Pari di Francia. 

Muttinho, Ambasciatore del Brasile. 

Conte Stefano di Candia. Sardegna. 

Conte Jenison Walworlb, Ambasciatore. Baviera. 

Il Vescovo di Perpignano. 

Ammiraglio Barone Roussin, Pari, Ambasciatore. 

Marchese di Las Marismas. Spagna. 

Ammiraglio Sartorius. Portogallo. 

Barone di Stassart. Belgio. 

Generale Colletti, Ministro. Grecia. 

Duca de la Rochefoucauld de Doudeauville. 

M. I. M. D. Vescovo di Quimper. 

Colonnello Hodhson. Amsterdam. 

Laff, Console Generale a Macao. China. 

Luogotenente Generale Ambert. Guadalupa. 

Ammiraglio Conte Des Geneys. Sardegna. 

Duca di Frias e D' Uceda. Spagna. 

Rodrigo da Fonceca Magalhaes. Portogallo. 

S. G. Il Duca di Palmella. Portogallo. 

Lord Howard de Walden, Ambas. d'Inghilt. a Lisbona. 

Conte Campuzano de Rechen. 

Principe di Wagram. Francia. 

Generale Barone Desraichels. Francia. 

Ammiraglio Massieu de Clerval. 

L' Arcivescovo di Marsiglia. 

Generale Barone A. Petiet. 

S- E. M. Garro, Ministro del Messico. 

M. Giraud, Vescovo di Rodez. 



245 



S. E. Da Sylva Sanchez, Miuist.ro. Portogallo. 

A. G. Da Costa Carvallio. Portogallo. 

Duca di Montebello, Pari, Ambasciatore. 

Conte Felice de Merode. Belgio. 

M. L. F. Vescovo di Bayeux. 

Jose Pereira Borges, Portogallo. 

Maresciallo Marchese Maison, Pari. 

Duca di Stacpoole. Francia. 

Conte di Rambuteau, Pari di Francia. 

Lord Dinorben. Inghilterra. 

Guizot, antico Ministro. 

Ammiraglio Bouvet. Francia. 

Ammiraglio Barone di Mackau. Francia. 

Conte di Beauffort. Belgio. 

Barone Dufour. 

Luscombe, Vescovo. 

D. M. L. Marchese di San Giuseppe Ambasciatore. 

Marchese d' Anglesey. Inghilterra. 

Ammiraglio De la Bretonniere. 

Generale Wilmar, Ministro. Belgio. 

Generale Conte di Montesquiou. 

Ammiraglio Lalande. Francia. 

Conte di Chastellnx. Francia. 

S. E. Visconte de Sa Da Bandeira Ministro. Portogallo. 

Ammiraglio Ducrest de Villeneuve. 

Ammiraglio Arnous-Dessaulsays. 

M. Ch. Vescovo di Vannes S. F. 

Generale Conte Friant. Francia. 

M. S- F. M. Vescovo di Strasburgo. 

Ammiraglio Gustavo A. Klint. Svezia. 

Generale Barone Duchand. Francia. 



246 

Il Vescovo di Gap. Francia. 

S. E. I. Valdivielso, Ambasciatore del Messico a Madrid. 

(7) Il Sig. Conte Luigi (che anche nell'amore della pub- 
blica educazione pareggia il venerato suo Padre) viaggiò 
in compagnia del Professore Jan moke Provincie d'Euro- 
pa, per fine di più istruirsi nel conoscimento degli uomini 
e delle cose. E fra le grate rimembranze de' suoi viaggi 
conserva gratissima quella dell' essersi trattenuto in Isviz- 
zera in sapienti ed amorevoli colloquii coi due celebri 
Fondatori d'Istituti per l'Educazione, Pestalozzi e Fel- 
lemberg, e con affetto richiama al suo pensiero la sin- 
cera bontà di que' due eccellenti uomini, e le norme 
direttive, secondo le quali ebbero sì felice riuscimento 
nel loro spontaneo ministero di Educatori. 

(8) Questa deliziosa sua Casa, da lui quasi di nuovo 
edificata ed abbellita, con ricco e ben ordinato giardino, 
è posta a una parte estrema della nostra Città, vicino alla 
Porta Santa Maria, detta volgarmente Porta Nuova, d'onde 
si hanno in prospetto i più bei colli del Parmigiano, e 
presso la quale scorre il torrente Parma. All' entrata si 
leggevano sopra la porta, come per iscrizione, i seguenti 
versi del Francese Delille, fatti elegantemente Italiani 
da un Ch. mo Letterato Parmigiano, del quale sono già stati 
riferiti altri versi scritti ad encomio del Conte Stefano 
e delle generose opere di lui. 

Felice quei che sé medesmo fura 

Al tumulto del mondo tempestoso, 

E in dolce solitudine nascoso, 

Gli orti suoi, le virtudi, e l'arti ha in cura. 



247 

(9) Essendo qHi fatta menzione di un nuovo metodo 
di conservare le forme di chi ci fu caro, o utile per opere 
generose, e di un metodo inventato da un Italiano, ag- 
giungo alcune notizie intorno al medesimo, tolte da due 
Scritture, 1' una inserita nel Giornale di Omodei nel i835, 
l'altra diretta al Ch. mo Signor Defendente Sacchi, ambe- 
due del Signor Cav. Giovanni Rossi , Professore di Clinica 
Chirurgica e Primo Chirurgo di Sua Maestà e della Corte 
e Casa Ducale, il quale, Membro di molte e celebri Acca- 
demie Scientifiche, fu pure nel i838 onorato della Meda- 
glia d' incoraggiamento dalla Società Medico-Chirurgica 
di Bologna. Il nuovo metodo siciliano da lui praticato pel 
Conte Stefano, e da lui medesimo messo in pratica per 
altri quattro cadaveri di personaggi distinti della nostra 
città, merita d'essere preferito all'Egiziano, usato fino 
a questi ultimi tempi, solo con alcuna diversità nella qua- 
lità delle droghe e dei balsami. Col metodo di Tranchina 
s' imbalsama il cadavere senza spogliarlo, senza scarnifi- 
carlo, ma con una sola incisione della lunghezza di due 
pollici nel collo, a fine di mettere il tubo in un' arteria 
carotide, ed iniettarvi con macchina adatta circa venti- 
quattro libbre di liquido composto di acido arsenioso ed 
alcoole, il quale si spande in ogni parte del corpo; e que- 
sto, così iniettato, rimane fresco e molle per molti mesi, 
ed immune sempre e perfettamente da putrefazione ; poi- 
ché si dissecca e si solidifica, come le mummie, conser- 
vando più bell'aspetto - , né vi è bisogno di quelle immense 
fasciature, necessarie negli altri modi, entro le quali rima- 
nea del cadavere (ridotto ad una pelle come intclucciata 
o imbottita) quasi il solo scheletro. E questa nuova ma- 
niera oltre essere più acconcia e più conveniente , è anche 
più spedita, e meno dispendiosa. 



248 

Il Signor Dottor Tranchina dopo alcune prove fatte 
nel i835 sui cadaveri dello spedale, le quali ebbero otti- 
mo ri liscimeli to, mise in opera il suo metodo nell'ultima 
defunta Regina di Napoli, poi nel Cardinale Zurla, il 
quale, morto in Sicilia, fu, dopo tre mesi, trasportato a 
Roma in tutto il suo essere fisico, e quasi nel suo primi- 
tivo aspetto, ed ivi esposto alla pubblica vista. Nel Ga- 
binetto Anatomico della nostra Università si conserva il 
cadavere di un giovinetto, il quale da alcuni anni fu im- 
balsamato col metodo di Tranchina; e quantunque ciò fos- 
se fatto nel mese di Giugno, pure il cadavere si mantenne 
fresco per tre mesi, dopo i quali cominciò a disseccarsi 
e a solidificarsi. Onde se la mollezza e freschezza delle 
carni dura per alcuni mesi, sebbene il corpo sia esposto 
alla ventilazione anche nella stagione estiva, tanto più. è 
da credersi che i cadaveri resteranno per molti anni 
freschi, molli, di color naturale, e quasi nello stato in 
cui erano al momento della operazione, quando sien 
posti in una cassa ben serrata ed incatramata, e chiusi 
entro il sepolcro; perchè dev' essere necessariamente len- 
tissima 1' evaporazione del liquido introdotto e di quelli 
già esistenti, e per conseguente lentissima la mummi- 
ficazione. 

Pertanto vuoisi data la meritata lode al Ch. mo Signor 
Cav. Professore Rossi di avere introdotto pel primo presso 
di noi questo nuovo perfezionamento nell'arte dell' imbal- 
samare, e di averlo già felicemente praticato; e molte lodi 
si debbono a lui, perchè quanto è valente nell' eseguire le 
più difficili operazioni chirurgiche, altrettanto è zelante 
dei progressi della scienza, e benemerito per le cure ado- 
perate, affinchè i Gabinetti dell'Università fossero, come 



249 

ora il sono, arricchiti di tutto quello che giova alla teo- 
rica e all' esercizio della Chirurgia. 

(io) Di tutte queste sue pietose disposizioni incaricò 
un degnissimo Magistrato, il Signor Cav. Enrico Salati, 
Consigliere del Supremo Tribunale di Revisione di Parma 
e Membro del Consiglio di Stato: e questi ben corrispose 
cogli effetti alla meritata fiducia che il Conte Stefano avea 
posto in lui, e alla prova d'amicìzia, della quale, anche 
con queir atto estremo, veniva onorato. 

(n) Michele Colombo. 

(12) » Si accennano vari Nipoti dell'Estinto che incon- 
» trerà nell' Empireo non iscompagnati da una egregia Fi- 
» glia, le cui incomparabili virtù son note. » Così il Ch. mo 
Autor del Sonetto. La Figlia, a cui si allude, è la Con- 
tessa Isabella, che fu moglie all' 111.™ Signor Conte Giu- 
seppe Simonetta, carissima al Padre suo, Conte Stefano, 
del quale si custodiscono dal dolente, inconsolabil Genero 
moltissime lettere, che fanno fede dell'amore e della stima 
in che il medesimo Conte Stefano tenea l'ottima Figlia sua. 
Veggasi anche quanto vién detto, riguardo a lei, nella se- 
guente Appendice. 

(i3) V. la Nota precedente. 

VISIONE. 

Terz. ia. V. 1 1798. 

» id. V. 3 J 799- 

» i3. V. 1 1801. 

3a 



a5o 



Terz. i5. V. 3 1749 

» 18. V. 3 1771 

» 19. V. 3 1799-1800 

» 20. V. 2 1801 

» 21. V. 2 1802 

» 22. V. 3. Fontanellato, cosi detto 
dall'antica denomina- 
zione Fontana lata. 

» 27. V. 2 1806. 

» 35. V. 3 1814. 

» 36. V. 1 1816. 

» 38. V. 2 1829. 

» 42. V. 1 Il di io Agosto 1838» 



APPENDICE 

ALLA VITA 



DEL CONTE 



STEFANO SANVITALE 



im prova di quel che fu rapidamente accennato nel 
primo Capo di questo libro, rispetto all' antichità 
della Famiglia de' Sanvitali, senza voler far men- 
zione di notizie antichissime, non abbastanza certe 
per moltiplichi e autenticità di documenti, aggiungo 
che un Ugo San vitale fioriva nel 1122, e che scris- 
sero di lui e I' Angeli nella Stoiia di Parma, e il 
Sansovino nelle Famiglie illustri d'Italia, e il Cre- 
scenzi nella Corona della Nobiltà d' Italia, ed He- 
ninges nel suo Teatro Genealogico , oltre quel che si 
trova in alcune Cronache di Parma. Cominciando da 
questo Ugo, e discendendo fino a 1 viventi nella nostra 
età, si haiano di tanto illustre Famiglia sessanta nove 
Ritratti, sessanta due d' uomini e sette di donne, i 
quali dalla Rocca di Fontanellato furono fatti tras- 
portare nel Palazzo di Parma dal Conte Stefano. 
Questa ordinata serie di Ritratti è di assai pregio 
non alla sola Famiglia, cui appartengono, sì anche 
alla Storia dell' Arte della Pittura ( sebbene i primi 
non sieno stati dipinti ne' tempi in cui viveano), 
e per la Storia patria, perchè in ciascun d'essi sono 
alcune brevi notizie della loro vita tolte da molti 



a54 

Storici d' Italia. Di questi poi, affine di schivare la 
taccia di soverchia abbondanza, dirò che si possono 
vedere i Tomi IX, XII, XIII, XV, XVIII, XX, 
XXII, XXIV, della grande Raccolta Rerum Italica- 
rum Scriptores ,• e le Storie delle Repubbliche di 
Venezia e di Firenze, del Regno di Napoli, dei 
Ducati di Milano, di Ferrara ecc. Che se vogliansi 
notizie speciali, e per ordine cronologico, veggansi 
l'Angeli, il Poggiali, il Barotti, il Cerati, l'Affò, 
il Litta, ed il Pezzana nella sua Continuazione della 
Staila di Parma , e nelle Memorie degli Scrittori 
e de' Letterati Parmigiani; come anche le Scritture 
inedite del Da Erba e del Tiramani. Né sempre 
felici furono i tempi che si volsero alla Famiglia 
de' San vitali: gli stessi Storici tramandarono memoria 
de' mali, cui alcuni dovettero sostenere: ma anche 
questo a loro lode; perchè quei medesimi eh' ebber 
dure vicende, opposero gagliardia e fermezza di petto, 
e altezza d' animo alle ingiurie di nimica fortuna. 
Né trovansi celebrati i soli nomi d' uomini illustri 
de' San vitali, sì bene anche di molte donne, che acqui- 
starono fama per gentilezza e cortesia di costume, per 
esercizio di severe virtù e di domestiche, per opere 
d' ingegno, per generosità di cuore, per coraggio e 
per fermezza anche ne' pericoli. Onde molte di esse 
ebber lode dalle migliori penne d' Italia, ed una me- 
ritò d' esser fatta eterna ne' versi del grande ed infe- 
lice Torquato. 



a55 

Della Famiglia de' Sanvitali di Parma i due Gian- 
quirico e Giberto si trasferirono nel iòSj a Ferrara, 
ove ottennero i diritti di cittadinanza. Giacomo An- 
tonio dopo aver fatto col braccio, e col senno per la 
patria sua quanto le deve un virtuoso cittadino, che 
nel 12,58 la liberò dalla tirannide di Giberto da Gente 
(ond' ebbe il glorioso titolo di Padre della Patria^), 
vedendo che a bene di lei, anche con pericolo pro- 
prio, non poteva in altro adoperarsi, nel 12,63 recossi 
a Mendovi , ove fermò stabile dimora , ed ove fu Capo 
delle Famiglie de' Sanvitali di Piemonte, Marchesi di 
Ceva, Conti di Torricella, e Conti di Paglieres; e 
nelf antico duomo di Mondovì leggesi la seguente 
Iscrizione: 



a56 

D. 0. M. 

EX . GENEROSA . ILLVST . COMITVM . VITALENSIVM 
DE . PARMA . PROGENIE . DE . SANCTO-VITALI 
COMMVNITER . NVNCVPATA . ORTVS . EST . DOMINVS 
IACOBVS . DE . VITALI.... PASSIM . IACOBVS 
PARMEXANVS . DICTVS . EO . QVOD . PRIMVS . SVORVM 
E . PARMA . MONTEM . REGALEM . SE . PATRIOSQVE 
LARES . TRANSTVLERIT . ANNO . CIOCCLXIlI . VT . A 
GIBELLINIS . SE . ERIPERET . DVM . EIVS . ET . EPISCOPI 
PARMENSIS . OBISSI . DE . VITALI . EIVS . PATRVELIS 
GVELFAM . FACTIONEM . VEXARENT . QVIA . INNOC . IV. 
DE . PLISCO . EX . SORORE . ERANT . NEPOTES . ET . IN 
STATV . PARMENSI . POTENTES . QVI . IACOBVS . EX 
HAC . LVCE . DECESSIT . ANNO . SALVTIS . CIOCCCV. 
SVPERSTITIBVS . RVBEO . PETRINO . PAVLOTO 
GREGORIO . ET . LVCHINO . ANIMA . EIVS 

REQVIESCAT . IN . PACE 
NE . ORIGINIS . FAMILIAE . MEMORIA . PEREAT 
EIVS . GLORIAE . ET . CINERI . NOBILES . LAVRENTIVS 
ET . SIMONINVS . FRATRES . DE . VITALI . EX 
DOMINIS . VILLANOVAE . FILII . QVONDAM . DOMINI 
BARTHOLOMEI . IOANNAE . REGINAE . NEAPOLIS 
PROVINCIAE . FOLCARCHERII.ET.PEDEMON.COMITISSAE 
MILITIS . CAMBELLANI . QVONDAM . DOMINI . RVBEI 
DE . VITALI . DE . PATRE . DE . AVO . DE . PROAVO 
OPTIME . MERITO . HOC . MONVMENTVM . PONEBANT 
AN . cIOCCCLl . CONSVLIBVS . IPSO . D . LAVBENTIO 
VNA . CVM . PETRO . VASCO 



Un Gianquirico Sanvitale sposò nel i3o3 Antonia 
figlia di Giberto da Correggio; ed ebbe nel i3i2 dalla 
Comunità di Parma, per sé e pe' suoi discendenti, 
in guiderdone delle opere sue, il Castello di Belforte 
con altri Villaggi; onde i Sanvitali ebber poscia il 
titolo di Conti di Belforte. E fin dal Secolo XIV. 
aveano Signoria feudale nella terra di Fontanellato; 
ma soltanto nel i4°4 Gi an Maria Visconti ne dichiarò 
Conti i fratelli Giberto e Gianmartino, e quelli che 
verrebbero da loro; e neir atto medesimo conferma 
loro i molti privilegi e gli altri onori, già prima 
conferiti da Principi e da Imperatori; che, per tacer 
d' altri, un Ugo era stato creato Cavaliere da Otto- 
ne IV; un Antonio e un Pietro da Azzo d' Este; un 
Giovanni investito della Signoria del Castello di Mon- 
techiaru°;olo da Lodovico il Bavaro. Nel i5l6 Gale- 
azzo, sesto conte di Belforte, quinto di Fontaiiellato , 
valentissimo in armi, Colonnello del Re di Francia, 
sposò Paola di Lodovico Gonzaga; e nel i5d9 i San- 
vitali si unirono in parentado coi Farnesi pel matri- 
monio del Conte Alfonso con Girolama Farnese. E 
degno è d' essere notato, che gli alti ufici, i moltis- 
simi onori, la potenza grandissima, le parentele con 
famiglie di Principi, le amicizie e il patrocinio d'al- 
tre d' Italia, di Francia, di Spagna, di Germania, e 
degli Stati liberi italiani di quella età, le moltissime 
ricchezze e le lunghe clientele non mosser mai i 
Sanvitali a prepotenza contro i più deboli , all' op~ 

33 



a58 

pression de' vassalli, a leggerezza di vanità o a fero- 
cità di superbia, a dispettare od avvilire la potenza 
degf ingegni, e la semplicità de' sapienti, o ad accre- 
scere per torte vie la lor signoria: si bene quanto 
erano prodi in aperte guerre, e ne' campi di battaglia, 
altrettanto umani e benigni in pace; amorevoli co' sug- 
getti; osservatori di giustizia; pietosi e sinceramente 
devoti alla Religione, a cui innalzarono e ornarono 
templi; desiderosi e operatori del commi bene; compas- 
sionevoli ad ogni miseria. E a buon dritto l' Illustre 
Letterato, Giuseppe Maria Pagiiini, già Professore di 
Eloquenza nella Università di Parma, disse e pubblicò 
nel 1780, che al conte Jacopo Sanvitale » era stata 
» concordemente attribuita 1' antonomastica appella- 
» zione di Generoso, e che era già da più secoli questo 
» titolo alla rispettabilissima sua Famiglia appropriato 
» per 1' esercizio non interrotto di splendidissima ed 
» utilissima largita. » Né le storie ci raccontano de' 
Sanvitali che ricorresser mai alle armi contro i loro 
pari, se non ingiustamente provocati: e le stesse vol- 
gari tradizioni, che anche dai presenti abitatori dei 
luoghi, ove sono le Castella degli antichi Signori, si 
conservano de 1 molti e feroci misfatti de' crudeli uo- 
mini di quelle dure età, non accennano ad alcuna 
biasimevole opera de' Sanvitali, sì a moltissime di 
soavi e pietose virtù. 

Rispetto poi agli antichi Castelli del nostro ter- 
ritorio (alcuni de' quali serbano tuttavia avanzi e 



memorie di barbarie e di selvatichezza) si trovano 
abbondanti notizie nel già indicato Vocabolario Topo- 
grafico del Signor Lorenzo Molossi. E per ciò che 
importa alla Storia di questi Stati vuohi far cenno 
di quel di Busseto, appartenente alla nobilissima Fami- 
glia de' Marchesi Pallavicini, illustre da assai remoti 
tempi, e sempre feconda d' uomini di molte virtù, 
le quali, e cittadine e domestiche, risplendono pure 
in coloro che di questa prosapia ci vivono nei nostri 
dì. È a dirsi di quello di S. Secondo, che fu già della 
famiglia Rossi, ornato di assai belle dipinture di ri- 
nomati artisti, ora posseduto dal Conte Ferdinando 
Vaini, dotto Cavaliere, e cultore d'ogni ameno studio 
di lettere. Ed assai degno di menzione è il Castello 
di Soragna, dei Principi Meli-Lupi, ricco dello splen- 
dore delle Arti più gentili, ammirandovisi tuttavia 
degli affreschi di Giulio Campi, ed ov'è un Archivio 
di carte importantissime per la storia. Il vivente Prin- 
cipe Casimiro, Consigliere di Stato effettivo, Gran 
Contestabile, Senatore Gran Croce del S. A. I. Ordine 
Costantiniano, Cavaliere del R. Ordine di S. Gennaro 
delle due Sicilie, Presidente della Commessione Aral- 
dica, Personaggio di molte lettere, facile Scrittore di 
Poesie, lodato pubblicamente dal Conte Cerati nel 
primo Tomo de' suoi Opuscoli , per nobile cortesia 
permise al Cavaliere Pezzana di visitare il copioso 
suo Archivio, e di mettere a comune utilità per la 
Storia i privati documenti posseduti dalla nobilissima 



2ÓO 

sua Casa; e il Pezzaua die a lui pubblico testimonio 
di riconoscenza. 

Ora tornando col discorso al Castello di Fontanel- 
lato, dico che ivi stanno molte memorie di genti- 
lezza, di civile costume, di retta sapienza e di ge- 
nerosità, d' una delle quali non posso non parlare, 
perchè relativa alla storia della nostra terra e a cosa 
di Arte, della quale nessuno spirito gentile vorrà aver 
fastidio o noia. Dir voglio di una stanza della Rocca 
di Fontanellato , dipinta da Francesco Mazzola (detto 
il Parmigicmino*) con bellissimi affreschi, che tutta- 
via sono in ottima condizione. Solamente nel i836 
il Professore della Ducale Accademia di Belle Arti 
di Parma, il Signor Giambattista Borghesi, per comes- 
sione di S. E. il Signor Conte Luigi Sanvitale ivi 
fece due riparazioni; una nelle figure di un Cervo e 
di un Cane, perchè era caduta parte d' intonacatura, 
ed era per cadérne una maggiore; la seconda nella 
figura di una Ninfa, che dai lombi in giù era prima 
stata ridipinta ad olio; ma in sì cattiva maniera, che 
la parte inferiore non corrispondeva per colorito e 
per atteggiamento alla superiore; ed il valente Pittore 
parmigiano ha compiuta l' opera sua cou maestria 
assai commendevole. 

Di quelle pitture parlarono Giuseppe Fontana 
nelle sue Lettere missive, dedicate al Duca Antonio 
Farnese nel 1696, nella descrizione della Rocca di 
Fontanellato, il Ratti e l'Affò; ma nessun d'essi 



2ÓI 

colla esattezza ed evidenza che scorgesi nella seguen- 
te Descrizione, fatta nel i836 dal prelodato Signor 
Conte Luigi Sanvitale, tenuta fin qui manoscritta fra 
molte altre scritture sue di prosa e di verso, lode- 
voli tutte per proprietà ed eleganza di parole e di 
stile, per castigatezza di forme e di concetti, e per 
dilicatezza e nobiltà di sentimenti. Per cortese, ma 
non facile consentimento, del nobilissimo Autore, vien 
qui inserita questa Scrittura. 



2Ó2 



DESCRIZIONE 

DELLA CAMERA DIPINTA 

DA 

FRANCESCO MAZZOLA 

NELLA ROCCA DI FONTANELL ATO 



» Jjiiitro la Rocca di Fontanellato , nel Contado Par- 
» mense, vedesi una picciola camera adornata di pit- 
» ture da Francesco Mazzola, rappresentanti la Meta- 
» morfosi di Atteone. Ne' peducci della volta sono 
» raffigurati diversi leggiadri fanciulli che portano 
» frutti e arbusti. Da una banda due di que 1 fan- 
» ciulli si abbracciano, e dalla opposta altri due si 
» strappano di mano un pomo per giuoco. Sono tutti 
» appoggiati a una pergola, dietro di cui sorge una 
» siepe. È dipinto il cielo in mezzo della volta, nel 
» centro della quale è affisso uno specchio rotondo 
» di metallo, cerchiato di una cornice bianca di legno 
» con orli dorati, e nel fregio della cornice sta scrit- 
» to = Respice finem =. 

» La indicata camera riceve luce da una sola fine- 
» stra angusta, la quale dirimpetto a chi entra, è in 
» mezzo del muro, che ha tre lunette, ed altrettante 



263 

» ne ha il suo riscontro. Ne hanno quattro i muri 
» laterali. Nella lunetta sovra la finestra siede in era- 
» ziosa movenza una giovane donna, cui posa leg- 
» giere ed aperto sulle spalle un manto. Le ricopre 
» il petto e le braccia una camicia serrata ai fianchi 
» dalla cintura di un' ampia gonna, e due armille 
» d' oro gemmate le stringono una manica. Con una 
» mano porge un nappo, e coli' altra due spiche. 

» Nella seconda e nella terza lunetta, dopo la 
» mentovata, alla destra di chi entra, si veggono pa- 
» recchi veltri e bracchi. 

» Nella quarta lunetta, un cacciatore, ignudo sino 
» ai fianchi, di robuste forme, ha un lembo di man- 
» tello sovra una spalla, ha lunga barba bruna, fac- 
» eia irosa, e afferra pel manto colla mano sinistra 
» una Donzella seguace di Diana, e colla destra tiene 
» due cordoni a cui sono legati due cani, dipinti 
» nella precedente lunetta. Dietro di lui si scorge la 
» testa e parte del corpo d' un uomo che lo contem- 
» pia con istupore, protendendo un braccio nudo per 
» tirare il legacciolo d' un cane. 

» Nella quinta lunetta, la donzella trattenuta dal 
» cacciatore, ha una veste somigliante ad una tuni- 
» ca; ha un manto, nude le braccia, discinto il petto 
» da un lato, e sta in atto di darsi alla fuga, guar- 
» dando timorosamente il cacciatore , e sembra eh' ella 
» si apparecchi con un braccio a respingerlo. Din- 
» torno all'altro, colei ha ravvolto un cordone a cui 



264 

» (nella sesta lunetta) vedesi attaccato un veltro, e 
» ripiega verso di sé la mano in cotal foggia che dà 
» segno di sentimento angustioso di sorpresa. 

» Nella settima lunetta A.tteone è vestito di una 
» tunica e di un manto, ha una freccia entro la cin- 
» tola, e col capo trasmutato in quello di un Cervo 
» si arresta dinanzi a Diana, ritorcendo da lei lo 
» sguardo . Gli cade 1' arco da una mano , e colf altra 
» respinge 1' accpia che la Dea gitta contro di lui. 

» Nella ottava lunetta Diana si erge dal bagno, 
» e con amendue le maui raccoglie dell' acqua, git- 
» tandola indosso ad Atteoue. 

» Nella nona lunetta due ancelle di Diana sorgono 
» anch' elleno dal bagno. L' una rivolge scherzosa- 
» mente il viso verso la compagna, che le cinge il 
» collo con un braccio, e le affisa gli occhi in fronte. 
» La prima di queste donzelle fu deformata in parte 
» nel secolo scorso da un pennello malefico. 

» Nella decima lunetta stanno due bracchi in posi- 
» tura d' attenzione. 

» Nella undecima lunetta un giovane suona il 
» corno per aizzare i cani, alcuni de' quali gli stau- 
» no d' accanto. 

» Nella duodecima lunetta, Atteone, tutto trasfor- 
» mato in cervo, è straziato da una torma di veltri, ed 
» avvicina languidamente la bocca a quella d' uno di 
» essi che sembra riconoscere il suo padrone in lui, 
» chinando il muso in modo che significa compassione. 



265 

» Nella decima terza lunetta, un veltro si slancia 
» per accorrere alla preda, e dietro di quello vedesi 
» la testa d' un vecchio che ha lunga barba bianca, 
» e con bocca spalancata grida verso un giovinetto, 
» del quale apparisce la faccia e una spalla nuda, e 
» che guarda il vecchio sorridendo. 

» Nella decima quarta lunetta stanno due cani 
» in movimento d'impazienza. Una cornice dorata di 
» legno, con un fregio di color bigio, è sottoposta 
» alle lunette. Lungo il fregio della cornice sta scritto: 

AB DIANAM. 

Die, Dea, si miserum sors Ime Atteona duxit , 
A te cur canibus tradititi- esca suis? 

Non nisi mortales aliquo prò crìmine poenas 
Ferre Ucet; talis nec decet ira Deasì 

» Non è riferito dalla Storia, con sicurezza, in 
~>j quale tempo il Mazzola dipingesse la sovradescritta 
» camera. Forse la dipinse quando pei litigi avuti 
» coi Santesi della Steccata, che lo volevano far met- 
» tere in carcere, stette nascosto fuori di Parma. Si 
» potrebbe congetturare eh' egli allora trovasse asilo 
» nella Rocca di Fontanellato per patrocinio di Ga- 
io leazzo Sanvitale, Signore di essa. Quella figura ric- 
» camente vestita, la quale porge un nappo e due 
.» spiche, significa forse la Ospitalità, oppure la Be- 
» neficenza. » 

3 4 



266 

Fin qui l'Autore della Descrizione .E che quest'ul- 
tima sua congettura sia secondo la verità è confer- 
mato da un Ragionamento inedito intorno le stesse 
Pitture del Signor Professore G. R. grande amatore 
delle Arti Belle, ov' è dimostrato che il Parmigia- 
nino non potè averle fatte che dal i536 al i538, 
mentre dovette sottrarsi alle persecuzioni de' suoi 
nemici; ed è a più grande onore di quel Generoso 
che fu cortese d'asilo e d'ospitalità a quell'Artista, 
onde la Città nostra conserva tuttavia sì chiara fama 
per la sua Scuola Pittorica; e che gli fosse largo del 
favor suo in quel tempo, nel quale il Mazzola correa 
grave rischio della persona e della libertà. 

Una copia di quelle pitture fu fatta ad olio per 
la Famiglia Sanvitale nel 1704 dal pittor piacentino 
Felice Boselli, e dal Conte Stefano donata nel i838 
alla Ducale Accademia Parmense di Belle Arti. Se 
ne hanno poi parecchie copie ( però di non molto 
pregio) intagliate in rame dal pittore Bresciani, che 
condusse sì fatta opera al principio di qviesto Secolo 
nell' età sua di ottant' anni . 

Altri segni di civile sapienza ne' Sanvitali e di 
antico e continuo amore alle Arti gentili sono molti 
altri monumenti della medesima Rocca; ed il Siguor 
Ainadeo Ronchini in un Ragionamento (inedito) 
intorno ad una Stanza della Rocca di Fontanellato 
spiega dottamente le pitture, i motti, gli stemmi, 
che ivi furon fatti mentre fioriva un Conte Stefano 



267 

nel i4^7* ^ ra ^ e notissime cose conservate in quella 
antica sede de' Sanvitali sono meritevoli di men- 
zione speciale, perchè attinenti alla Storia della no- 
stra patria, parecchie scritture del Secolo XV, oppor- 
tunamente illustrate dallo stesso Ronchini negli an- 
ni l83j e i838, e che fanno parte del ricco Archivio 
di questa Famiglia; ove pur sono molte pergamene 
dei Secoli XIII e XIV; alcuni Sei-moni latini, ine- 
diti tuttavia, del Giudice Albertano da Brescia, mol- 
tissime lettere originali d' uomini d' alto affare nelle 
cose degli Stati e de' Governi, come anche molte au- 
tografe dei Duchi Sforza di Milano, dei Gonzaga, 
dei Farnesi, dei Re di Francia e di Portogallo. 

Anche nel 1687 il Conte Alessandro fece abbel- 
lire alcune stanze del Palazzo di Fontanellato con 
pitture del Boselli; ed il medesimo Signore, cultore 
felicissimo della meccanica, vi lasciò molte opere sue; 
onde il nome di quel luogo risveglierà sempre me- 
morie ouorevoli pe' Sanvitali, e care a' loro concit- 
tadini; e si ricorderà che ivi il Conte Stefano aprì 
il primo asilo al povero ed all' orfano, e che ivi 
ebber principio le Case d 1 educazione di Fontanel- 
lato. 

Né posso tenermi dal riferire, fra le altre memo- 
rie proprie del soggetto di questa Appendice, alcune 
delle moltissime Iscrizioni, che sono sparse in luoghi 
differenti non pure di questi Stati ( parecchie nelle 
Chiese di Parma), sì anche d' altre parti d' Italia. 



268 

Nel Duomo di Parma è la seguente illustrata dal- 
l' Affò , fatta nel ia5j. 



* HIC IACET ALBERT' . POST MOKTEM VIVERE CERTVS: 
QVI FVIT ELECTVS PARMEN . VIR BENE RECTVS:- 
VIR SOBRI VS CASTVS . VIR VITANS VNDIQ' FASTVS:- 
VIR GREMIIS PLENIS . LARGVS LARGITOR EGENIS:- 
DOGMATE MATVRVS . INTER CONTAGIA PVRVS:- 
HVIC ANSELMORV PATER ET . GEN' EXTAT AVORVM:- 
MATER DE FLISCO . COMITISSA EX SANGVINE PRISCO:- 
PONTIFICISQ' NEPOS SVMMI . QVARTVS FVIT:- 
INNOCENCIVS IPIVS . CLAR FRATER GENITRICIS:- 
IN QVINQVAGINTA SEPTE . CV MILLE DVCENTIS:- 
ET MAH MENSIS . OCTO GEMINIS FVGIENTIS:- 



269 
Leggesi questa scolpita nella Chiesa di Sala. 



D. 0. M. 

GIBERTO . IIlI . SANVITALI . COMITI . SALAE 

HOMINI . REB . OMNIB . MAX . ORNATO 

VETERISQ . SANCTITATIS . EXEMPLO 

QVI . CVM . PLACENTIAE 

NEGOTIOR . CAVSA . DIVERSARETVR 

GRAVISS . GENERE . MORBI . CONFECTVS 

ANN . AGENS . LIX. 

PRIDIE . KAL . SEPT . FATIS . CONCESSIT 

SIBIQ . HOC . IN . HONOREM . D . LAVRENTII 

EXTRVCTO . BONISQ . LOCVPLETATO . TEMPLO 

SEPVLCRI . LOCVM . DELEGIT . MDXXXV. 

HIERON . F . C . ET . M. 



270 

La seguente è nella Cattedrale di Siena. 

D. 0. M. 

TVTELARI . GENIO 

ALPHVNSO . SANVITALI 

SALAE . COMITI . EQVITI . COMPOSTELI 

QVI 

CAROLI . V . AVGVSTI . SIGNA . SEQVVTVS 

DVARVM . COHORT . GERMAN . PRAEF . XIlI 

SARTIANO . EXPVGNATA 

DVM . LVSTRATA . ARCE . AD . SVOS . REDIRET 

ICTVS . TORMENTO . PERIIT . XXVl . DECEMR . MDLV 

AETATIS . V . ET . VIGES. 

Nel Palazzo de 1 Priori in Spoleto. 
. I 

PAVLO . SANVITALI 

EPISCOPO . SPOLETANO 

SACRIS . RELIQVIIS . ET . ECCLESIIS . DECORANDIS 

CIVIRVS . PACANDIS 

PAVPERIBVSQVE . ADIVVANDIS 

VETVSTISSIMIS . CIVITATIS . MONVMENTIS 

HIS . AEDIBVS . EXORNANDIS . MVNIFICENTISSIMO 

S. P. Q. SPOLETANVS . B. M. P. 

ANNO . MDXCIX. 



271 
In Roma. 

D. 0. M. 

PAVLO . SANVITALI . PATRICK) . PARMENSI 
ALPHVNSI . COMITIS . FONTANELLATI . FILIO 
PII . V . AB . VTRISQVE . LIBELLIS . GREGORII 
XIII . ET . XIV . A . CONSILIIS . INQVISITIONIS 
ET . GVBERNATORI . ECCLESIASTICO . AB . ALTERO 
CIVITATIBVS . AB . ALTERO . SPOLETANAE . ECCLESIAE 
PRAEPOSITO . A . CLEMENTE . Vili . VMBRIAE 
PRAEFECTO . AVXILIORVM . ADVERSVS . TVRCAS 
PARANDORVM . CAVSSA . AD . PRINCIPES . ITALIAE 
LEGATO . QVI . PER . HOS . GRADVS . OMNI 
VIRTVTVM . GENERE . MORVMQVE . CANDORE . SVMMI 
PONTIFICIS . GRATIAM . CVNCTORVM . IN . VRBE 
HOMTNVM . BENEVOLENTIAM . PROMERITVS . ANNVM 

LXVl . AGENS . ROMAE . DECESSIT 

HIERONYMA . FARNESIA . MATER . CAROLVS 

ET . ALPHVNSVS . FRATER . NEPOSQVE . MOERENTES 

PONI . CVRAVERE . ANNO . IVBILEI . A . CHRISTO 

NATO . MDC. 



272 

Le due riferite qui appresso stanno a lode di una 
Contessa Giacinta Sanvitale per dono fatto da lei al 
Pio Istituto della Carità di Parma. La Città nostra 
ha obbligo di grandissimi beni a questa Istituzione, 
la quale per lungo volgere di tempo, pel continuo 
avvicendarsi di avvenimenti, per mutazioni di leggi, 
per varietà di ordini nello Stato, ha conservate im- 
mutabili le prudentissime sue Costituzioni, secondo 
le quali si regge fin dal i5oo in cui fu fondata dal 
Padre Francesco Meda; e per la saggezza delle mede- 
sime le larghissime sue entrate furon sempre e util- 
mente dirette al fine a cui vennero disposte e dai 
Fondatori e da chi in processo di tempo le lasciò 
nuovi beni. Dell' abbondanza poi de' legati e dei 
donativi la ragione sta in prima nel lodevole inchi- 
uamento degli animi ad ajutare e soccorrere i po- 
veri; e secondamente nella fiducia di tutti, meritata 
da una giusta amministrazione e dal diritto uso che 
vien fatto delle cose date. E per prova del vero 
merito di tanta fiducia basterà il dire, che sotto il 
Governo di Napoleone, quando una suprema legge 
ordinò che tutti i beni posseduti da qualunque Istituto 
di beneficenza venissero uniti e in modo uniforme 
amministrati, si fece una speciale eccezione alla legge 
stessa per la Congregazione della Carità della città 
di Parma, alla quale fu conceduto di continuare ad 
attenersi alle antiche sue Costituzioni; e questa licenza 
venne accordata dal Governo appena le antiche leggi, 



273 

o Costituzioni furono spedite da Parma a Parigi ed 
ivi esaminate. 

Di questo Pio Istituto fu già Capo Sua Eccellenza 
Reverendissima Monsignor Conte Lui<n Sanvitale, Fra- 
tello del Conte Stefano, ora Vescovo di Piacenza, pri- 
ma che fosse Vescovo di Borgo S. Donnino. Presen- 
temente appartiene alla medesima Congregazione il 
prelodato Signor Conte Luigi. 

La prima delle due Lapide indicate è nella Casa 
della Congregazione della Carità in Parma; e chi la 
leggerà non vorrà fare le maraviglie per la strana 
maniera e la cattiva forma con che venne scritta, se 
penserà alla qualità del gusto che, miseramente per 
le Lettere Italiane, era in moltissimi del Secolo XVII. 



35 



a 7 4 



. A.M.G..D.D. 

GIACINTA SANVITALI DE' CONTI DI FONTANELLATO, 
MOGLIE DI APPIO CONTI BARON ROMANO DVCA DI 
POLI, ECC. SPOGLIATA DELLA VITA, MA NON DELLA 
CARITÀ, SOPRAVIVENDO A SE STESSA ANCHE DOPPO LA 
SEPOLTVRA, FATTA FENICE, VERAMENTE VITALE PER 
SOVVENIR ALL' ALTRVI NECESSITA DALL' ADDITIONE 
DEL SALE NELLA COMMVNITA DI PARMA TRAPORTÒ 
COLLE SVE RAGIONI IL FRVTTO ANNVO DI LIRE 
DIECIMILA ALLA COMPAG. A DELLA CARITÀ CHE NELLA 
CITTÀ MED. A SOTTO I FOCOSI AVSPICI DI S. FILIPPO 
NERI PRENDE SEMPRE VN NVOVO CALORE, E 
FATTOGLIENE DONO OBBLIGOLLA A RICOMPRARE CON 
ESSO LA SANITÀ DE' POVERI INFERMI, DISPENSANDO 
LORO SENZA MERCEDE O MEDICI O MEDICINE, 
CONFORME D. A COMPAG. A GIVDICHERA NELL'OCCORENZE 
PIV ESPEDIENTE, COME APPARISCE PER PVBBLICA 
SCR1TTVRA. COSI FATTA SALE DELLA TEBRA E GEMMA 
DEL CIELO , SEMINANDO IL PREZZO DEL SALE SOPRA 
IL LETTO DE' POVERI INFERMI, PRETESE INSTERIL1RE 
I NASCENTI GERMOGLI DELL' ALTRVI MISERIE E RESE 
INCORRUTTIBILE LA FAMA DI SVA PROPRIA VIRTV. 

I 652. 



275 

La seconda parimente è in Parma, scolpita in un 
bel monumento di marmo nella Chiesa di S. Rocco. 

D. 0. M. 

OSSA 

HYACINTHAE 

DE . SANCTO . VITALI 

DE . COMITIBVS 

DVCISSAE . POLI 

VITAE . INTEGRITATE 

IMMORTALITATEM 

PROMERITAE 

CVIVS . AERE . SACELLVM 

ORNATVM 

OBIIT . ANNO . SALVTIS . MDCLII. 

AETATIS . LII. 

VI . IDVS . MARTII 



L' iscrizione che qui si soggiunge, e che non leg- 
gesi in alcuna Raccolta, è scolpita in una Cappella 
sotterranea della Chiesa di S. Gregorio il Grande, nella 
Città di Spoleto, presso il luogo ove sono molte ossa, 
che si credono, secondo la tradizione, dei diecimila 



276 

martiri sacrificati dall' Imperatore Diocleziano. Fu 
trovata dal sullodato Monsignor Luisji Sauvitale, e 
dal Conte Luigi, nipote del medesimo, unita ai molti 
altri documenti del suo ricco Archivio. 



CORPORA . SS . MART . AD . X . MILLIA 

MAXIM . ET . DIOCLET . IMPER. 

A . S . ABVND.* . VID . COLLECTA 

A . S . ABVNDIA . HIC CONDITA 

AB . EtO . SALOMONE . RECOGNITA 

AN . SAL . MOVI. 

AB . EH) . SANVITALI . REVISA 

ET . NOTIS . ILLVSTRATA 

MIRACVLIS CLARA 

AN . SAL . MDLXXXXVI. 

EPVS . PAVLVS . BONAVISA 

PVBLICAE . VENERATIONI . EXPOSVIT 

AN . SAL . MDCCLV. 



2 77 
La seguente è nel Patriarcato Lateranense. 
D. 0. M. 

GALEATIO . SANCITALI 
EX . ALOYSIO . SANVITALI . ET . CORONA . SOMALEA 
FONTANELLATI . COMITE . GENITO . BARII . ARCH . ET 
CAMERAE . APOSTOLICAE . CLERICO . CVI . CVM . SVMMAM 
GENERIS . CLARITVDINEM . FOES . ET . NATVRA . TRIBVISSENT 
IPSE . ANIMVM . VIRTVTIBVS . ADEO . EXCOLVIT . VT . DE 
PRINCIPATV.VTRAQVE. DECORA . DECERTARENT . PROPTEREA 
A . SIXTO . V . VSQVE . AD . GREGORII . XV . TEMPORA . A 
QVO . VATICANAE . DOMVI . REGENDAE . PRAEFECTVS . EST 
PONTIPICVM . ANIMOS .OBSEQVIO. AVLAM. OFFICIO . DETINVIT 
CVNCTOS . ORDINES . SVI . ADMIRATIONE . POSSEDIT 
ETENIM . AMPLISSIMIS . MVNERIBVS . PERFVNCTVS . POST 
AMPLISSIMAS . PRAEFECTVRAS . SANCTISS . ADMINISTRATAS 
AQVAS . ETIAM . ALSEATINAS . PAVLO . V . RERVM . POTIENTE 
SVMMIS . LABORIBVS . SVMMAQVE . DILIGENTIA . LONGO 
ITINERE . AD . IANICVLVM . IVGVM . PERDVX1T . ITAQVE 
MAIORVM . RERVM . SEMPER . CAPAX . ET . SAEPIVS 
PVRPVRAE . DESTINATVS . QVO . TANDEM . PROPIOR . EO 
LONGINQVTOR . PER . MORTEM . FACTVS . AD . CELSIOREM 
SOLIDIOREMQVE . APICEM . EVOLAVIT . IN . CAELVM . Vi. 
ID . SEPT . ANNO . AETAT . LIlI . SALVTIS . MDCXXlI. 
EO . RELICTO . SVI . DESIDERIO . VT . QVOD . ANTEA 
CONTIGERAT . NEMINI . APOST . CAM . CLERICI 
OPT . PVBLICE . PARENTAVERINT . HVGO . SANVITALI 
COMES . PATRVO . EXIMIO . ET . PLVRIBVS . TITVLIS 
EGREGIE . MERITO . MEMORIS . HOC . ADDICTIQVE . ANIMI 
MONVM . P . AN . A . PARTV . VIRGINIS . MDCXLTl. 



278 

Di tre Iscrizioni fatte nel 1780 pel Conte Iacopo 
Antonio riferisco soltanto la presente. 



IACOBO . ANTONIO . II . SANVITALIO 

FONTANELLATI . ET . NVCETI . GOMITI 

MEDICIANI . MARCHIONI 

RELIGIONE . MAGNANIMITATE 

CVLTVQVE . BONARVM . ARTIVM . CLARISSIMO 

MAGNO . OLIM . EQVESTRIS . ORDINIS . CONSTANT1NIANI 

CANCELLARIO 

MOX . PHILIPPO . BORBONICO . ET . FERDINANDO . FILIO 

PARMAE . IMPERANTIBVS 

SVPREMO . REGIAE . DOMVS . CVRATORI 

ET . A . SANCTIORIBVS . CONSILIIS 

LEGATIONIBVS . AD . EXTEROS . PRINCIPES 

NOBILISSIME . PERFVNCTO 

A . GALLIARVM . REGE . LVDOVICO . XV. 

TORQVE . CAERVLEO . MVNIFICE . DONATO 

PARENTALIORVM . IVSTA . MOERENTES . PERSOLVVNT 

COMITES . ALEXANDER . ET . VICTORIVS . FILII 

DECESSIT . PRIDIE . NONAS . MARTII 

CIOIOCCLXXX. 

OCTOGENARIO . MAIOR 

MAGNVMQVE . SVI . APVD . OMNES . ORDINES 

DESIDERIVM . RELIQVIT 



279 

Altre Iscrizioni degne d'essere conosciute furon 
poste in Parma nel Palazzo Sanvitale, uno de' più 
notevoli della Città nostra per ampiezza di mole e per 
bellezza architettonica d'alcune parti. Esso fu edificato 
nel fine dello scorso secolo col disegno d' un riputato 
architetto parmigiano, Angelo Rasori, ornato di bel- 
lissimi stucchi dajdi Albertolli, illustri maestri in 
questa qualità di fregi, e con pitture di valenti Ar- 
tisti parmigiani. 

Le due seguenti furono fatte dal P. Andrea Mazza, 
Monaco Cassinese di Parma; la prima sopra una 
porta della Galleria, ove il Conte Stefano, nel 1788, 
aveva formato il Museo d'Ornitologia; la seconda 
sopra una porta della Galleria, dove egli aveva il 
Museo di Mineralogia. 



2 8o 



LOCO . PRAEEST 

GENIVS 

NATVRAE . DEVS 



QVAM . GAZAM 

E . TRIPLICI . NATVRAE . REGNO 

HEIC . CONLATIS . VNDECVMQVE.LOCORVM. EXEMPLARIBVS 

STEPHANVS . SANVITALIVS 

DOMESTICAE . VIRTVTIS . STVDIO 

IN . POSTEROS . PROPAGANDO 

COLLEGIT . DISPOSVIT 

EANUEM . CVM . INSIGNIBVS . AVIBVS 

SINGVLARI . OPERA . ARTIFICIOQVE 

CONCIVIS . ORNITHOLOGI . SVI 

BERNARDI . PLACENTINII . SERVATIS 

T VM . POTISSIME . DELICUS . FLORAE . ET . FAVNAE . PARMENSIS 

RARIORIBVSQVE . CETERIS 

SOLO . PATRIO . INNASCENTIBVS 

EXORNARI . LOCVPLETARIQVE 

ADAMAVIT 



M . DCC . LXXXVIlI. 



28 1 



STEPHANVS . ALEX . F . SANVITALIVS . COMES 

QVOD . HVC 

MIRANDIS . NATVRAE . MVNERIBVS . INLATIS 

SIBI . AMICISQVE . MVSEVM . CONSTITVIT 

IOANNIS . BAPT . GVATTERI 

1NVESTIGATORIS . RERVM . NATVRALIVM 

SOLERTISSIMI 

IN . REGIO . PARMENSI . LYCEO . BOTANIKHg 

MAGISTRI 

QYEM . AB . AETATE . PRIMA 

INTER . CARISSIMOS . SEMPER . HABVIT 

DOCTRINAE . PRAECEPTIS 

SE . PRAECIPVE . ACCEI'TVM . REFERRE 

GRATO . MEMORIQVE . ANIMO 

TESTATVM . HIG . VOLVIT 



M . DCC . LXXXVIlI. 



I due Gabinetti qui indicati furono in processo 
di tempo arricchiti dal Conte Stefano di molte e pre- 
giatissime cose, come apparisce per quel che si è detto 
prima in parecchi luoghi del presente libro. Quello 
d'Ornitologia fu comperato .nel i833 da S. A. R. il 
Duca di Modena; e quello di Mineralogia venne per 
munificenza dell' Arciduchessa MARIA LUIGIA 
destinato nel 1834 alla Ducale Università di Parma. 

36 



282 

Avendo poi avuto più volte la favorevole occa- 
sione di poter fregiar queste carte del Nome di tanto 
benefica Principessa, sarà certamente grato il leggere 
in queste stesse Memorie l'indicazione delle più illu- 
stri Opere sue ( per le quali i presenti e i posteri 
Le daranno tributo di laudi e di gratitudine) elegan- 
temente compendiate in altrettante Iscrizioni dal già 
lodato Amadio Ronchili i. Il qual segno di riverenza 
quanto è conveniente, se si guarda alla devozione del- 
l'' animo del Conte Stefano verso la sua Sovrana, 
lo e altrettanto se si pon mente che ciò è parte es- 
senziale della storia di questi Stati , colla quale ha 
grande attinenza tutta la presente Appendice. 



FASTI 

RERVM . GESTARVM 

A . D . N . MARIA . LVDOVICA 

PIA . FELICI . AVGVSTA 

AB ANNO . MDCCCXIIlI . AD . MDCCCXXXVIIlI. 



285 



MDCCCXIIlI. - MDCCCXX. 

MARIA . LVDOVICA . A\'G. 

POPVLIS . PARMENSI . PLACENTINO . VASTALLEN9I 

REGVNDIS 

CAELITVS . DATA 

CODICEM . LEGVM 

ORDINANDVM . DECREVIT . PROMVLGAVITQVE 

MONIMENTVM . GLORIAE 

NVLLO . AEVO . DELENDVM 



(Ti--) 

MDCCCXVl. - MDCCCXXXVIIlI. 

SOLLEMNE9 

CVM . PLVRIBVS . ITALIAE . EXTERISQVE . PRINCIPIBVS 

PACTIONES . INIIT 

QVEIS . MVTVAE . POPVLORTM . SECVRITATI 

MVTVO . BONO . CONSVLTVM 



a86 



Or.) 

MDCCCXVl. 

CONSTANTINIANAE . MILITIAE 

SVPREMO . MAGISTERIO . SVSCEPTO 

PRAECLARVM . ORDINEM 

AD . DECVS . PRISTINVM . REVOCAVIT 

DIGNIORIBVS . MVNERANDIS 



(mi.) 

MDCCCXVl. 

PAVPERIBVS . PVBLICE . STIPEM . EMENDICANTIBVS 

CVSTODIENDIS . ALENDISQVE 

PIDENTINAM . DOMVM 

NOVIS . LEGIBVS . LATIS 

RESTITVIT 



287 



O) 

MDCCCXVl. 

EX . AVCTORITATE . PRINCIPIS 

OFFICINA 

SGALPTVRAE . LINEARIS . AERE . CAELANDO 

AD . INSTITVTIONEM . PVBLICAM . APERTA 

QVAE . POSTHAG 

PAVLLO . TOSCHIO . MODERATORE 

NOVVM . PATRIAE . ET . ARTI 

PEPERIT . DECVS 

(rL) 
MDCCCXVl. - MDCCCXXXIIlI. 

PALATINAE . B IBL IO THE C AE 

DEROSSIANA . CODICVM . ORIENTALIVM . ADIVNCTA 

DIAGRAMMATA . INSCALPTIS . EFFICTA . LAMINIS 

QVAE . MAXIMILIANVS . ORTALLIVS 

AD . MILLIA . LX . LONGO . STVDIO . CONGESSERAT 

SVPERADDITA . SVNT 

PERAMPLVM . CONCLAVE . ADSTRVCTVM 

OMNIQVE . CVLTV . EXORNATVM 



238 



MDCCCXVlI. 

PROLI . INCERTORVM . PATRVM . ORPHANISQVE 

EXCIPI VNDIS 

HOSPITIVM . PLACENTIAE . MAGIS . IDONEVM 

AD . SAVINI . PONTIFICIS . DEDIT 

ANNVIS . REDITIBVS . ADTRIBVTIS 



(riti.) 

MDCCCXVlI. - MDCCCXXIlI. 

COMMVNE . AD . VRBEM . PARMAJM . CEPOTAPHIVM 

ET . HYPOGEVM . IN . AEDE . CONSTANTINIANI . ORD7 

EXSVVIIS . PRINCIPVM . ADSERVANDIS 

CONDIDIT 



289 



0///J.) 

MDCCCXVIlL 

DOMVS 

PRAEGNANTIBVS . QVAS . NON . DESERVIT . PVDOR 

ABDITE . RECIPIVNDIS 

COMPARATA 

VRI . ET . ORSTETRICES 

GRATVITA . INSTITYTIONE . APTE . FORMANTVR 



MDCCCXVIlL - MDCCCXXXIIlI. 

FAVTRIX . STVDIORVM . OPTIMORVM 

CONLEGIA . LVDOSQVE 

EDVCEND1S . CIVIVM . LIEERTS . VTRIVSQVE . SEXVS 

APER VIT 

IN . QVEIS . ADOLESCENTES 

EX . PVBLICO . PRIVOQVE . EIVS . AERARIO 

COMPLVRES . ALTI 

37 



290 

MDCCCXVIlI. - MDCCCXXXVlI. 

NOSOCOMIA . COMMODIS . AVCTA 

CAPTIS . MENTE . HOSPITIVM . IDONEVM . ADTRIBVTVM 

ET . HVMANIORIBVS . INSTITVTIS . PROSPECTVM 

DETENTIS . VALETVDINE . PERPETVA 

SALVBERRIMA . SEDES . ADDICTA 



MDCCCXVIlI. - MDCCCXXXVIlI 

PONTES 

TARO . TREBIAEQVE 

ROMANAE MOLES . IMPOSITI 

AD . ARDAM . NVR AMQVE . IN . MELIOREM . FORMAM . REFECTI 



291 



(x//Z.) 

MDCCCXXl. 

IVRIBVS . CIVIVM . TVTANDIS 

TABVLARVM . EXEMPLA 

QVAE 

IN . PVBLICIS . REGIONIS . VNIVERSAE . ARCHIVIS 

ADSERVARENTVR 

TABVLARIO . PALATINO . INFERRI . IVSSIT 

PRINCEPS . PROVIDENTISSIMA 



MDCCCXXlI. - MDCCCXXVIlI. 

CORPVS . FABRVM . INCENDIIS . EXSTINGVENDIS 

PARMAE . ET . PLACENTIAE . INSTITVIT 

DATIS . AD . CONTVBERNIVM . AEDIBVS 

MACHINIS . APPOSITISQVE . OMNE . GENVS . INSTRVMENTIS 

SVPPEDITATIS 



292 

UO 

MDCCCXXlI. - MDCCCXXXVIIlI. 

PINACOTHEC A 

IN . AVGVSTIOREM . FORMASI . REFECTA 

ET . TABVLIS . SANAITALIAE . DOMVS . LECTISSIMIS 

AYCTA . EST 

PRAEMIA . CVLTORIBVS . RONAR . ARTIVM 

QVOTANNI3 . PROPOSITA 

("/.) 

MDCCCXXV. - MDCCCXXXVIIlI. 

MVSEO . VETERIS . GAZAE 

ORNANDO . LOCVPLETANDO 

CONCLAVIA . ADDITA . QVATVOR 

SERIES . NVMORVM . VARIAE 

EAQVE . NOSTRATVM . POTISSIME 

QVAM . VINCENTIVS . BISSIVS . PLACENTINVS . CONLEGIT 

ACCESSERE 
CIMELIA . VNDIQVE . CONQVISITA 



2()3 



( X vii. ) 

MDCCCXXVIlI. - MDCCCXXX. 

EX . PIETATE . AVGVSTAE 

VRBS . VASTALLA 

THRONI . PONTIFICALIS . SPLENDORE 

HONESTATA . EST 

SACRVM . INIBÌ . SEMINARIVM . ET . GYMNASIA 

EPHEBIS . IN . ECCLESIAE . SPEM . SVCCRESCENT1BVS 

DATA 



(x vii!.") 
MDCCCXXVIIlI. 

PVEROS . PARENTIBVS . ORBATOS . DESERTOS 
PARMAE . AD . AEDEM . QVAE . FVIT . MARIAE . K ARMELITIDIS 

COACTOS 

CONDVCTIS . INSTITVTORIBVS 

AD . OPIFICI A . ET . ARTES . INFORMANDOS . SCIVIT 



294 



( X Villi. ) 

MDCCCXXVIIlI. 

CARITATE . ANNONAE . INGRVENTE 

BINAS . VRBIS . N . PORTAS 

ET . PVELICA . PASSIM . OPERA 

AD . PLEBEM . MANIPRETIO . SVSTENTANDAM 

EXSTRVI . IVSSIT 



(XX.) 

MDCCCXXVIIlI. 

MVNIFICENTTA . AVGVSTAE 

NOVVM . PARMAE . THEATRVM 

A . SOLO . EXCITATVM 

ARTIFICVM . E . NOSTRATIBVS 

INVENTVM . ET . OPVS 



295 



(y.Y/.) 

MDCCGXXXlI. - MDCCCXXXVIIlI. 

VIAE 

COMMEANTIVM . COMMODO . ET . COMMERCII . BONO 

AD . HETRVSCOS . LIGVRESQVE . FINES 

MVNITAE 

NOVAE . QVAQVAVERSVS . APERTAE 



{xx ti.) 

MDCCCXXXIIlI. 

POPVLO . BVRGOTARENSI 

OB . INLATA . CREBRIS . TERRAE . MOTIBVS . DAMNA 

TRIBVTVM . IN . PRAEDIA . PARTIM . REMISIT 

PLVRIMIS . EGENTES . LARGITIONIBVS 

PROSEQVVTA 



296 



(xxnl.) 

MDCCCXXXVI. 

INDICA . LVE . LATE . SAEVIENTE 

PAMILIIS . CALAMITATE . PERCVLSIS 

GRANDI . AERE . OPITVLATA . EST 

PRAEMIO . AVREI . VEL . ARGENTEI . NOMISMATIS 

TVTORIBVS . PVBLICAE . VALETVDINIS . CONSTITVTO 



( x x 1 1 1 1. ) 

BTDCCCXXXVl. 

EX . PRAECIPVA . PRINCIPIS . COLLATIONE 

AEDES . MARIANA 

QVAE . FVIT . FRANCISCALIVM . TERTIANOR. 

IAMDIV . TEMPORVM . VICIEVS . OCCLVSA 

PROFANOSQVE . IN . VSVS . CONVERSA 

PARMENSIVM . PIETATI . ET . ORNAMENTO . VRBIS 

ITERVM . PATVIT 



2 97 

( X X V . ) 

MDCCCXXXVlI. 

LOCVS . STATVARIAE . FACIVNDAE 

AD . AEDEM . LVDOVICIANAM . INDVLTVS 

ET . IVGI . PRINCIPIS . LIBERALITATE 

INTFR . NOSTRATES . NOBILISSIMAE . ARTIS . CVLTVS 

REVIXIT 



(àxc/.) 

MDCCCXXXVIlI. 

LANIENIS 

QVAE . VICATIM . PARMAE . EXSTABANT 

SVBL ATIS 

NOVAS . IVNCTIM . CAELO . L1BERIORE 

EXSTRVXIT . DE . PEC . SVA 

ET . DONVM . MVNICIPIO . DEDIT 



38 



298 



{XX vii.') 

MDCCCXXXVIIlI. 

SALVTARES . TABLANI . AQVAS 

CVM . SOLO . CIRCVMIACENTI 

EMIT . DE . SVO 

DONVMQVE . CIVILIBVS . FIDENTINOR . HOSPITIIS . DEDIT 

BREVI . AC . PERCOMMODA . ADEVNTIBVS . VIA 

PATEFACTA 

(xx mi. ) 

MDCCCXXXVIIlI. 

OPERA . VDO . ILLITA 

ANTONII . CORRIGIENSIS . ET . FRANC . MAZZOLAE 

ARTIS . MIRACVLA 

PER . PAVLLVM . TOSCHI VM 

EXEMPLIS . LINEARIS . PICTVRAE . EXPRIMENDA 

AENEISQVE . TABVLIS . INCIDENDA 

DECREVIT 



2 99 



(xx vini.} 

MDCCCXXXVIIlI. 

INSOLITA . PADI . AC . TORRENTIVM . ELVVIONE 

AGROS . LATE . LONGEQVE . VASTANTE 

COLONOS 

VNDIS . CIRCVMVENTOS . OMNIMODE . IVVIT 

DISPERSOS . IN . IPSAS . COLVRNI . REGIAS . AEDES 

RECEPIT . ALVIT 

PERRVPTIS . AGGERIRVS . REFICIVNDIS 

EX . AERARIO . PVELICO 

PARTEM . PECVNIAE . DIMIDIAM . CONTVLIT 

DIMIDIAM . QTIBVS . REFECTIONIS . ONVS . IMPOSITVM 

QVIQVE . SOLVENDO . NON . ESSENT 

MVTVAM . SINE . FENORE . INTRA . QVADRIENNIVM . REDDENDAM 

SVPPEDITAVIT 



3oo 



(ih. ) 

AVGVSTA . PRINCEPS 

RELIGIONIS . DECORI 

POPVLORVM . TNCOLVMITATI . ET . PRAESIDIO 

EGENTVM . SOLATIO 

INCREMENTO . UTTEB4R\iVl . ET . ARTIVM 

CONTINENTER . ADVIGILAT 

DECESSORVM . VIRTVTI . NVLLA . LAVDE . IMPAK 

BONO . REI . PVBLICAE . NATA 



3ci 

Le due Iscrizioni che seguono sono di un vivente 
dottissimo Giureconsulto Parmigiano, Magistrato inte- 
gerrimo, e Poeta assai valente, del quale duole a 
tutti i più sottili conoscitori di lettere di non veder 
pubblicati i versi, in cui sanno essere, per saggi 
veduti, la soave eleganza de' più leggiadri Poeti ita- 
liani. Le due Iscrizioni furono poste nel Palazzo 
Sanvitale sopra le porte dell' appartamento , ove dimo- 
rò il Pontefice Pio VII. 



PIVS . VII. 

QVVM . IN . GALLIAM 

PROFICISCERETVR 

HAS . AEDES . MAIESTATE . SVA 

IMPLEV1T 

ATQVE . IN . PERPETYVM 

NOBILITAVIT 

MDCCCIV. 



AD . CONSERVANDAM 

TANTI . HOSPITIS . MEMORIA M 

GENS . SANVITALIA 

MERITO . IN . LAETITIAM 

EFFVSA 

INSCRIBI . IVSSIT 

MDCCCIV. 



3o2 

Qui si offre pure opportunità al riferire le due 
Iscrizioni fatte per la Consorte del Conte Stefano, 
intorno alla quale, oltre quello che fu accennato al 
Capo IV, aggiugnerò ch'ella era nata nel 1768 dal 
Marchese Giovanni Gonzaga de' Principi di Mantova 
e dalla Marchesa Teresa Anguissola di Piacenza. Fu 
Dama della Croce Stellata, e Dama di Palazzo della 
Duchessa Amalia. Quando vide non del tutto prospero 
lo stato del patrimonio del Consorte, per le cagioni ad 
altri luoghi indicate, ella, Moglie e Madre operosis- 
sima a prò della sua Famiglia , rivolse a questa in 
modo singolare tutte le cure sue colla parte libera 
della sua dote e colle ricchezze ereditate dall'opulento 
Genitore. Volle quindi menar vita solitaria, e rinunziò 
ad ogni pompa e ad ogni lautezza. Provvide modo di 
educazione diligentissima alle Figliuole, alle quali 
lasciò dote non tenue, e ai due Figli una cospicua 
eredità nello Stato Parmense, nel Lombardo e in quel 
di Piemonte. In molte infermità, da cui fu tormen- 
tata, e nella assai lunga, che fu l'estrema nel 181 8, 
nel qual anno addì 2.5 d'Agosto passò a miglior vita, 
ebbe sempre inalterabile costanza, tranquillità e sere- 
nità di animo, con quelle consolazioni, che sole ci 
vengono da pura pietà verso Dio e verso gli uomi- 
ni, la quale tra le molte altre virtù di lei tenne il 
primo e principal posto. 

Delle due indicate Iscrizioni la prima fu scritta 
e pubblicata nel 1818 dal P. Ab. Tonani, assai lodato 



3o3 

Epigrafista: la seconda è fattura del Signor Rondimi 
(che ebbe lo stesso Tonani a Maestro amorevolis- 
simo); la quale è stata scolpita nel i836 nell'Orato- 
rio della Rocca di Fontanellato , ove riposano le 
ceneri dell'Illustre Defunta, a cui la pietà Figliale 
volle dar nuovo pegno di cara ed affettuosa riverenza. 



3c4 



PRO . CAELESTI . PACE . IMPLORANDA 

CLARISSIMAE . FEMINAE 

ALOISIAE . PRINCIPI . GONZAGAE 

MANTVANO . MARCHIONATV . AE . ATA VIS . CONSPICVAE 

IN . ORDINEM . STELLATAE . CRVCIS . ADLECTAE 

PIETATIS . IN . EXEMPLVM . STVDIO 

MATRONALI . DECORE . SEDVLITATE . SPECTATISSIMAE 

IN . EDVCANDIS . LIBERIS . ADFATIM . PROVIDAE 

DVRISSIMAE . PER . ANNOS . PLVRES . AEGROTATIONIS 

VICTRICE . PATIENTIA . CAELO . PARATAE 

STEPHANVS . SANVITALIVS . COMES 

TANTAE . CON1VGIS . AMISSIONE . MOESTISSIMVS 

ALOISII . ET . IOANNIS . FILIORVM . ABSENTIVM 

LACRIMAS . PRAEVIO . LVCTV . OCCVPANS 

ISABELLA . SIMONETTA . AMALIA . PETTORELLIA . COMM. 

ALOISIA . A . ROSA . MARCH . CONSTANTIA . THERESIA 

MATRE . RARISSIMA . PIENTISS . ORBATAE 

FVNVS . PERDOLENTES . ADORNANT 

QVISQVIS . ADES 

AD . IVSTVM . DOLOREM . AD . PRECES . FVNDENDAS 

PIE . ADIVNGITOR 



3o5 



ALOISIAE 

IOANNIS . MANTVAE . MARCH . F . GONZAGAE 

MATRONAE . CLARISSIMI . EXEMPLI 

QVAM 

VENVSTATE . FORMAE . MODESTIA . GOMITATE . PRAESTANTEM 

CVNCTI . SVSPEXERE 

RELIGIO . IN . DEVM . BENEFICENTIA . IN . EGENOS 

COMMENDARVNT 

LIBERI . MATREM . PROVIDENTISSIMAM . EXPERTI . SVNT 

HAEG . PRO . PLACIDA . MOESTAQVE . INDOLE 

ABDITAM . DEGERE . VITAM . SVEVIT 

DIVTVRNAM . AEGROTATIONEM 

ANIMO . SVBIIT . AEQVISSIMO 



NATA . ANN . L. DEC . Vili. K . SEPT . A . MDCCCXVIlf. 

STEPHANVS . SANVITALIVS . COM. 

CONIVGI . AMANTISSIMAE 

ALOISIVS . ET . IOANNES 

PARENTI . OPT . BENE . MERENTI 

CVI VS . CORPVS . EX . INDVLGENTIA . A VG VSTAE . PRINC . N. 

H VC . INL AT VM 



3 9 



3o6 



Nel medesimo anno i836 il Signor Amadio Ron- 
dimi scrisse la seguente, che è scolpita nella fac- 
ciata del Convento delle Monache Gavotte, presso 
Fontanellato , come si accennò alla pa^. n5. 



COENOBIVM 

BORBONIIS . IMPERANTIBVS 

SODALIVM . DOMINICIANORVM . SEDES 

INQVE . ORPHANOTROPHIVM . INDVSTRIAE . ALENDAE 

CONSTITVTORE . STEPH . SANYITALIO . COM. 



A . MDCCCVl. CONVERSVM 

VIRGINIBVS . DOMINICIANIS 

DECRETO . D . N . M . LVDOVICAE . AVG. 



Vi. NON . OCT . A . MDCCCXVl. 

CVM . AEDE . PROXIMA . AB . COMITE . EOD . DITATA 

PRIVILEGIIS . IRROGATIS . ADTRIBVTVM . EST 



DEDICATVM . III. ID . APR . A . MDCCCXXlI. 

ET . PRAESENTIA . PIENTISSIMAE . PRINCIPIS 

QVAE . ET . AEDEM . INVISIT 

HONESTATVM 



A . MDCCCXXXVl. X. K . OCT. 
VITALE . LOSCHIO . EPISCOPO 



3o7 

E alla onorata memoria di si Illustri Genitori, 
quali furono il Conte Stefano e la Marchesa Gonzaga, 
vada congiunta quella della Figlia loro Contessa 
Isabella, che fu Moglie e Madre amorosissima, desi- 
deratissima, e che nel di 3o Dicembre del 1837, 
di soli 45 anni, andò a godere, fuor di questo dolo- 
roso esilio, il frutto non manchevole di sue molte 
virtù. Queste ottennero larghissimo tributo di lodi, 
furono celebrate con versi, ed onorate di una Memoria 
pubblicata in Parma nel i833 da un Illustre Parente 
della medesima, chiaro per mirabile dirittura di men- 
te, per acutezza d'ingegno, per cultura assidua di 
gravissimi ed ameni studii, e per incorrotta virtù. 

Il Signor Conte Opprandiuo Arrivabene Manto- 
vano oltre all' aver pubblicato . un Carme per la 
morte di questa Illustre Dama, compose l'Iscrizione 
che qui si soggiunge. 

ISABELLA 

CONTESSA SIMONETTA 

DE' CONTI SANVITALE 

PER BELLEZZA INGEGNO SENSIVITA 

CHIARISSIMA 

NELL'ANNO MDCCCXXXVII 

NONILVSTRE SPIRAVA 

SPOSO FIGLI SVOCERA AGNATI AMICI 

LASCIANDO IN PIANTO. 



3o8 

Anche per lei il Ronchila scrisse la seguente 
Epigrafe . 

ISABELLAE 

STEPHANI . COM . F . SANVITÀLTAE 

CL . FEMINAE 

INTER . EEGIAE . AVLAE . MATRONAS . ADLECTAE 

QVAE 

VIRTVTI . MAIORVM . NVMQVAM . IMPAR 

INGENII . ACIE . LITTERARVM . CVLTV 

ET . PERITIA . BONARVM . ARTIVM 

DOCTORVM . HOMINVM . PKAECONIA . INDEPTA . EST 

MATER . PAMILIAS . EGREGIA 

PP.OCVRATIONEM . REI . FAMILIARIS 

POTIOREMQVE . LIBERORVM . INSTITVTIONEM 

IN . DELICIIS . HABVIT 

PIA . MISERTCORS . ALTRIX . PERPETVA . EGENTIVM 



VIXIT . ANN . XXXXV. 

MORBVM . ACERBISSIMVM . STRENVE . PERPESSA 

DECESSIT . INGENTI . SVORTM . MOERORE 



III . KAL . IAN . ANNO . MDCCCXXXVlI. 

IOSEPHVS . SIMONETTA . COMES 

CVM . FILIIS . ini. 

FECIT . CONIVGI . DESIDERATISSIMAE 



3c>9 

Intorno a ciò che spetta alle cose della Nobilis- 
sima Famiglia de 1 Sanvitali, ho differito a dir qui 
( perchè non fosse interrotto quello che risguardava 
alle persone), ch'ella possedè una assai grande Libre- 
ria, ricca di Opere di Storia, di Giurisprudenza, de 1 
più lodati Classici Latini, Italiani e Francesi, e di 
Libri di rare e pregiatissime edizioni, molti de' quali 
ora sono nella pubblica Biblioteca di Parma. Posse- 
deva anche una numerosa serie di schizzi delineati 
sulla carta da Francesco Mazzola, una Santa Caterina 
dipinta dal medesimo sopra una tavola, e una colle- 
zione d'antichi quadri di valenti Pittori, le quali 
cose, per generosa munificenza della Regnante Arci- 
duchessa, ora stanno a nuovo ornamento e splen- 
dore della Ducale Accademia di Belle Arti, della 
quale è Accademico Consigliere con voto il Signor 
Conte Luigi, che tiene in alto amore ogni cosa no- 
stra, donde venir possa e bene ed onore alla città 
che gli è patria dilettissima. Di parecchie e assai 
belle cose dell'Accademia stessa furon dati in cinque 
Dispense gl'intagli eseguiti nella Scuola deli Cavaliere 
Paolo Toschi, col titolo di Fiore della Ducale Gal- 
leria Pai-mense. Ciascun' opera d'intaglio è accompa- 
gnata da brevi , ma accurate e dotte illustrazioni 
intorno all'Autore, al soggetto, e al merito della 
statua o del quadro che è stato tradotto nel rame. 
Tali illustrazioni sono del Sis;iior Dottor Lunii Ron- 
chini parmigiano, Segretario del Comune della nostra 



3io 

Città, peritissimo della Storia patria, e diligente e 
purgato Scrittore, padre del Signor Amadeo, del qua- 
le più volte si è già fatta menzione. 

Presso la Casa Sanvitale erano pure parecchi 
Ritratti de' Principi Farnesi; e quando nel 1834 si 
volle ornare il magnifico Palazzo del Ducale Giar- 
dino d' una serie di quadri , ove fossero raffigurati 
ritratti di Principi, il Conte Stefano, insiem co' suoi 
Figli, avrebbe desiderato cedere anclie i suoi a com- 
pimento di quella Collezione: ina perchè aveano sof- 
ferto le ingiurie del tempo , uè vantavan nome 
d'illustri Autori, non giudicava conveniente l'offe- 
rirli ; ad uscire però di questa incertezza di risolu- 
zione trovò onestissima e lodevole maniera. Egli diede 
i quadri a un Professore della Ducale Accademia di 
Belle Arti di Parma (Giambattista Borghesi), perchè 
questi li restaurasse, come cosa propria, e perchè 
come cosa sua facesse che venissero aggiunti alla 
Raccolta già mentovata. 

Sono conservate tuttavia le Medaglie d'alcuni de' 
Sanvitali; quella di Fortuniano; di Girolama Farnese 
Sanvitale; di Giacomo della Compagnia di Gesù; del 
Conte Alessandro; e quelle colle quali il Conte Stefano 
fregiava i più buoni e più studiosi Alunni delle sue 
Scuole di Fontanellato. Eran queste di due forme: 
una a stella avea dall' un lato: Prix d'industria 
dall'altro: Établissemens de Fontanellato. L'altra 
con forma di vera medaglia avea le seguenti parole: 



3n 

Le Flambean de Sciences et des Beaux Arts brille 
aussi parmi nous . Alcuni esemplari di tali medaglie 
sono stati fatti, perchè rimanessero nel Ducale Museo 
di Parma, dal Signor Ulisse Fioruzzi di Piacenza, col- 
tivatore felicissimo della Meccanica , secondo i prin- 
cipii delle matematiche e fisiche discipline; il quale 
con onore di sé e della sua Città ha un ricchissimo 
Gabinetto, ove sono fabbricati, sotto la direzione di 
lui, i più squisiti e dilicati strumenti, le macchine 
più composte per numero e più difficili per qualità 
di parti, le quali servono a qualunque uficio di Arti 
e di Scienze: e tanta è la perfezione a cui conduce 
le opere sue, che queste vengono cercate da lontani 
paesi, anche a preferenza delle migliori di Francia e 
d' Inghilterra . 

Per ultimo dirò che nella Eccellentissima Fami- 
glia de' Sanvitali, per soave indole e per naturale 
disposizione degli animi, come per elettissima educa- 
zione, insieme colle più care virtù è trasmesso amore 
efficacissimo alle migliori discipline, operativo d'assai 
buoni e laudabili effetti, come si ha per le pubbliche 
Scritture di ciascuno de' Sanvitali viventi, delle quali 
farò un brevissimo cenno, senza aggiugnere alcuna 
parola mia d' encomio per la debita riverenza alla 
singolare modestia loro. 

E in prima è a dire, che Sua Eccellenza Reveren- 
dissima Monsignor Luigi, Prelato domestico di S. S. 
Vescovo di Piacenza, Cavaliere Gran Croce e Senatore 



3l2 

del S. A. T. Ordine Costantiniano di S. Giorgio, col- 
tivò fin dalla sua giovinezza, e con grande fervore, 
le amene lettere, e si conservano tuttavia alcune fra 
le sue esercitazioni fatte a fine d'acquistar buona pra- 
tica nella difficilissima arte dello stile. Neil' anno i8o3 
pubblicò in Parma, pei tipi del Bodoni, un Saggio di 
Novelle, le quali tutte vennero poi ristampate a Mi- 
lano dal Pirotta nel i8i3; e quattro di esse sono state 
inserite in una Antologia di Prose Italiane compilata 
per Francesco Calandri C. R. S. ad uso delle Scuole 
minori e maggiori, stampata a Lugano in due tomi 
nel i838. Fu data in luce in Mantova nel 1808 una 
sua Orazione in lode di S. Filippo Neri, ivi da lui 
recitata, alla quale stanno innanzi i seguenti versi 
del Bettinelli, che questi scrisse appena tornato a casa 
dopo aver udita V Orazione, e che diresse alla Con- 
tessa Amalia Sanvitale d'Arco, Sorella dell'Autore. 

Al gentil volto, all'atteggiar modesto, 
E di una voce al suon chiara e soave, 
A lo stil puro, al moderato gesto, 
Ai santi detti, al pensier sacro e grave, 
Ognun ripete: un Angiolo egli è questo, 
Che tien parlando d' ogni cor la chiave, 
E a voi, Sorella Sua, si cara a Manto, 
Un Angiol venne a celebrare un Santo. 

Si han pure di lui alle stampe diverse Omelie 
fatte a' suoi Diocesani di Borgo S. Donnino e di Pia- 



3i3 

cenza: e ad ogni nuovo onore che è stato a lui con- 
ferito molti han dato pubblici segni di esultazione. 

Il Conte Iacopo, Cugino del Conte Stefano e del 
prelodato Monsignor Conte Luigi, fu, ancor giovane, 
Professore di Poetica e cT Eloquenza nella Università 
di Parma, Segretario perpetuo dell'Accademia di Belle 
Arti, e Socio di molte Accademie. Pubblicò nel 1811 
e 181 2 la Traduzione di alcune Odi d 1 Orazio nel Gio?- 
nale del Taro, che furono lodate assai; in appresso 
alcune Poesie originali, alcune Traduzioni di Salmi, 
e parecchie scritture di agricoltura e di economia, 
intorno alle quali cercava sempre Y avviso e il giudi- 
ciò del Conte Stefano, la rettitudine del quale teneva 
in molta stima. Recitò due Orazioni funebri pel Conte 
Antonio Cerati e per Angelo Mazza, il cui nome 
solo è a Parma di chiarissima gloria; e d' ambedue 
quelle Orazioni fa cenno onorevole il Pezzana nel 
tomo ultimo delle Memorie dei Letterati e degli Scrit- 
tori Parmigiani. Lo stesso Conte Iacopo fece del Mazza 
nel 1810 il presente naturalissimo Ritratto: 

Sott' ardua fronte greco ardir spirante 
Bruna si gira indocile pupilla: 
Nari e labbra decenti, ed un sembiante 
Tal che 1' anima fuor traluce e brilla . 
In lui non ha vecchiezza onde si vante, 
Che F omer non si curva, o il pie vacilla. 
Questi è quel Grande a cui temprar fu dato 
Il teban plettro col saver di Plato. 

40 



3i4 

Né spiacerà leggere il Sonetto che nel 1812 indi- 
rizzò al Cav. G. B. Gubernatis, Autore di bellissimi 
Paesaggi, nel quale accenna alcuni di questi, e uno 
fra gli altri in cui il Pittore aveva assai leggiadra- 
mente raffigurato il tramonto del sole. 

Acque lucenti che di roccia cascano, 

Fumar di nebbie che 1' indietro ascondano, 
Tralci a l'aura ondeggiar che gli olmi infrascano, 
Elei ramose che per gel si sfrondano; 

Morbidi poggi che un pratel circondano, 
Aridi scogli ove né capre pascano, 
Come vario diletto a 1' alma infondano, 
Se orridi e vaghi dal pennel ti nascano, 

Dir su la cetra non poss' io, che Dorica 
Armai d' Itale corde, e tutto rendere 
Il magistero di tua man pittorica; 

Onde non paga di sé muta pendere 

Veggo Natura, e il Sol che or lento corica 

Da tua grand' arte un bel tramonto apprendere. 

In fine i due Figli del Conte Stefano, fin da gio- 
vani, dieder pubblico saggio de' loro studii e del loro 
amore alle belle Lettere; e del Primogenito Signor 
Conte Luigi il Ch. mo Professore d' Eloquenza, Segre- 



3i5 

tario dell' Accademia di Belle Arti , Cav. Michele 
Leoni, Autore e Traduttore assai reputato di molte 
Opere, mise in luce alcune Poesie, accompagnandole 
con parole di bella lode. 

Cosi la patria nostra ha ragion di godere perchè 
neir antica ed orrevolissima Famiglia de' Sanvitali 
(come di nobile e generosa pianta) risurga per li 
rami quell' antica virtù , che da molti secoli spesso fu 
a lei di salute, sempre di decoro e di splendore. 



FINE. 



VAR I ANTI 



Nel Sonetto a pag. 319. Primo ternario. 

Ella notturna in suon d'aerea cetra 

L'avea chiamato fuor de' giorni angusti, 
E un subito albeggiar corse per l'etra. 

Nella Visione pag. 230. Ternario 2.' Verso 3/ 
All'inquieto mio spirto penante. 

Ivi, Ternario 3." Verso 1." 
L'amato Veglio non pareami morto, 

A pag. 3i3. Verso 6," 
Che omer non curva, né in sul pie vacilla. 



Nota. Alla pag. i3o, linea prima , in vece di gelso delle 
Filippine vuoisi significata quella pianta che 
comunemente dicesi moro papirifera ( Brousso- 
netia papyrifera ) .